TORNEI MEDIEVALI

TORNEI MEDIEVALI

info prese da: blue dragon

I tornei e le giostre furono un prodotto del Feudalesimo e della Cavalleria e si riallacciano ai giochi guerreschi popolari come fine di esercizio nell’arte militare, dei quali si fa menzione fin dall’epoca carolingia (IX secolo).
La parola “torneo ” si trova spesso usata nel senso di “giostra”, indifferentemente, benchè “giostra” sia più propriamente un combattimento fra due cavalieri con lancia in resta e “torneo” un combattimento tra fazioni.
La paternità del torneo è attribuita a G. de Prèvilly, ma sembra che questi abbia solo fissato e regolamentato le norme che lo governavano.

L’uso di tali giochi varcò le frontiere francesi e anche in Italta troviamo i tornei, numerosi già nel XII e XIII secolo.
All’origine si trattò di vere e proprie battaglie con morti e feriti. Ma nel XIII secolo si decise di spuntare le lance e di rendere inoffensive le spade sopprimendone la punta e il taglio in modo da passare al puro desport, divertimento: anche così, però, il più piccolo errore bastava a provocare un incidente e quindi giostre e tornei divennero sempre più complicati esercizi di abilità e di scaltrezza.

Dato il loro luogo d’origine, la terminologia delle giostre e dei tornei era generalmente francese e in francese sono redatti, infatti, i principali codici di regolamenti che riguardano queste manifestazioni. L’importanza di questi codici era enorme: ad essi ogni torneante era obbligato severamente ad attenersi pena l’accusa di fellonia, e tutto ciò che riguardava il torneo era trattato con minuziosamente, dalla descrizione delle cerimonie iniziali di parata al saluto, alla vestizione dei torneanti, alla descrizione delle armi e delle armature, alla elencazione perfino del numero dei colpi da infliggersi da una parte e dall’altra, e così via.

Come si è detto, giostre e tornei, inizialmente, avevano proprio lo scopo il mantenersi in esercizio nell’arte militare.

Essi nacquero per sottrarre i giovani (e anche i non più giovani) soprattutto all’influsso negativo
che i lunghi ozi invernali avevano sul fisico. Bisogna infatti tenere presente che le campagne militari (occupazione principale dell’uomo di rango nell’alto Medioevo) venivano tenute solamente nella bella stagione: con l’inizio dell’autunno gli eserciti venivano sciolti ed ognuno ritornava alla propria dimora. Rimaneva sì la possibilità di sfogare la propria esuberanza nelle cacce, ma anche queste erano attuabili dal mese di aprile al mese di ottobre: da novembre a marzo le uniche occasioni di menare le mani si potevano avere o contro i briganti di strada o contro orsi e lupi (occasioni, peraltro, non infrequenti a quel tempo!). In generale, però, accadeva che il lungo inverno venisse passato nelle grandi sale dei castelli, davanti a tavole imbandite mentre negli ampi camini di pietra ardevano interi tronchi, e a smaltire il grasso e l’apatia non bastavano certo gli esercizi nelle sale d’armi. Fu così che si pensò di trovare qualcosa che servisse ad esercitare i cavalieri nel nobile mestiere delle armi, nel maneggio del cavallo, della spada, della lancia e della mazza e si ritenne che nulla poteva esservi di meglio di quegli scontri che simulavano le battaglie, già in uso in epoca carolingia e che si trovano descritti, per esempio, nella Cronique di Nithard (842).

La passione per queste manifestazioni andò sempre più aumentando ed ogni occasione fu buona ben presto per indire giostre e tornei: la celebrazione di una vittoria, di una ricorrenza, di una pace o lega, di una grande festa religiosa o qualsiasi importante avvenimento politico, e perfino per maritare le donzelle. Subito i tornei assunsero particolari caratteristiche di fasto e di lusso: ai vincitori venivano consegnati doni di grande valore; le armature, le armi e i cavalli sfoggiati erano quanto di meglio si potesse avere.

Il pubblico e in particolare le dame facevano a gara nell’indossare splendide vesti e gioielli spettacolosi per stupire e far morire di invidia gli intervenuti dalle più lontane contrade: I’occasione della giostra o del torneo dava modo, infatti, alla gente di riunirsi anche se era necessario compiere un lungo viaggio. Era possibile così scambiare idee, conoscere nuove persone e, cosa assai importante, notare qualche giovane particolarmente abile nel maneggiare le armi i cui servigi sarebbe stato bene accaparrarsi in tempo.

