SIGNIFICATO ERMETISMO

SIGNIFICATO ERMETISMO

SIGNIFICATO ERMETISMO


L’ermetismo

La poesia ermetica fu così chiamata nel 1936 dal critico letterario F. Flora il quale utilizzando l’aggettivo ermetico volle definire un tipo di poesia caratterizzata da un linguaggio difficile , ambiguo e misterioso. Gli ermetici con i loro versi non raccontano , non descrivono , non spiegano,ma fissano sulla pagina dei frammenti di verità a cui sono prevenuti in momenti di grazia , attraverso la rivelazione poetica e non con l’ influenza della ragione . I loro testi sono composti da poche parole , che hanno un’intensa carica simbolica. Gli ermetici si sentono lontani dalla vita sociale ,l’esperienza della prima guerra mondiale e del periodo fascista li ha condannati ad una grande solitudine morale, la quale li confina in una ricerca poetica riservata a pochi e priva di impegno sul campo politico.I poeti ermetici si oppongono soprattutto al Decadentismo di D’Annunzio, cioè agli atteggiamenti estetizzanti e superomistici; ma anche a quello del Pascoli, giudicato troppo bozzettistico e malinconico, troppo soggettivo e poco universale. L’Ermetismo si oppone anche ai crepuscolari, ai futuristi, ai “vociani”, perché non si accontenta di una riforma stilistica e non sopporta la retorica. Gli Ermetici si ispirano ai poeti francesi del decadentismo, per esempio alla loro elaborazione delle “corrispondenze” e al valore stesso della poesia che diventa uno strumento di conoscenza. La poesia ermetica si distingue per l’uso evocativo della parola, dell’analogia, di figure come la sinestesia. I temi ricorrenti si possono riassumere in a) ricerca del significato della vita attraverso l’indagine interiore della propria esistenza b) portare alla luce frammenti di esistenza, di vita e di natura c) visione non ottimista della vita stessa attraversata dal “male di vivere”,quindi poesia ad alto contenuto filosofico. Sono considerati ermetici Montale, Quasimodo, Saba, mentre Ungaretti è generalmente indicato come il caposcuola dell’Ermetismo.

