PUBLIO VIRGILIO MARONE RIASSUNTO

PUBLIO VIRGILIO MARONE RIASSUNTO

PUBLIO VIRGILIO MARONE RIASSUNTO


(lat. Vergilius)

Notizie biografiche
Publio Virgilio Marone nacque nei dintorni di Mantova (la località natale, Andes, è incertamente identificata in un paese della bassa mantovana) il 15 ottobre del 70 a.C. La famiglia apparteneva alla piccola proprietà terriera transpadana ed era sufficientemente agiata da poter garantire al figlio un percorso educativo le cui tappe, tuttavia, non sono chiare nei dettagli: si suppone che egli sia stato a Roma e soprattutto a Napoli, presso il circolo del filosofo epicureo Sirone (quest’ultima notizia deriva da un carme pseudovirgiliano incluso nella raccolta Catalepton: come tale, il suo valore probatorio non appare indiscutibile).

Uno degli eventi fondamentali nella biografia di Virgilio si situa nel 41 a.C., quando le campagne del mantovano furono oggetto di sistematiche confische e ridistribuzioni terriere finalizzate – come d’uso – a ricompensare i veterani dell’esercito, segnatamente quelli che avevano combattuto nella battaglia di Filippi (42 a.C.), scontro epocale che aveva visto vincitori Ottaviano (il futuro Augusto) e Antonio contro i cesaricidi Bruto e Cassio. È opinione comune, fondata su molteplici accenni delle Bucoliche (la prima delle opere virgiliane sicuramente autentiche), che allo stesso Virgilio sia stato sottratto il podere avito, e che per intercessione di un membro dell’entourage di Ottaviano – se non grazie a Ottaviano in persona – il poeta abbia potuto in séguito recuperare le terre perdute. L’intera vicenda – ricostruita con una certa dose di fantasia sin dall’antichità – è però alquanto oscura, e non si può escludere che essa si fondi interamente o quasi interamente su illazioni autoschediastiche (cioè ricavate per congettura dai testi virgiliani al fine di interpretare i testi stessi). In ogni caso, intorno al 40 Virgilio – che sta attendendo appunto alla composizione delle Bucoliche – è già venuto in contatto con alcuni dei membri dell’élite politica romana: in particolare Asinio Pollione, Cornelio Gallo e Alfeno Varo; data invece a dopo la pubblicazione delle Bucoliche (38 a.C.) il contatto, presto stabile e proficuo, con la cerchia di Mecenate, colui che a Virgilio garantirà per sempre protezione, avvicinandolo stabilmente al futuro principe Ottaviano.

Fra il 37 e il 31 a.C. (data della battaglia di Azio), Virgilio risiede verosimilmente fra Roma e la Campania e attende alla stesura delle Georgiche, in pieno accordo con l’ideologia espressa dall’ambiente di Mecenate e Ottaviano. Nel 29 a.C. quest’ultimo, di ritorno dalla sua vittoriosa campagna militare in Oriente, fa tappa ad Atella, in Campania, per incontrare Virgilio e assistere alla lettura (forse in anteprima e addirittura in anticipo sul compimento del poema) delle Georgiche. È un sodalizio – quello fra il principe e il poeta – che accompagnerà tutti gli anni a venire della vita virgiliana, durante i quali vedrà poco a poco la luce l’Eneide. Brani del poema furono letti a Ottaviano durante la stesura, e grande era l’attesa che andava creandosi intorno a quello che gli intellettuali augustei giudicavano come un miracolo letterario paragonabile ai poemi omerici. Ma Virgilio, di ritorno da un viaggio in Grecia, cadde malato nel settembre del 19 a.C. e morì improvvisamente (il 21 del mese) a Brindisi, per essere quindi sepolto a Napoli. Il poema era sostanzialmente terminato, ma richiedeva ancora d’essere rifinito e rimeditato in molte sue parti. È leggenda antica che in punto di morte Virgilio abbia chiesto che l’Eneide venisse bruciata. Ma il poema fu ugualmente pubblicato, postumo e per le cure dell’amico Vario Rufo. L’evento fu salutato – ed è tuttora considerato – come uno dei più importanti di tutta la letteratura classica.