Nelle giostre e nei tornei, infatti, erano soprattutto i giovani che desideravano mettersi in mostra. Per molti, anzi, quella era la prima occasione per dimostrare in pubblico i frutti del tirocinio cui erano stati sottoposti sino dalI’infanzia.

Oltre ad una sommaria istruzione (più o meno ridotta al leggere e scrivere) impartita da qualche scrivano o da qualche vecchio religioso, il futuro cavaliere era stato fin da ragazzetto sottoposto ad un vero e proprio “rodaggio”. Sotto lo sguardo vigile del padre o di qualche vecchio soldato rotto alle più fini astuzie, per ore e ore egli si era in allenato alla lotta corpo a corpo, aveva appreso i primi rudimenti della scherma con il bastone, I’equitazione, le norme della caccia. Cavalli e falconi non avevano più segreti per lui, ma quante cadute e quante beccate prima di riuscire ad essere in grado di guidare la cavalcatura con il solo uso delle ginocchia e di lanciare correttamente il volatile sulla preda! Poi c’erano stati i cani, da allevare e da condurre con perizia alla caccia. Lunghi anni, e duri dunque? Sì, ma nel complesso anche divertenti e poi tutto si superava con gioia – ruzzoloni, lividi, graffi, occhi pesti – in vista del traguardo finale, della famosa cerimonia dalla quale si sarebbe usciti consacrati cavalieri.

Il periodo forse più pesante era in ogni modo quello del tirocinio come scudieri, durante il quale i futuri cavalieri dovevano imparare a servire un qualche signore, e “servire” non era certo detto per metafora: non dovevano infatti limitarsi a portare le armi del signore o a condurre il suo cavallo alla guerra o al torneo, dovevano anche servirlo a tavola, aiutarlo a vestirsi, strigliargli il cavallo, forbirgli le armi e così via.

Tuttavia anche questo periodo passava ed ecco che giungeva il momento tanto sospirato della veglia d’armi, che significava la nomina a cavaliere.
La cerimonia era solenne. Il futuro cavaliere, dopo un bagno di purificazione, indossava una tunica bianca (simbolo di purezza), un manto rosso (simbolo del sangue che era disposto a versare in nome di Dio), una cotta nera (simbolo della morte che non temeva) e vegliava un’intera notte in chiesa, immerso nella preghiera. La mattina seguente, durante la Messa, egli si presentava all’altare con la spada sulla spalla e la porgeva al celebrante che la benediva. Ripresa la spada, il giovane andava ad inginocchiarsi ai piedi del signore che doveva armarlo.

Questi gli chiedeva il motivo per cui voleva divenire cavaliere e se i suoi scopi erano diretti solo alla conservazione e all’onore della religione e della Cavalleria. Dopo avere risposto adeguatamente, egli prestava giuramento, quindi riceveva gli speroni e la spada.

Finita la vestizione restava in ginocchio e il signore che doveva ordinarlo cavaliere si alzava egli dava la collata, ossia tre colpi dati o di piatto con la spada nuda o con la mano, sulla spalla o sul collo pronunciando le parole: “Nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio io ti nomino Cavaliere”. Se ora il giovane cavaliere era pronto a cimentarsi in guerra e in torneo con il crisma dell’ufficialità, di due cose si doveva occupare anzitutto: del suo cavallo e delle sue armi.

Per il cavallo, in particolare, era necessario una gran cura nell’addestramento e nell’armamento, perché esso era il compagno fedele del cavaliere e doveva obbedirlo ad ogni suo minimo ordine. E’ anzi da un particolare tipo di addestramento per la giostra che sembra sia derivato il termine “destriero”; infatti, per combattere la giostra con barriera, nella quale i due giostranti erano separati da un divisorio di tela o di legno, era necessario che i cavalli tenessero il galoppo sul piede destro per permettere al loro cavaliere di toccare l’avversario nel modo più efficace possibile.