GIUSEPPE UNGARETTI

IDEOLOGIA E POETICA Ungaretti vive nel periodo in cui la borghesia, dopo aver realizzato in Italia il capitalismo, non porta avanti gli ideali di giustizia e libertà, ma si chiude in se stessa, temendo di perdere la propria egemonia, e affida la risoluzione delle proprie contraddizioni sociali prima al colonialismoimperialismo,poi alla guerra mondiale, al fascismo e alla II guerra mondiale.E’ l’esperienza della guerra che rivela al poeta la povertà dell’uomo,la sua fragilità e solitudine, ma anche la sua spontaneità e semplicità (primitivismo) che viene ritrovata nel dolore. L’esistenza è un bene precario ma anche prezioso. In guerra egli si è sottratto ad ogni vanità e orgoglio; nella distruzione e nella morte ha però riscoperto il bisogno di una vita pura, innocente, spontanea, primitiva. Ha acquisito compassione per ogni soldato coinvolto nell’assurda logica della guerra: ha maturato,per questo, un profondo senso di fraterna solidarietà. La sua visione esistenziale è dolorosa perché egli pensa che l’uomo non abbia la possibilità di concretizzare le sue aspirazioni conoscitive e morali. Ungaretti non crede nelle filosofie razionali e cerca di cogliere la realtà attraverso una poetica che s’incentri sull’analogia, cioè sul rapido congiungimento di ordini fenomenici diversi, di immagini fra loro molto lontane che la coscienza comune non metterebbe insieme. Questa esperienza lo porta a rifiutare -soprattutto nell’Allegria ogni forma metrica tradizionale: rifiuta il lessico letterario, le convenzioni grammaticali, sintattiche e retoriche (ad es. elimina la punteggiatura, il “come” nelle analogie, ecc. Diventano importanti gli accenti tonici, le pause). Crea un ritmo totalmente libero, con versi scomposti, brevissimi, scarni, fulminei, dove la singola parola acquista un valore assoluto, dove il titolo è parte integrante del testo. La poetica qui è frammentaria, allusiva, scabra, anche perché il poeta non ha una realtà ben chiara da offrire. Ne Il porto sepolto Ungaretti lascia intendere che poesia significa possibilità di contemplare la purezza in un mondo caotico e assurdo, ma la poesia dev’essere espressione di un’esperienza particolare, intensamente vissuta: la ricerca del vocabolo giusto è faticosa, perché l’uomo deve liberarsi del male che è in lui e fuori di lui. Ne L’allegria il poeta non accetta le illusioni e preferisce star solo con la sua sofferenza (cfr. Peso, dove al contadino-soldato che si affida,ingenuamente, alla medaglia di Sant’Antonio per sopportare meglio il peso della guerra, il poeta preferisce stare “solo”, “nudo”, cioè senza illusioni (“senza miraggio”), con la sua anima. Ungaretti tuttavia non è ateo: si limita semplicemente a chiedersi che senso ha Dio in un mondo di orrori (cfr Risvegli) e perché gli uomini continuano a desiderarlo quando ciò non serve loro ad evitare gli orrori (cfr Dannazione). Il contrasto è fra una religiosità tradizionale, superficiale, e una religiosità più intima e sofferta, che in Fratelli si esprime come profonda umanità,partecipazione al dolore universale. E’ solo negli Inni che Ungaretti ripone nella fede religiosa la soluzione delle contraddizioni umane (cfr La preghiera).Il superamento dell’autobiografismo e la modificazione dello stile ermetico avviene nel Sentimento del tempo. Qui il poeta ha consapevolezza che il tempo è cosa effimera rispetto all’eterno (la riflessione è molto vicina ai temi della religione). La poesia aspira a dar voce ai conflitti eterni, a interrogativi drammatici: solitudine e ansia di una comunicazione con gli altri, rimpianto di un’innocenza perduta e ricerca di un’armonia col mondo, ecc. In questa raccolta Ungaretti ritrova i metri e i moduli della tradizione poetica italiana (ad es. riscopre il valore dell’endecasillabo, del sistema strofico, della struttura sintattica).L’ultima importante raccolta, Il dolore, contiene 17 liriche dedicate al figlio e altre poesia di contenuto storico (sulla IIa guerra mondiale).Qui il discorso diventa più composto, quasi rasserenato. Toni e parole paiono affiorare da un’alta saggezza raggiunta al prezzo di una drammatica sofferenza. Il poeta esprime una inappagata ma inesauribile tensione alla pace e all’amore universali.

Analisi delle poesie di Ungaretti

Le poesie di Ungaretti, sono molto diverse da quelle degli altri poeti. Esse, infatti, sono molto brevi, a volte composte da una sola frase,mancano di punteggiatura ed è molto importante il titolo. Poesie brevi-Le poesie di Ungaretti sono brevi; infatti l’autore è un poeta ermetico. Questa forma letteraria, difatti, dà poca importanza alla lunghezza della poesia, esaltando invece le emozioni forti, a volte molto evidenti, a volte nascoste. Mancanza della punteggiatura-La mancanza della punteggiatura dà alla poesia un senso di dolore.Infatti, le poesie di Ungaretti sono molto tristi, essendo ispirate dalla Prima Guerra Mondiale. Anche gli spazi tra una strofa e l’altra sono importanti: danno alla poesia un ritmo simile ad un singhiozzo.L’importanza del titolo Il titolo, nelle poesie ermetiche, è molto importante. In esse,infatti, è racchiuso tutto il significato della poesia, e, a volte, ne è racchiusa la morale.