Opere virgiliane e pseudo-virgiliane

Sotto il nome di Virgilio è giunto sino a noi un corpus poetico piuttosto esteso, di cui però vanno considerati sicuramente autentici soltanto le dieci composizioni in esametri note con il nome di Egloghe o Bucoliche (composte fra il 42 e il 38 a.C.), il poema didascalico in quattro libri intitolato Georgiche (terminato probabilmente nel 29 a.C.) e il poema epico in dodici libri intitolato Eneide (pubblicato postumo poco dopo il 19 a.C.). Gli altri testi attribuiti a Virgilio, con un procedimento di ascrizione pseudoepigrafica che non stupisce a fronte della fortuna e dell’autorevolezza di cui godette, sin dal I secolo d.C., il poeta mantovano, vanno tradizionalmente sotto il nome di Appendix Vergiliana. Si tratta di un complesso testuale assai composito per generi, temi e probabilmente epoca; in esso sono compresi:
1. le Dirae («Maledizioni»), un poemetto in esametri appartenenti al genere della poesia d’invettiva già praticata, per esempio, da Callimaco, e qui ambientata in un contesto pastorale che riprende il modello, l’ambiente e i presupposti storici (la confisca delle terre destinate ai veterani) delle Bucoliche;

2. la Lydia, un lamento amoroso di ambientazione pastorale, anch’esso in esametri, dedicato appunto a una donna di nome Lidia;

3. il Catalepton (in greco katà leptón, «alla buona», «alla spicciolata»), raccolta di quindici testi brevi su vari argomenti e sul modello di analoghe composizioni alessandrine: gli studiosi non escludono che vi si celino brani virgiliani autentici (in particolare il quinto e l’ottavo carme), risalenti alla giovinezza del poeta;

4. il Culex («Zanzara»), frivolo epillio in esametri alla maniera alessandrina, che quasi parodizza il tema delle grandi catàbasi infernali occorse a eroi come Odisseo, Teseo, Eracle, Enea: è qui la zanzara del titolo a visitare l’Ade, dopo essere stata uccisa da un pastore a cui essa – con la sua puntura – ha in realtà salvato la vita, sottraendolo al morso ben più dannoso di un serpente;

5. la Ciris («Airone»), epillio in esametri dedicato alla storia di Scilla, che tradisce il re di Megara suo padre per amore del nemico Minosse, e viene infine trasformata in un uccello marino;

6. la Copa («Ostessa»), breve componimento in distici elegiaci dedicati a una scenetta popolaresca sul gusto del ‘realismo’ alessandrino: la padrona di un’osteria incanta gli avventori con la sua danza;

7. il Moretum («Focaccia»), carme esametrico che descrive – non senza accenni di moralistica idealizzazione – la colazione frugale di un piccolo contadino;

8. i Priapea (il titolo allude alla divinità agreste Priàpo), tre carmi di contenuto salace che riprendono un genere assai fortunato a partire dal I secolo a.C.;

9. le Elegiae in Maecenatem («Elegie per Mecenate»), dedicate alla vita e alla morte (8 a.C.) del grande protettore di poeti, amico di Augusto e di Virgilio: evidente l’anacronismo dell’attribuzione al poeta, morto nel 19 a.C.;

10. l’Aetna («Etna»), poemetto didascalico dedicato ai fenomeni del vulcanismo, trattati con maturo atteggiamento scientifico secondo un gusto che fu assai diffuso nel I secolo d.C.


Le Bucoliche

Prima delle opere virgiliane sicuramente autentiche, le Bucoliche furono composte fra il 42 e il 38 a.C. Comprendenti dieci composizioni (dette Egloghe) di ambientazione pastorale, esse riprendono temi e ambienti della grande poesia bucolica alessandrina, a cominciare da Teocrito; i pastori-poeti che sono spesso protagonisti di tale genere letterario (fortunatissimo in Occidente sino alle soglie dell’età contemporanea) rispondono al gusto ‘realistico’ o ‘pseudo-realistico’ alessandrino, che, destinando carmi formalmente squisiti a un pubblico cittadino o addirittura a un’élite politico-sociale metropolitana, dà il via a quella idealizzazione della campagna, della sua semplicità, della sua naïveté non disgiunta da un innato senso poetico, che costituisce una costante dello stile bucolico (in séguito si dirà ‘arcadico’, dal nome della regione greca Arcadia, di marcata caratterizzazione pastorale, alla cui idealizzazione Virgilio porterà non pochi argomenti).