Quanto all’armamento l’animale gareggiava con l’uomo per equipaggiamento complicato e vistoso: oltre alla gualdrappa di stoffa a vari colori, esso portava una sella assai complessa con il davanti dell’arcione molto prolungato in modo da proteggere il basso ventre e da formare anche a volte due ali laterali (molto simili agli odierni paraspruzzi di una motocicletta) che dovevano servire per proteggere le cosce (garde -cuisses) del cavaliere. Infine, la testa del cavallo era protetta da una massiccia testiera che copriva anche gli occhi delI’animale (detta perciò « cieca ») in modo che questo, correndo la giostra, non si spaventasse alla vista dell’altro cavallo che gli muoveva incontro e non scartasse, rendendo così difficile al suo cavaliere il poter colpire l’avversario al punto giusto.
Sarà bene a questo punto spiegare in breve come si svolgeva un torneo. Tramite il re d’armi lo sfidante inviava la propria sfida allo sfidato: se questi accettava I’incontro, venivano nominati i giudici del torneo e scelti i cavalieri e gli scudieri che dovevano fare parte delle due fazioni. Poi, stabiliti data e terreno dello scontro, il torneo veniva dichiarato aperto.

Con un anticipo di alcuni giorni sulla data fissata i cavalieri contendenti muovevano in sfarzoso corteo di parata verso la località dove lo scontro avrebbe avuto luogo. Dopo l’ingresso trionfale nella città o borgo più prossimo, davanti agli sguardi ammirati e incantati del popolino, essi si insediavano ufficialmente nei quartieri loro destinati e gli scudieri si preoccupavano di esporre immediatamente le bandiere e gli stendardi con i colori dei loro signori.

Poi, sempre sfilando in magnifica processione, i contendenti si recavano in chiesa dove esponevano i loro elmi e le loro insegne per la benedizione; quindi gli elmi venivano trasferiti nel chiostro della chiesa dove, alla presenza del re d’armi e dei giudici del torneo, avveniva la cerimonia detta “della raccomandazione”. Era questa una curiosa cerimonia, dal significato molto diverso da quello attuale del termine: infatti, invece di favorire, puniva il “raccomandato”. Vale la pena di parlarne brevemente.
Non si è ancora detto dell’importanza che avevano le dame nei tornei. La loro presenza e il loro incitamento contribuirono infatti ad aumentare la foga delle mischie e spesso, per conquistare i loro favori, molti cavalieri rimasero uccisi. Nel caso della “raccomandazione” erano appunto le dame a stabilire chi dovesse essere raccomandato.

Una volta che gli elmi e le insegne dei cavalieri torneanti erano stati disposti nel chiostro in lunga serie, il pittoresco corteo delle dame sfilava lentamente davanti alla esposizione; passando davanti a quelli di un cavaliere di cui conoscevano qualche grave colpa (che avesse esercitato l’usura, avesse sparlato di qualche dama, avesse fatto falso giuramento o mancato alla parola data), esse si limitavano ad allungare la mano e a toccare il suo elmo. Il cavaliere, automaticamente, diventava “raccomandato”), e, prima di poter entrare nella lizza dove si sarebbe svolta la tenzone, doveva purificarsi: la purificazione consisteva nell’essere battuto dagli altri cavalieri finché non si fosse arreso o non avesse chiesto grazia alla dama offesa.

Frattanto nel luogo stabilito per il torneo era stata eretta la “lizza” o arena, il cui suolo veniva abbondantemente cosparso di sabbia; ciò era fatto per evitare che durante gli scontri gli zoccoli dei cavalli o i piedi dei contendenti avessero a scivolare, provocando in tal modo cadute non imputabili al procedere del combattimento e ,che avrebbero potuto mettere in difficoltà il torneante incolpevole. Ai lati della lizza sorgevano i palchi destinati al pubblico (simili alle odierne gradinate degli stadi) e due tribune, una riservata alle autorità e ai giudici del torneo, l’altra alle dame. A una serie di pali o lance, in fondo alla lizza, erano appesi gli scudi con il blasone e le insegne di ciascun contendente, mentre dietro ogni palo era il padiglione o tenda destinata al cavaliere per compiervi la vestizione. Questi padiglioni erano solitamente fatti con stoffe dipinte a colori vivacissimi che ripetevano i colori del blasone del cavaliere occupante; davanti ad essi stavano di guardia gli scudieri pronti ad accorrere ad un’eventuale chiamata del loro signore. Il servizio d’ordine era tenuto dai soldati (suivants d’armes) alle dipendenze del signore che aveva indetto il torneo, mentre gli araldi erano incaricati di annunciare gli scontri e i nomi dei torneanti.