OPERE:

Tutte le sue opere sottocitate sono racchiuse nel lavoro:” Vita di un uomo

Il porto sepolto (1916);

Allegria di Naufragi (1919);

Sentimento del tempo (1933);

Il dolore (1947);

La Terra promessa (1950);

Un grido e paesaggi (1952);

Il taccuino del vecchio (1960);

Dialogo d’amore (1958);

EUGENIO MONTALE

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 da una famiglia di commercianti . Per motivi di salute interruppe gli studi regolari alla terza tecnica; da autodidatta arrivò a licenziarsi ragioniere nel 1913. Nel 1917 fu chiamato alle armi. Allievo ufficiale, fu assegnato alle zone di guerra e combattè volontario in Trentino. Il congedo, nel 1920, riportò Montale a Genova e lo reinserì nella vita d’anteguerra: nessun lavoro fisso, il rito delle vacanze estive a Monterosso, nelle Cinque Terre, e in più qualche collaborazione a riviste e giornali, la frequentazione degli ambienti letterari, la nuova amicizia col poeta Camillo Sbarbaro. Nel 1922 l’esordio pubblico sulla rivista torinese “Primo tempo”, con i sette componimenti di Accordi e la poesia Riviere, lavori scritti tutti tra il ’19 e il ’21. Ma la notorietà giunse nel 1925 con la raccolta Ossi di seppia (la poesia più antica della raccolta è del 1916: Meriggiare pallido e assorto). Nello stesso anno una serie di interventi pubblici precisò la fisionomia politico -letteraria di Montale: sottoscrisse il manifesto crociano degli intellettuali antifascisti; pubblicò sulla rivista milanese “L’Esame” l’Omaggio a Italo Svevo, con il quale per primo impose all’attenzione della critica l’opera dello scrittore triestino. Lasciata Genova nel 1927, Montale si trasferì a Firenze. Gli anni fiorentini segnarono il superamento dell’universo poetico ligure e videro la gestazione di Le occasioni, raccolta uscita nel 1939, ma anticipata nel 1932 da La casa dei doganieri e altri versi, e contenente liriche che risalivano fino al 1926. Si trattò di un periodo di grande attività: Montale si legò strettamente agli scrittori antifascisti riuniti intorno alla rivista “Solaria ” ; tradusse molto, dapprima scegliendo poeti che sentiva congeniali come Eliot, Pound, Yeats e altri, poi per necessità (Melville,Steinbeck, Fitzgerald, Marlowe, Shakespeare); a Firenze conobbe nel 1927 Drusilla Tanzi, che divenne poi la sua compagna, e infine sua moglie.

Nei 1943 pubblicò a Lugano le poesie che andranno a costituire il primo nucleo della sua terza raccolta: La bufera e altro, del 1956.Milano fu la terza città di Montale. Vi si trasferì nel 1948, assunto come redattore al “Corriere della sera”. Con l’uscita, nel 1956(contemporaneamente a La bufera), della raccolta di ricordi e confessioni La farfalla di Dinard, risultò evidente l’organica connessione che si era instaurata, nel mondo espressivo di Montale, fra prosa e poesia. La raccolta Satura (1971), comprendente gli Xenia dedicati alla moglie morta nel 1963 e già pubblicati nel ’66, riaprì in modo quasi inaspettato, un ciclo di grande fertilità poetica, una “quarta stagione” montaliana. In pochi anni, dopo Satura, comparvero altre due raccolte, Diario de/ ’71 e del ’72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977). Montale passò gli ultimi anni di vita a Milano, assistito dalla governante Gina Tiossi. Nel 1967 fu nominato senatore a vita (aderì in senato al raggruppamento liberale). Nel 1975 gli fu conferito il premio Nobel. Morì nel 1981.

