PROMESSI SPOSI PADRE DI GERTRUDE ANALISI

PROMESSI SPOSI PADRE DI GERTRUDE ANALISI

PROMESSI SPOSI PADRE DI GERTRUDE ANALISI


 

Nel romanzo di A. Manzoni I Promessi Sposi compare in aiuto dei protagonisti Renzo e Lucia, più precisamente in aiuto di Lucia ed Agnese, un personaggio di secondo piano ma di notevole rilevanza per la comprensione della mentalità del ceto sociale nobile del tempo: Gertrude o la Signora o meglio ancora come la conoscono tutti la monaca di Monza. Alla storia di questo personaggio Manzoni dedica più di un capitolo, evidenziandone la caratteristica principale. A dettare la vita di questa donna fin da bambina verso un destino nel monastero è il padre, chiamato appunto “il principe padre”. Infatti il principe, come era solito al tempo, aveva deciso che il suo intero patrimonio sarebbe andato al figlio primogenito, mentre agli altri sarebbe stato legato un destino di clausura in convento, chi qua, chi là. Gertrude nasce con un nome secondo il padre da chiostro, cresce con giocattoli raffiguranti monache e anche se non le viene mai detto direttamente di diventare monaca glielo viene fatto intendere senza troppi complimenti. Inoltre riceve la sua educazione dall’età di sei anni fino ai quattordici nel monastero di Monza, dove avrebbe poi trascorso anche la sua vita adulta.

Il principe padre è un, come lo si potrebbe definire, “nobile convinto”, ovvero è molto legato al valore del nome della famiglia. E’ convinto che “… il sangue si porta per tutto dove si va”, intendendo che una sua figlia nel monastero avrebbe goduto di privilegi superiori e sarebbe sicuramente diventata col tempo madre badessa, ma questo comportava anche comportarsi da nobile. Notiamo quindi il contrasto tra una possibile educazione cristiana come avrebbe dovuto essere quella assegnata a Gertrude e la vera educazione che invece fornisce il padre nobile. Egli è molto orgoglioso ed è una perfetta espressione del nobile seicentesco. Pur essendo egli padre di Gertrude, lo stesso sangue e lo stesso nome, ciò non prelude un obbligo di amore tra i due, o almeno ne esclude il dovere a dimostrarlo. Infatti il principe padre non è un padre come lo si può intendere, cioè genitore amorevole, base (un tempo) del nucleo familiare, bensì un padre-padrone, non affettuoso, ma indisponente, mai arrendevole, bensì pretenzioso e arrogante.

L’autore non rimprovera questo comportamento che nessuno di noi si augurerebbe e men che meno augurerebbe al proprio padre, ma di certo non lo può approvare essendo pienamente contrario a quelli che oggi sono i diritti prima del bambino e poi della persona e che una volta erano solo parte di una morale comune che disapprovava una padronanza così completa da parte del padre (pur nemmeno lontanamente ai livelli di oggi). L’autore non rimprovera, non approva, ma compatisce la figlia, Gertrude, vittima prima ancor della nascita di un tale supplizio dettato dalla mentalità nobiliare. Lo vediamo nei tratti in cui le assegna epiteti come: “… poveretta…”, “… misera ascoltatrice…”, “… infelice…”, “… sventurata…” e altro.

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