La vestizione del cavaliere era un’operazione molto lunga e complessa: per condurla a termine completamente (ossia armando anche il cavallo) erano necessarie due ore buone e l’intervento di numerosi scudieri ed anche di personale specializzato (fabbri, maniscalchi e simili).

Per prima cosa il cavaliere si spogliava dei sontuosi abiti di parata che aveva indossato durante la precedente cerimonia, e rivestiva le vesti leggere che gli lasciavano grande libertà di movimenti. Sopra queste vesti venivano quindi adattate particolari protezioni imbottite, le quali avevano la funzione di proteggere il corpo dallo sfregamento con le parti dell’armatura metallica nelle articolazioni, sulle spalle e intorno al collo. Sopra le imbottiture era infine letteralmente “montata” l’armatura: sì, montata è il termine esatto perche il fabbro prendeva uno per uno dalle mani degli scudieri i vari pezzi di quel “guscio” metallico e li andava amano a mano sistemando sul corpo del cavaliere, fissandoli con chiavande e ganci e servendosi di strumenti affini alle nostri chiavi lnglesi e ai nostri cacciavite. Queste operazioni richiedevano grande destrezza e abilità nell’accostare e nel coprire le varie giunzioni, in modo da non lasciare alle armi nemiche vie possibili per giungere a ferire iI corpo: da esse, dunque, dipendeva in gran parte il buon esito dei combattimenti.

Da ultimo in testa al cavaliere veniva posto I’elmo d’acciaio di complicatissima fattura, alla cui sommità (coppo) era fissato l’emblema per il quale era stato organizzato il torneo: tale emblema era per lo più costituito dai “colori” della dama in onore della quale il cavaliere si proponeva di torneare, colori che erano rappresentati da un velo, da un guanto, da un fazzoletto della gentildonna in questione. Contemporaneamente al cavaliere, fuori del suo padiglione alcuni maniscalchi e mozzi di scuderia, sotto l’attento esame di uno scudiero, bardavano il cavallo del torneante con la stessa accuratezza con cui veniva armato il suo padrone.

Anche l’animale era completamente “corazzato” con lastre metalliche, sistemate tuttavia in modo che II loro peso fosse equamente distribuito e le gambe potessero muoversi liberamente non solo al passo ma anche al trotto e al galoppo. Questa bardatura (barda) veniva poi ricoperta da una sgargiante gualdrappa di stoffa con i colori del cavaliere, sulla quale infine veniva sistemata una sella speciale particolarmente robusta in cui il torneante avrebbe dovuto essere incastrato.

Finalmente, terminate le lunghe operazioni della vestizione, il cavaliere si ergeva nel mezzo della sua tenda come una luccicante statua d’acciaio: solo il suo viso rimaneva per ora libero di difesa, poiche la celata dell’elmo sarebbe stata abbassata più tardi, al momento dello scontro. Allora due o più fra servi e scudieri gli si accostavano per aiutarlo a uscire dalla tenda, il che avveniva con grande clangore e cigolii di metallo.
Giunto vicino alla sua cavalcatura, ora il cavaliere doveva montare in sella.

La cosa non era poi tanto semplice e spesso egli non era in grado di salire a cavallo con i propri mezzi: doveva ricorrere all’ausilio di un rialzo, o alle robuste braccia di numerosi amici o servi, o addirittura (e il caso era più frequente di quanto si possa immaginare) all’impiego di un robusto, anche se primitivo, paranco, grazie al quale egli veniva sollevato dal suolo fino a una certa altezza e poi preposto in sella, proprio come oggi avviene per una cassa che dal suolo debba essere sistemata a bordo di una nave.

In groppa al cavallo, venivano ultimate le operazioni di armamento: ai calcagni del cavaliere venivano fissati lunghi speroni speciali, adatti per essere usati su un cavallo bardato, quindi si procedeva alla consegna delle armi vere e proprie. Ed è a questo punto che possiamo fare il discorso circa la seconda cosa (oltre al cavallo) di cui il torneante doveva avere particolare cura: le armi appunto.
Le armi potevano essere di due tipi: da guerra (ossia appuntite e affilate) oppure “cortesi” (cioè spuntate e prive di taglio); nelle giostre e nei tornei venivano solitamente usate le armi cortesi.