LA POESIA DI MONTALE

Il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso. Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto) e che impedisce di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita. Né d’altra parte c’è alcuna fede religiosa o politica che possa consolare e liberare l’uomo dall’angoscia esistenziale. Nemmeno la poesia, che per Ungaretti e in genere per i poeti del Decadentismo è il solo strumento per conoscere la realtà, può offrire all’uomo alcun aiuto. Perciò, egli scrive, “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, ossia la parola magica e

chiarificatrice, che possa darti delle certezze, come pensano di dirla “i poeti laureati”. L’unica cosa certa che egli possa dire, è “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ossia gli aspetti negativi della nostra vita.Di fronte al “male di vivere” non c’è altro bene che “la divina Indifferenza”, ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere). Questa indifferenza non è sempre concessa al poeta, il quale è spesso preso dalla

nostalgia di un mondo diverso, dall’ansia di scoprire “una maglia rotta nella rete / che ci stringe”, “lo sbaglio di natura”, “che ci metta nel mezzo di una verità”. La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del “male vivere” e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. Basta guardarsi intorno, suggerisce Montale, per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s’accartoccia, nel cavallo stramazzato di Spesso il male di vivere. Ogni paesaggio e ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. E’ questa la tecnica del “correlativo oggettivo”, teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot,consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni e oggetti esterni

e il mondo interiore. La stessa visione tragica della vita ispira le liriche della seconda raccolta, Occasioni (1939). In essa Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata, amori, incontri di persone, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia del passato a consolazione del presente, come avviene in Quasimodo, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico, come altre esemplificazioni del male di vivere, così che anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, il Montale si risolve in una conferma della propria

solitudine e angoscia esistenziale. Il male di vivere è, per esempio, in Dora Markus. Dora Markus è una donna che il poeta ha conosciuto a Porto Corsini presso Ravenna. Nella prima parte la donna è colta nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d’avorio,racchiuso nella borsetta. Nella seconda parte è colta nella sua casa di Carinzia, ripresa dalle sue abitudini casalinghe, ignara che su lei, ebrea, e sull’Europa indifferente “distilla veleno / una fede feroce”: è il presentimento delle persecuzioni naziste e della guerra. In un’altra poesia (Non recidere, forbice), Montale accenna alla forza disgregatrice del tempo, che ci porta via anche i ricordi più belli. Nella memoria che si sfolla, da cui cioè svaniscono persone e cose care, non recidere, o forbice, invoca il poeta, l’ultimo volto caro che vi è rimasto. Ma è inutile

supplicare, un colpo di scure colpisce la vetta dell’albero e l’acacia ferita lascia cadere il guscio di una cicala nel primo fango di novembre. Tutto dunque svanisce lasciando l’uomo in una fredda solitudine. Nella Casa dei doganieri il poeta ricorda la casa a strapiombo sulla scogliera, che era stata luogo degli incontri con la donna amata; ma il ricordo di quella casa è vivo solo in lui, mentre la donna, frastornata da altre vicende, ha dimenticato. Anche qui la rievocazione del passato si risolve per il poeta in una conferma del “male di vivere”, della nostra solitudine.

Temi analoghi, tutti centrati sul male di vivere si leggono nelle due ultime raccolte di liriche, La bufera ed altro (1957), in cui la guerra è l’altra “occasione” di meditazione del poeta, e Satura (1971), che comprende una serie di colloqui del poeta con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata. Questa sostanziale identità di temi, da Ossi di seppia a Satura, discosta Montale da Ungaretti. Mentre in Ungaretti l'”uomo di pena” si trasforma in uomo di fede, Montale rimane sempre solo uomo di pena.

UMBERTO SABA

Umberto Saba nacque il 9 marzo 1883 a Trieste – allora parte dell’Impero austro-ungarico – da madre ebrea e da Ugo Edoardo Poli, di nobile famiglia veneziana e agente di commercio. Edoardo si era convertito alla religione ebraica in occasione del matrimonio, avvenuto nel 1882. Tuttavia, quando nacque Umberto i due si erano già separati.