Sono i pastori (i ‘bovari’ cui rimanda il titolo Bucoliche) i protagonisti di carmi che Virgilio riprende – non però in un passivo procedimento di imitazione – dalla raffinata arte ellenistica: pastori che dialogano (come in Buc. 1 e 9), più spesso si affrontano in estemporanee competizioni poetiche (come in Buc. 3, 7, 8) e volentieri si effondono in lamenti d’amore (come in Buc. 2, ma non solo); né mancano carmi di diversa impostazione, come Buc. 4 (al centro di un enigma esegetico che tormentò antichi e moderni, e che contribuì a fare di Virgilio un poeta pre-cristiano: l’egloga annuncia la nascita di un fanciullo fatale, che darà inizio a una nuova epoca cosmica), Buc. 5 (lamento sulla morte del mitico pastore-poeta Dafni), 6 (il dio Sileno, catturato da due fanciulli, declama versi di carattere naturalistico in cui si allude al poeta Cornelio Gallo, amico di Virgilio, e si dà spazio a dichiarazioni di poetica ispirate ai principi dell’estetica di Callimaco), 10 (consolazione dedicata a Cornelio Gallo, che soffre indicibili pene d’amore).

Gli studiosi si sono a lungo interrogati sulle fasi compositive della raccolta, tentando di isolare i testi più antichi e i testi più recenti. È opinione comune che le egloghe 1 e 9 serbino tracce dell’esperienza personale di Virgilio (le confische terriere degli anni 41-40 a.C.), ma certo le allusioni ad Ottaviano nella prima di esse fanno pensare a una composizione relativamente tarda; le allusioni profetiche dell’egloga 4 – che risente delle ansie di palingenesi caratteristiche dell’epoca – sono in genere riferite al consolato dell’amico e protettore Asinio Pollione (40 a.C.).


 

Le Georgiche
Se con le Bucoliche Virgilio rimane nel solco della grande poesia ellenistica che aveva condizionato fortemente l’esperienza poetica romana del I secolo a.C. – pur con spunti originali e personalissimi, a cominciare dalle allusioni autobiografiche e dagli ambienti italici – le Georgiche segnano il passaggio all’arte virgiliana più matura, praticata all’ombra di Mecenate e di Ottaviano. Se le Bucoliche erano dedicate ai pastori, in un prospettiva di evasione e di idealizzazione, tra i valori dominanti del canto poetico, dell’amore e dell’otium, i quattro libri delle Georgiche sono il poema del piccolo proprietario terriero romano: una figura centrale nella propaganda di Ottaviano e nel progetto di rinascita sociale e morale – in paradossale equilibrio fra conservazione e innovazione – promosso dalla politica augustea.

Composte in un arco quasi decennale (più o meno dal 37 alla fine del 29 a.C., anche se una notizia del commentatore antico Servio fa pensare che il poema sia stato pesantemente rivisto dopo il 26 a.C., per eliminarne le lodi di Cornelio Gallio, caduto in disgrazia presso Augusto), le Georgiche dipendono dalla grande poesia didascalica greca e romana (da Esiodo a Lucrezio, attraverso gli alessandrini Arato, Eratòstene e Nicandro), ma anche dalla trattatistica scientifica sull’agricoltura (l’opera di Varrone, il De re rustica, uscì appunto intorno al 37 a.C.). In particolare la lezione di Lucrezio fa sì che Virgilio rimediti la cifra alessandrina dominante nelle Bucoliche, e giunga a conciliare, in un’opera che alcuni giudicano la più perfetta dal punto di vista formale, le istanze del preziosismo ellenistico e quelle della più alta e impegnata poesia didattica.

I quattro libri sono dedicati rispettivamente alla coltivazione dei campi, all’arboricoltura, all’allevamento e all’apicoltura. Il lavoro è al centro del poema, e la necessità del lavoro è teorizzata in un quadro teologico e provvidenzialistico di grande impegno teoretico: sicché, in una contrapposizione probabilmente schematica, si suole rimarcare l’afflato stoicheggiante che anima le Georgiche, di contro al giovanile epicureismo che sostiene le Bucoliche.