Fra le armi più usate c’erano la spada, la mazza, la scure o ascia di guerra e la lancia. La spada era corta e spuntata, e la sua lama era di lunghezza non superiore a quella di un braccio teso (mano compresa), larga almeno quattro dita (perché non potesse passare attraverso la gabbia dell’elmo), di sezione romboidale e con un dito di spessore al taglio; per essere più leggera, senza perdere in robustezza, era scanalata. La guardia della spada era formata da un’impugnatura munita di un pomo pesante e massiccio (che aveva la funzione di equilibrare la lama), di una coccia accartocciata e di una sbarra trasversale le cui estremità incurvate in avanti avevano li compito di bloccare il corpo dell’avversario. A volte il pomo poteva essere cavo e contenere quindi una reliquia o qualche particolare pegno: in questo caso tutta l’impugnatura dell’arma veniva appesantita per mantenerle le funzioni equilibratrici della lama. Una cinghia di cuoio a nodo scorsoio era attaccata al pomo e veniva fissata al polso del guanto di ferro del cavaliere.

La mazza (mazza d’arme) era un corto tubo cilindrico in cima al quale era fissata una massa pesante di ferro: questa massa poteva essere lenticolare (e allora era munita di spuntoni che la rendevano vagamente simile a un grosso riccio di castagna) o costolata, fissata saldamente al manico di sostegno oppure unita ad esso mediante una asta o una catena (in questo caso la mazza prendeva il nome di flagello). Con quest’arma il torneante doveva vibrare un certo numero di colpi all’avversario, sull’elmo e sul petto, al fine di stordirlo.

La scure o ascia di guerra era relativamente poco usata nei tornei: infatti, come arma cortese, i suoi risultati erano piuttosto scarsi. Poteva essere sostituita dal martello d’arme che, munito da un lato di una sorta di punta e dall’altro di una massa più pesante e squadrata, aveva realmente la forma di un martello e veniva utilizzato pressappoco come la mazza d’arme. Sia la scure sia il martello d’arme ave- vano manico corto come quello della mazza, e impugnatura massiccia per bilanciare il peso della testa.

Ed ecco infine la lancia. Quella da torneo, a differenza di quella da guerra, aveva l’asta in legno di frassino in modo da potersi scheggiare con una certa facilità; era lunga circa quattro metri e poteva essere o semplicemente spuntata o tricuspidata, così da non offendere l’avversario colpito. Essa era inoltre munita di una rotellina paramano in metallo e di un anello di forma particolare che doveva servire da fermo contro la resta dell’armatura.

Terminato l’armamento e issato in groppa al proprio destriero il cavaliere era pronto a scendere nella lizza. Fra un cupo clangore di lastre metalliche
egli dirigeva il cavallo verso la tribuna dei dignitari per il saluto, quindi passava davanti a quella delle dame per rendere omaggio all’eletta del suo cuore.

Dopo di che si recava davanti ai pali che reggevano gli scudi, eretti in fondo alla lizza, e con la lancia batteva contro gli scudi dei cavalieri con i quali desiderava cimentarsi: gli scontri sarebbero avvenuti nell’ordine. Poi egli si recava nuovamente al suo padiglione e attendeva di essere chiamato a combattere.

I primi scontri ad avere luogo erano quelli con la lancia. Per questi venivano applicati sulle corazze dei particolari pezzi di rinforzo al lato sinistro, più esposto all’urto della lancia.
Questo rinforzo era chiamato “guardastanca” ed era composto di uno spallaccio fisso che immobilizzava il braccio, il cui solo compito era quello di sostenere lo scudo e di obliquarlo all’occorrenza per far scivolare la lancia avversaria.

Durante gli scontri, allo scopo di attutire lo stridore del metallo contro il metallo (ma, probabilmente, più ancora per coprire le urla dei caduti) una sorta di concerto di trombe e tromboni eseguiva arie marziali.
Nel caso che i giudici del torneo ritenessero che un combattimento stesse divenendo troppo pericoloso, era loro facoltà interromperlo gettando nella lizza il segno della loro autorità (un dardo o uno scettro) e ordinando ai suivants d’armes di separare i combattenti.

