STORIA CADUTA IMPERO ROMANO

STORIA CADUTA IMPERO ROMANO

STORIA CADUTA IMPERO ROMANO

Nel 476 d.C. quando Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano, fu deposto dal capo delle milizie barbariche Odoacre, l’impero d’occidente si estinse completamente.
La crisi della struttura imperiale iniziò già a partire dai successori di Marco Aurelio, il processo di decadimento quindi sì prostrò per tre secoli circa. Molteplici sono le cause che portarono alla caduta dell’impero e non sono tutte da attribuire alle invasioni di popoli di origine germanica.


Infatti già da tempo una serie di cause “interne” affliggeva l’apparato statale: l’instabilità politica, il pesante fiscalismo, l’inflazione, la crisi del commercio, dell’agricoltura e dell’artigianato, la barbarizzazione dell’esercito, carestie e pestilenze, l’estensione del latifondo e il distaccamento dalle antiche virtù che avevano fatto grande Roma.
Nel II secolo d.C. le distruzioni provocate da incursioni straniere, guerre civili, brigantaggio, pirateria e pestilenze, nonché lo spopolamento delle campagne, ebbero come conseguenza una notevole diminuzione della produzione agricola. I prezzi delle derrate alimentari salirono alle stelle e in alcune regioni dell’impero si tornò al baratto, una forma di scambio premonetaria. Nelle campagne il sistema del colonato, già sviluppatosi precedentemente, divenne la norma e le masse rurali erano costrette ad un lavoro coatto scarsamente produttivo.


Nei secoli più difficili della sua storia a Roma si susseguirono una serie di imperatori che si dimostrarono delle nullità, incapaci di affrontare i numerosi problemi che si erano presentati.
Settimio Severo, dopo vari scontri con altri generali romani, nel 193 riuscì ad eliminare i rivali e a fondare una nuova dinastia. Le sue preoccupazioni erano volte soprattutto nei confronti dell’apparato bellico, concedendo ai militari donativi e privilegi, a scapito dell’aristocrazia senatoria e del popolo. Questi provvedimenti portarono al tracollo delle già esauste casse statali e per far fronte all’aumento delle spese l’imperatore dimezzò la percentuale di argento presente nelle monete. Conseguenza di questo provvedimento fu l’inflazione che colpì soprattutto i ceti medi.
Si conservò sotto tutta la dinastia dei severi un clima orientaleggiante, che portò a Roma nuove usanze e culti religiosi e il potere divenne sempre più autoritario, come quello dei monarca assoluti.


L’ultimo imperatore della dinastia dei Severi, Alessandro, fu assassinato nel 235 e l’esercito ribelle proclamò imperatore Massimino il Trace, che fu il primo imperatore di origine barbarica. Si impegnò soprattutto nelle campagne militari a difesa dei confini e fu assassinato da una cospirazione di senatori che denunciavano il fiscalismo sempre più opprimente. Nei cinquanta anni successivi alla sua morte, dal 238 al 284, senatori e militari non riuscirono a trovare un equilibrio, si susseguirono ben ventuno imperatori, dei quali solo due morirono di morte non violenta. Questo cinquantennio di gravissima crisi prese il nome di anarchia militare, durante il quale i vari reparti dell’esercito erano in lotta tra loro. Ad aggravare la situazione infierì la peste che provocò un ulteriore spopolamento di città e campagne: ad essa si affiancò la carestia, dal momento che era venuta meno la manodopera per coltivare i campi.


Già colpita da questa serie di problematiche interne, Roma dovette fronteggiare anche le minacce di alcune popolazioni ai confini dell’impero. A est una nuova dinastia, quella dei Sasanidi ambiva a ripristinare i confini dell’antico impero di Serse e di Dario. Sotto il comando di Shapur, i parti sfondarono le difese romane e occuparono la città di Antiochia.
Ma il pericolo proveniva soprattutto da nord-est, dove numerose popolazioni barbare minacciavano i confini posti sul Reno e sul Danubio. Resosi conto che la difesa dei confini non poteva essere diretta da una sola capitale, Diocleziano spartì il potere con altri tre personaggi di sua fiducia, cosicché il governo divenne collegiale, e fu chiamato “tetrarchia”. Le quattro capitali furono poste nelle vicinanze dei confini: a Treviri( sul Reno), a Milano, a Sirmio(sul Danubio) e a Nicomedia.


Questo provvedimento però non ebbe alcun effetto e le popolazioni germaniche si facevano sempre più minacciose. Nel 475 Valente, che regnava sulla parte orientale dell’impero, di fronte alla richiesta da parte dei goti di entrare all’interno del limes romano per difendersi dagli Unni, consentì loro di stanziarsi entro i confini. Il suo progetto era quello di utilizzare i goti come uno stato cuscinetto, che difendesse lo stato Romano dalle altre invasioni barbariche. I goti non rispettarono gli accordi pacifici, perciò Valente gli andò incontro con il suo esercito e nel 378 d.C. l’esercito romano subì una sconfitta pesantissima e fu completamente annientato. La loro avanzata fu arrestata da Teodosio che cercò di stipulare un accordo. I goti accettarono il fedus e come in precedenza si stabilirono al confine per difendere lo stato romano. Ma alla morte di Silicone, essi videro la strada verso Roma spianata e nel 410 saccheggiarono l’Urbe.
Intanto i vandali nel 429 avevano sconfitto Cartagine, la più prospera delle colonie romane, e gli Unni si rivolsero verso occidente. Furono sconfitti, al termine di una cruenta battaglia, dall’ultimo valoroso generale dell’impero d’Occidente, Ezio, nel 451. Tuttavia gli Unni, guidati da Attila, ebbero tempo e modo per rifarsi e l’anno successivo riscesero in Italia e conquistarono parte della penisola.
Ezio fu assassinato da Valentiniano III, ultimo rappresentante della dinastia di Teodosio, e approfittando del vuoto di potere nel 455 i vandali saccheggiarono Roma, e il saccheggio durò ben 14 giorni.


L’impero era ormai in ginocchio e la fine era vicina. Romolo Augustolo restò in carica per pochi mesi; Poi Odoacre accettò dall’imperatore Zenone il titolo di patrizio e l’autorizzazione a governare a nome suo l’Italia. Orma restava in vita solo l’impero d’oriente.

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