I quattro libri sono organizzati secondo un vistoso gusto delle simmetrie: tutti sono aperti da un proemio (ampio e circostanziato quello dei libri I e III, breve e tematicamente circoscritto quello dei libri II e IV) e chiusi da una digressione che in alcuni casi gode di autonoma dignità artistica: sulle guerre civili nel libro primo, sulla vita dei contadini nel secondo, sulla peste che falcidiò gli animali del Norico nel terzo, sulla vicenda di Aristèo, Òrfeo ed Eurìdice nel quarto (quest’ultimo costituisce un vero e proprio epillio indipendente, e, secondo una notizia antica assai discussa, sarebbe stato composto per sostituire un brano politicamente sconveniente, perché dedicato all’amico Cornelio Gallo, caduto in disgrazia presso Augusto). Tutto il resto è occupato da precetti di carattere didascalico, dove lo straordinario effetto estetico è suscitato dal contrasto armonico fra il tema (spesso umile) e l’altissima cura formale. Gli studiosi virgiliani, pur rimarcando la pertinenza degli argomenti scelti al programma ideologico augusteo, non hanno mancato di riscontrare nel poema tutti quegli elementi di inquietudine e di sottile lacerazione interiore che appaiono caratteristici di Virgilio, e che fanno di lui tutt’altro che il passivo portavoce di un programma politico e propagandistico.

L’Eneide


Il poema in dodici libri che fece di Virgilio, a giudizio dei contemporanei e dei posteri, il vero Omero della latinità, nasce innanzitutto da una geniale contaminazione dei modelli greci. Tornando al grande epico greco dopo l’esperienza degli epici latini (Nevio e in primo luogo Ennio, che fu da Virgilio più trasceso che soppiantato, dopo la grande foga anti-enniana della poesia neoterica), l’autore dell’Eneide contemporaneamente continua e contamina Omero: così i libri I-VI, che narrano il viaggio di Enea da Troia (in flash-back) e da Cartagine sino alle coste del Lazio, riprendono la struttura dell’Odissea; e i libri VII-XII, che narrano la guerra combattuta da Enea e dai Troiani contro gli italici capeggiati da Turno, riprendono temi e struttura dell’Iliade (compresa la triade Achille/Patroclo/Ettore, corrispondente ora a Enea/Pallante/Turno). È facile vedere come questo disegno ribalti Omero: non solo nell’ordine in cui sono riprodotti due modelli, ma anche in alcuni importanti elementi strutturali (il viaggio di stile ‘odissiaco’ è un viaggio verso il futuro [Roma], voluto dagli dèi, non un ritorno al passato [Itaca], osteggiato dagli dèi; la guerra – nella seconda parte ‘iliadica’ – mira alla fondazione di una città [Roma], non alla sua distruzione [Troia]).

Su questo impianto strutturale, Virgilio costruisce un poema che riprende moduli e motivi dell’epica omerica, ma arricchendoli di connotazioni e di valori interamente romani (per esempio, la pietas di Enea), e tuttavia distaccandosi da quella che poteva essere una banale epica ‘augustea’ o ‘cesarica’: l’ambientazione mitica garantisce uno straniamento che è foriero di nuove prospettive sulla stessa età presente (in questo Virgilio si oppone fra l’altro alla scelta ‘storica’ e contemporanea di Nevio e di Ennio), e se la leggenda di Enea è ormai ben ambientata a Roma (che la città e il suo popolo derivino dagli esuli Troiani è un motivo mitico arcaico, che ricevette nuovo impulso a partire dai contrasti con il mondo greco che segnarono il II secolo a.C.), Virgilio la approfondisce in molti sensi, da una parte insistendo sul suo carattere fatale e provvidenzialistico, dall’altra non nascondendo – ed è questa la cifra che più incanta i moderni – il carico di dolori e di pene che il compiersi del fato comporta. Convivono così l’ottimismo teleologico e progressistico che mira a fare di Roma e in particolare di Augusto il coronamento di un progetto cosmico, e il pessimismo latente nella perenne tristezza di un eroe che, pur vincitore, non può vantare le certezze e la solidità dell’eroe omerico. Di qui una strisciante ideologia antibellicistica che è stata più volte riconosciuta nei punti nodali del poema: dalla vicenda che vede prima amanti e poi nemici Enea e la cartaginese Didone (mitico antefatto delle guerre puniche), allo scontro definitivo con il nemico Turno, che Enea uccide – come Achille uccise Ettore – soltanto per un incontenibile impulso d’ira. Per l’approfondimento delle analisi psicologiche e per lo spazio concesso agli aspetti umani di tutta la narrazione, si è spesso parlato di un’epica ‘soggettiva’ opposta all’epica ‘oggettiva’ (secondo un diffuso cliché romantico) che sarebbe stata tipica di Omero. Certo è che l’eroe virgiliano mostra a più tratti, e programmaticamente, connotazioni umanissime, se non addirittura – da un punto di vista epico – antieroiche.

 

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