Oltre agli scontri ufficiali (che, per quanto si utilizzassero armi cortesi, erano sempre piuttosto violenti dato che il peso complessivo dei due contendenti si aggirava sui 1100-1500 chili e le loro velocità, sommate, sui 70-100 chilometri) se ne tenevano altri che erano di puro divertimento e consistevano in esercizi di destrezza e di abilità, condotti con armature di cuoio o di stoffa imbottite (dette da gioco) e con bastoni e mazze di legno.

Qui il fine non era tanto quello di abbattere l’avversario quanto piuttosto di dimostrare le proprie conoscenze nelle mosse da impiegare. Essendo assolutamente incruenti questi tipi di scontri erano molto praticati dai giovanissimi e per questo assai seguiti dal popolino e dalle damigelle che vi trovavano una fonte di divertimento tranquilla e senza cruente sorprese.
Di solito le giornate del torneo si concludevano la sera nel castello del signore con una sontuosa festa, in cui venivano onorati i vincitori delle gare che si erano svolte durante il giorno.

Si trattava di splendide riunioni, rutilanti di costumi, scintillanti di gioielli, durante le quali dame e cavalieri si sedevano a banchettare (ma il banchetto più fastoso era, come vedremo, quello con cui si chiudeva ufficialmente il torneo) e quindi si dedicavano alle danze. Per aumentare il divertimento e inserire un più piacevole elemento di sorpresa, spesso ci si mascherava con maschere grottesche che venivano tenute davanti al viso mediante appositi manici.

II gusto della mascherata, dello spettacolo, non era, del resto, limitato alla festa.
Negli stessi scontri del torneo, per esempio, si ricorreva a “effetti” particolari per aumentare la sensazione, e rendere maggiore l’attrazione simulando il più possibile una cruenta realtà.

Fra l’altro, nelle giostre fra due contendenti era assai apprezzato l’utilizzo di questo trucco: sul pettorale dell’armatura veniva disposta, abilmente dissimulata, una fiaschetta di pelle contenente vino o sangue di qualche animale (di solito una gallina) la quale, colpita ad un certo momento dello scontro, lasciava uscire il liquido che conteneva in modo da far credere il colpito gravemente ferito.

Dopo il combattimento dell’ultima giornata del torneo (il quale poteva durare anche parecchio tempo: se ne conoscono di quelli durati un anno intero!) il vincitore riceveva i premi. Questi consistevano in oggetti diversi di gran pregio artistico e intrinseco, ma anche nelle spoglie (cavalli, armi e armature) dei perdenti, che costituivano il cosiddetto trofeo.

Infine il cavaliere vincitore veniva onorato con un banchetto particolarmente ricco e fastoso. Nella più gran- de sala del palazzo o del castello del signore venivano disposte su cavalletti larghe assi che poi erano ricoperte di preziose stoffe per mascherare la modestia del sostegno; i sedili (un unico lunghissimo banco, da cui “banchetto”) erano sistemati tutti dallo stesso lato per facilitare il servizio.

Si prendeva posto secondo il più rigoroso ordine gerarchico e quindi si iniziava a mangiare e a bere sino a notte inoltrata. Le portate, elaboratissime e “montate” in maniera sontuosa su grandi vassoi, venivano presentate agli ospiti dai servi provenienti in corteo dalle cucine: ognuna era annunciata a gran voce e accompagnata da squilli di tromba. Il banchetto, inoltre, era allietato da danzatrici, da giullari e da musicanti.

Come già si è detto, mentre le giostre erano scontri fra due soli avversari, i tornei si svolgevano fra più fazioni di cavalieri: essi avvenivano senza barriera e costituivano lo spettacolo più atteso dal pubblico. I cavalieri si disponevano su due file, una di fronte all’altra a una distanza inferiore a quella di un tiro di bale- stra; dato il segnale, essi si precipitavano al galoppo al centro del campo e la meslee, la mischia, aveva inizio.
Qui bisognava fare particolare attenzione: ammaccature, ferite più o meno gravi (ed erano molte!) andavano sopportate senza cadere di sella altrimenti sarebbe stato ben difficile sottrarsi alla carica dei cavalli circostanti. Guai agli stordimenti! Cedervi poteva essere fatale.