In Italia Umberto fu vittima della persecuzione razziale per via della sua origine ebraica, cercò rifugio prima a Parigi, poi a Roma sotto la protezione di Giuseppe Ungaretti ed infine a Firenze, ospite di Montale. Visse una malinconica infanzia, tormentata dalla mancanza del padre. Nel 1911 pubblicò, a proprie spese e con lo pseudonimo di Saba, il suo primo libro, Poesie.

Umberto Saba, refrattario a schieramenti politici ma tendente all’interventismo per le sue origini triestine, arriva a collaborare con Il Popolo d’Italia diretto da Benito Mussolini.

Allo scoppio della grande guerra venne richiamato alle armi; terminata la guerra e ritornato a Trieste, dopo aver fatto per parecchi mesi il direttore di un cinematografo del quale era proprietario suo cognato, rilevò una libreria grazie all’eredità di una zia.

Nel 1938, poco prima del secondo conflitto mondiale, a causa delle leggi razziali, fu costretto a cedere formalmente la libreria al commesso Carlo Cerne e ad emigrare in Francia, a Parigi. Ritornato in Italia alla fine del 1939, si rifugia prima a Roma, dove Ungaretti cerca di aiutarlo, ma senza risultato, e poi nuovamente a Trieste, deciso ad affrontare con gli altri italiani la tragedia nazionale.

Dopo l’8 settembre 1943 fu però costretto a fuggire con Lina e la figlia Linuccia, e a nascondersi a Firenze, cambiando spesso appartamento. Gli sarà di conforto l’amicizia di Montale che, a rischio della vita, andrà a trovarlo ogni giorno nelle case provvisorie, e quella di Carlo Levi. Uscirà intanto a Lugano, con una prefazione di Gianfranco Contini, la raccolta Ultime cose, aggiunta poi nella definitiva edizione del Canzoniere, che uscirà a Torino, edita da Einaudi, nel 1945. Nel 1955, stanco e malato, e sconvolto per la malattia della moglie, si fece ricoverare in una clinica di Gorizia, dalla quale uscì solo in occasione del funerale della moglie, mancata il 25 novembre 1956. Saba muore nove mesi dopo, il 25 agosto 1957, mentre sta lavorando alla stesura di Ernesto, rimasto incompiuto e pubblicato postumo.

LA POETICA

Pur essendo considerato tra i maggiori poeti del Novecento, Saba è molto difficilmente classificabile all’interno di correnti letterarie. Lo stile “umile” che lo caratterizza, l’amore conflittuale per la propria città, l’autobiografismo sincero, il senso della quotidianità, sono però caratteristiche a lui generalmente riconosciute, insieme a un tono profondamente malinconico.

La poesia di Saba è semplice e chiara. Nella forma adopera le parole dell’uso quotidiano e nei temi ritrae gli aspetti della vita quotidiana, anche i più umili e dimessi: luoghi, persone, paesaggi, animali, avvenimenti, Trieste con le sue strade, le partite di calcio ecc. Una vera e propria dichiarazione di poetica la possiamo leggere nella lirica Il borgo della raccolta Cuor morituro (1925-1930). Il Canzoniere, poi, da lui concepito come autobiografia totale, raccoglie tutte le sue poesie (ne diede varie edizioni sempre accresciute: nel 1921, 1945, 1948, 1957 e, per ultimo, nel 1961).

I temi della sua poesia sono Trieste, la città natale, il mare come simbolo di fuga e di avventure spirituali, gli affetti personali e familiari (principalmente Lina, la moglie, e Linuccia, la figlia), le memorie dell’infanzia, il rapporto con la natura e le riflessioni sull’attualità.

Il Canzoniere è progettato secondo il disegno di un itinerario poetico che segue fedelmente quello della vita dell’autore: «E il libro, nato dalla vita, dal “romanzo” della vita, era esso stesso, approssimativamente, un piccolo romanzo. Bastava lasciare alle poesie il loro ordine cronologico; non disturbare, con importune trasposizioni, lo spontaneo fluire e trasfigurarsi in poesia della vita». Sono parole di Saba, tratte dal commento in terza persona che, sotto lo pseudonimo di Giuseppe Carimandrei, il poeta elaborò tra il 1944 e il 1947 con il titolo di Storia e cronistoria del Canzoniere.

