VITA BENITO MUSSOLINI

VITA BENITO MUSSOLINI

VITA BENITO MUSSOLINI


Mussolini Benito compì gli studi magistrali nella Scuola normale di Forlì nel 1901, dove si fece notare per il temperamento chiuso e ribelle. Esercitò per alcuni mesi, come supplente, la professione d’insegnante e, nel 1902, emigrò in Svizzera facendo soprattutto l’agitatore politico socialista e raggiungendo in breve una certa notorietà fra gli emigrati italiani. Subì diverse contravvenzioni e condanne per reati legati alla politica e fu espulso da diversi Cantoni. Nel 1905 rientrò in Italia in seguito alla amnistia concessa dal Re, per la nascita del Principe ereditario, Umberto.

Compiuto il servizio militare, nel 1907 insegnò nelle scuole elementari di Tolmezzo. Nel 1909 il Partito socialista lo inviò, come propagandista, nel Trentino. A Trento diresse “L’Avvenire” e collaborò al quotidiano “Il Popolo” di C. Battisti. Più volte arrestato e condannato, infine fu espulso dall’Austria. Tornò a Forlì, dove ebbe la carica di segretario di quella federazione provinciale socialista e la direzione del periodico “La lotta di classe”. Si unì con Rachele Guidi che gli diede 5 figli; riconobbe i figli avuti da Rachele e più tardi la sposò. Durante la guerra italo-turca promosse agitazioni anti-patriottiche e convinse gruppi di operai a svellere tratti di linea ferroviaria per impedire la partenza di treni militari. Inoltre, nel Congresso del Partito socialista tenutosi a Reggio Emilia nel 1912, accusò il gruppo parlamentare socialista di tiepidezza, riuscendo a far espellere dal partito i deputati Cabrini, Bonomi, Bissolati e Podrecca, da lui incolpati di non aver abbastanza avversato l’impresa libica e di aver deplorato l’attentato dell’anarchico D’Alba contro il Re.

mussolini foto 1903

Nel 1912 divenne direttore del quotidiano “Avanti!”, organo ufficiale del Partito socialista. Nel 1914, scoppiata la prima guerra mondiale, fu neutralista e, conseguente al suo passato, avversò C. Battisti nella sua campagna irredentistica e interventistica; poi in tre settimane di “crisi”, fra il settembre e l’ottobre, da antimilitarista divenne interventista. Il 20 ottobre lasciò la direzione dell’ “Avanti!”, e il 24 novembre fondò il “Popolo d’Italia”. Il 23 dello stesso mese era stato espulso dal Partito Socialista. Soltanto nel settembre 1915 Mussolini vestì la divisa militare e il 23 febbraio 1917 venne ferito in un incidente di retrovia a quota 144, a Jamiano. Dopo una lunga convalescenza, venne congedato dall’esercito e tornò a Milano, al suo giornale. Il 23 marzo 1919 fondò il Movimento fascista, in una riunione tenuta nella sala dell’Unione Commercianti in piazza S. Sepolcro a Milano. Bocciato alle elezioni di quell’anno, venne eletto deputato al Parlamento in quelle del maggio 1921. Nel 1922, dopo il congresso del suo partito tenuto a Napoli, mobilitò le squadre fasciste per impadronirsi del potere, effettuando la famosa marcia su Roma, il 28 ottobre 1922. Fallita la possibilità di ogni altro ministero, per le rivalità dei partiti, tutti gli uomini politici responsabili consigliarono il Re di affidare l’incarico a Mussolini. Il Parlamento così gli concesse i pieni poteri.

Dal 3 gennaio 1925 il suo Governo divenne una dittatura: furono soppressi i partiti e vennero abolite la libertà di stampa e ogni altra guarentigia civile. Ma, con molte complicità straniere, il successo seguitò ad arridere a Mussolini: la riconquista del retroterra libico, nel 1923-31; il trattato commerciale con l’U.R.S.S.; le migliorate relazioni con quasi tutte le altre Potenze; la conciliazione con la Santa Sede, nel 1929; la bonifica pontina e altre opere pubbliche dispendiose oltre al necessario, ma imposte dalla necessità di ovviare alla disoccupazione e la guerra etiopica del 1935-36. Ma l’intervento nella guerra di Spagna e l’occupazione dell’Albania, sebbene avvenute, come l’Anschluss nazista, col contrattato beneplacito dei Governi delle potenze democratiche, crearono in Europa e in America movimenti di opinione pubblica sfavorevoli ai dittatori: molti cominciarono a capire che la guerra era alle porte. Dopo il fallimento di Monaco, Mussolini fu alla mercé di Hitler mediante l’Asse Roma-Berlino. Contro il parere di tutti, volle gettarsi nella seconda guerra mondiale, ma quando ebbe assaporato la prima sconfitta in Africa, sentì che il pericolo maggiore per l’Italia era quello tedesco. Soltanto il 25 luglio 1943, quando già il territorio nazionale era invaso, fu possibile al Re esautorarlo. Arrestato, dopo la proclamazione dell’armisitizio, fu trasferito prima a Ponza, poi alla Maddalena e in seguito sul Gran Sasso, dove venne liberato dai Tedeschi.

Accettò di essere soltanto di nome il capo del Governo, che peraltro non ebbe il riconoscimento internazionale, dei territori invasi dai nazisti, proclamando la repubblica sociale italiana, passata alle cronache come “repubblica di Salò”. All’avvicinarsi dell’esercito italiano e degli eserciti anglosassoni fuggì, dopo tentativi di un negoziato di resa condotto con il Comitato di Liberazione Nazionale, tramite il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano. Venne arrestato da un gruppo di partigiani, al comando del conte Bellini delle Stelle, presso Como; fu trovato nascosto in un camion in divisa di soldato tedesco. Messo a disposizione del Comitato di Liberazione Nazionale, che lo condannò a morte, fu fucilato presso Giulino di Mezzegra insieme con la sua amante Clara Petacci, il 28 aprile del 1945, dalla colonna partigiana al comando del “colonnello Valerio”, nome di battaglia di Walter Audisio. I due cadaveri, insieme con quelli di altri gerarchi fascisti, furono poi portati a Milano ed esposti a Piazzale Loreto.

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