Poi, sempre allo scopo di aumentare l’effetto scenografico e di attrarre maggiormente l’attenzione del pubblico, si ricorreva ad artifizi meccanici “garantiti di successo”: ci potevano essere, per esempio, diverse lamine applicate sul pettorale della corazza a formare una targa, la quale, una volta percossa, scattava via spinta da una molla e disfacendosi dava l’impressione che il colpo avesse sbriciolato la corazza stessa. Qualcosa di analogo si aveva anche nella giostra fra due contendenti: sul pettorale dell’armatura un congegno a molla teneva fissata una “gran-guardia ” mobile; il corretto colpo della lancia avversaria faceva scattare la molla e la granguardia volava via, ad indicare che il cavaltere era stato colpito.

A questo punto va ricordato che si effettuavano anche combattimenti a piedi e che scontri di questo tipo erano piuttosto frequenti nei tornei. Essi venivano combattuti con un’armatura speciale, munita del “tonello ” (una specie di gonnellino metallico che si agganciava intorno alla vita a maggior protezione del ventre); sempre a maggior protezione del ventre, quando non veniva usato il tonello, la parte mediana dell’armatura era ulteriormente rinforzata con una specie di braghetta.

Durante il combattimento a piedi venivano impiegate armi come lo spadone a due mani o a una mano e mezza, e la mazza. Questo tipo di contesa fu assai amata da un grande sovrano, Enrico VIII d’lnghilterra, che lo praticava con regolarità e studiava di volta in volta le migliorie da apportare all’armatura.

Gli incidenti nei tornei non erano affatto rari. Enrico Il di Francia, per esempio, morì nel 1559 durante il torneo organizzato per festeggiare il disastroso trattato di Cateau-Cambresis tra Francia e Impero, unitamente al matrimonio per procura della principessa Elisabetta, figlia di Enrico e Caterina de’ Medici, con Filippo di Spagna rappresentato dal Duca d’Alba, e quello di Margherita di Valois, sorella del re, con il duca Filippo Emanuele di Savoia.
Improvvisamente, fra le urla del pubblico e di Caterina, durante l’assalto il re cadde da cavallo. Molti accorsero presso di lui, ma lo spettacolo che si offrì agli occhi dei soccorritori fu terribile: una scheggia di lancia aveva squarciato l’occhio destro del re, penetrando nell’orbita ed uscendo dalla tempia.
La predizione purtroppo si era avverata ed Enrico Il moriva dieci giorni dopo, il 10 luglio 1559, a 40 anni, per l’infezione seguita alla ferita. Da questo terribile fatto derivò una violenta reazione che portò all’abolizione dei tornei prima in Francia e poi nel resto dell’Europa.

Ma non è adire che, con la loro abolizione, giostre e tornei siano del tutto scomparsi: i duelli, tanto in voga nel XVIII e XIX secolo, i vari tipi di gara che si usano ancora ai giorni nostri ne sono i derivati, gli elaborati, e certo non sono meno cruenti dei loro antenati; anzi, forse a morti e feriti oggi stiamo molto peggio di allora perchè spesso, troppo spesso, anche il pubblico rimane coinvolto del tutto innocentemente. Autentico cimelio di età perdute, rimasto intatto sia pure dopo che tanti secoli sono trascorsi, è invece un tipo di giostra che si corre tuttora in Toscana in quella stessa Piazza Grande di Arezzo in cui veniva corsa nel XIV e XV secolo: la Giostra del Saracino.

Si tratta, oggi, di uno spettacolo folcloristico che attira ancora un grande pubblico così come lo attirava nel Medioevo. Esso deriva da un tipo di giostra diffusa fino al XVII secolo in tutta Europa e conosciuta con il nome di “quintana”. “Quintana” (ma anche “buratto” o “saracino” ) era chiamato un fantoccio di legno raffigurante di solito un turco con turbante e barbaccia, che con un braccio (rigido) reggeva uno scudo di legno e con l’altro (articolato) una lunga mazza piuttosto pesante; questo fantoccio era montato su un perno in modo da ruotare su se stesso e veniva posto al centro di un grande spiazzo. I giostranti, a cavallo e muniti di lancia, dovevano galoppargli contro a gran velocità e colpire correttamente il centro dello scudo sottraendosi poi con abilità alla mazza che il fantoccio, costretto a ruotare velocemente dal colpo, faceva turbinare tutt’intorno a se: e spesso, nonostante agili contorsioni e un galoppo sfrenato, il cavaliere veniva disarcionato da una violenta mazzata fra le spalle.

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