La struttura del Canzoniere si pone quindi come parallela al flusso continuo e ininterrotto della vita dell’autore, narrandone poeticamente gli eventi significativi.

L’edizione Prose, del 1964, raccoglie tutta la produzione in prosa, mentre l’edizione Ricordi/Racconti, 1910-1947 comprende la sezione Gli ebrei del 1910-1912, costituita da bozzetti e descrizioni delle abitudini di vita della comunità ebraica di Trieste. Ancora abbiamo le Sette novelle del 1912-1913 (fra le quali la famosa La gallina letta psicanaliticamente da Mario Lavagetto nel suo saggio La gallina di Saba) e altre sezioni e frammenti. Annoveriamo ancora tra i suoi racconti: Scorciatoie e raccontini, del 1934-1948, Storia e cronistoria del Canzoniere, scritta dal 1940 al 1947, Ernesto, scritto dal maggio al settembre 1953 e uscito postumo nel 1975.

Sullo sfondo di una Trieste fine secolo, il romanzo Ernesto è rievocazione e descrizione di inquietudini e ambigue curiosità adolescenziali con una forte componente autobiografica. Il protagonista, Ernesto, è un ragazzo che vive con la madre (sotto la vigile tutela della zia); studia il violino, legge molto e ha qualche idea vagamente socialista. Fa anche il praticante presso un venditore all’ingrosso di farina.

SALVATORE QUASIMODO

Nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia dove via via s’era trasferito il padre che faceva il capostazione. Dal 1919 al 1926 visse a Roma per frequentare il Politecnico e laurearsi in ingegneria, ma le ristrettezze economiche e gli interessi per le lingue latina e greca lo dissuasero presto da quel tipo di studi. Nel 1926 si impiegò presso il Genio Civile di Reggio Calabria e nel 1929, trasferito a Firenze, fu introdotto da suo cognato Elio Vittorini, nell’ambiente letterario della rivista “Solaria” dove conobbe Montale, e cominciò le sue pubblicazioni poetiche.

Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta di versi Acque e Terre e nel’32, trasferito a Genova, pubblicò Oboe Sommerso. Nel’34 il poeta era a Milano, accolto nell’ambiente culturale milanese, e lasciato l’impiego al Genio Civile si dedicò completamente alla poesia. Nel 1940 pubblicò la sua mirabile traduzione dei Lirici Greci ottenendo tali consensi che nel 1941 “per chiara fama” fu chiamato ad insegnare letteratura italiana al Conservatorio. Intanto, scoppiata la seconda guerra mondiale, il poeta ne fu profondamente sconvolto e maturò l’idea che la poesia dovesse uscire dalla sfera aristocratica del privato per interessarsi alle problematiche sociali e civili, intenta a “rifare l’uomo” abbruttito dagli orrori della guerra.

Questo impegno si riscontra in tutte le successive raccolte poetiche di Quasimodo: Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), La terra impareggiabile (1958). Nel 1959 gli fu attribuito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

LA POETICA

L’esperienza poetica di Quasimodo si può suddividere in tre tappe essenziali.

La prima è rappresentata dalle poesie improntate ai modelli più illustri del tempo, dal Pascoli ai simbolisti, dal d’Annunzio ai crepuscolari.”Temi” salienti:l’amore per la terra siciliana,la malinconia,il ricordo dell’infanzia. Sono sentimenti che il poeta lascia sgorgare dall’animo con sincera effusione, ma con linguaggio sobrio.

La seconda ha come esperienza “l’ermetismo”; nelle liriche di questo periodo prevale la scelta formale (lo studio della parola porta ad una poesia “pura” e intensa). Siamo negli anni dell’appassionato studio dei lirici greci e l’esercizio sulle lingue classiche permette a Quasimodo di conciliare le esigenze della nuova poetica con il costante impegno di chiarezza.

La terza tappa si può considerare quella che scaturisce dalla dolorosa esperienza della guerra. In quello sconquasso la poesia non può rimanere nel suo idilliaco isolamento, ma deve farsi interprete dell’uomo, acquistare concretezza e coscienza. Quasimodo si impegna in una poesia “nuova” che manifesta l’aberrazione per la guerra e l’ansia di “rifare” l’uomo, ridandogli le sue illusioni e la fiducia nel futuro.Purtroppo, in questa ultima fase, la poesia di Quasimodo, nell’impegno di diventare incisiva, decade spesso in una certa magniloquenza declamatoria.

Quasimodo figura tra i maggiori interpreti della condizione dell’uomo moderno. Egli svolse una funzione significativa nella letteratura del Novecento, come dimostrano i numerosi riconoscimenti a lui tributati dalla cultura internazionale, che culminarono nel 1959 con l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Nella sua opera letteraria egli rivelò il suo carattere pensoso e profondamente umano e nello stesso tempo giunse, attraverso un itinerario ricco di svolte e di approfondimenti, a soluzioni originali e ricche sul piano intellettuale ed artistico. Nelle prime raccolte Acque e terre (1930) e Ed è subito sera (1942) Quasimodo sviluppò i temi connessi con la solitudine, con lo sradicamento dell’uomo, che egli individuava anche nella sua personale condizione di esule profondamente legato al mondo della sua infanzia, ossia ad una dimensione di bontà e di sanità non più raggiungibile.

Egli aderì all’Ermetismo spontaneamente, per la sua naturale esigenza di concretezza e perchè vide nella nuova poesia un sussidio contro il Romanticismo, il sentimentalismo, l’autobiografismo e qualcosa di utile per il raggiungimento di una più acuta visione delle cose; il suo ermetismo risultò in ogni caso originale, poiché egli aderì ad un linguaggio scarno ma non privo di sfumature musicali e caratterizzato da un velo di tristezza. Il paesaggio della Sicilia è quindi al centro della sua ispirazione nella prima parte della sua produzione letteraria ma non viene meno nei successivi momenti della sua storia spirituale. La sua stessa adesione alla sensibilità greca, che egli sentì come viva e importante, si collega in parte al legame affettivo che lo univa al mondo siciliano, che egli considerò particolarmente vicino a quello ellenico. Di tale adesione è frutto un libro di traduzioni di lirici greci (1940), importante come autentica opera di poesia, oltre che per l’aspetto culturale.

Alla traduzione dei poeti greci tenne dietro in particolare l’arricchimento del linguaggio poetico ed un approfondimento sul piano della concezione e della ispirazione. Di tali cambiamenti abbiamo validi esempi soprattutto nelle raccolte successive alla Seconda Guerra Mondiale. Le tragiche esperienze del conflitto indussero in particolare il poeta ad allontanarsi dagli aspetti più rigidi dell’Ermetismo, ad abbandonare le meditazioni solitarie e ad avvicinarsi a tutti gli uomini, nel tentativo di aiutarli nella ricostruzione degli antichi valori. Ciò notiamo soprattutto in Giorno dopo giorno (1949) e nella raccolta successiva La vita non è un sogno (1949) e in genere in quella parte della sua produzione che è la più apprezzata dai critici e la più ricca di valori e di significati. Tra gli elementi più importanti di questo periodo appaiono il rinnovamento del linguaggio ed un arricchimento dei temi, nell’ambito dei quali trovano posto importanti istanze sociali. È significativa inoltre la volontà dell’autore di agire per la trasformazione della realtà e per la realizzazione di un mondo migliore.

Per la presenza di questo ideale, che in realtà illumina in vario modo tutta la produzione dell’autore e per la costante partecipazione al rinnovamento della letteratura, il messaggio di Quasimodo si riassume pertanto in una nota di notevole impegno.

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