POEMA PARADISIACO

 

POEMA PARADISIACO

POEMA PARADISIACO


Il Poema paradisiaco è una raccolta di poesie pubblicata da Gabriele d’Annunzio presso l’editore Treves di Milano nella primavera del 1893, composta da liriche scritte fra il 1890 e il 1893 (in gran parte però sono del 1891 e 1892). L’opera è suddivisa in cinque sezioni: il Prologo (composta da 5 poesie), l’Hortus conclusus (9 poesie), l’Hortus larvarum (17), l’Hortulus animae (17) e l’Epilogo (5). Nelle liriche che costituiscono la raccolta d’Annunzio porta alle estreme conseguenze le istanze implicite negli esperimenti avviati con il romanzo Giovanni Episcopo. Tanto nei singoli componimenti quanto nell’organismo complessivo della raccolta, infatti, il tema del contrasto tra la lussuria distruttiva e il desiderio di liberarsene, che caratterizzava le ultime opere, diventa centrale, ma ora l’ansia di purificazione, diversamente da quanto succedeva nella Chimera, nel Giovanni Episcopo e in parte nell’Innocente, trova uno sbocco preciso. Essa si incanala positivamente – senza isterismi o azioni delittuose, anche se non senza concessioni al macabro e al sadico – nel desiderio e nello sforzo di attingere una «bontà» che a sua volta si identifica in cose «buone» per definizione, come l’innocenza infantile, la terra, la casa natale, il nucleo familiare, la madre, le sorelle. Nelle liriche dell’Epilogo della raccolta, poi, l’ansia di bontà che nelle due sezioni centrali del Poema appare variamente insidiata da ostacoli – come l’erotismo o l’evasione nel sogno – arriva a una soluzione del tutto inattesa. Dopo la scoperta dell’illusorietà delle cose «buone», la salvezza dai mostri della lussuria e dalle chimere dell’arte si configura come una sorta di raggiunta maturità e come un programma di apertura verso il prossimo e verso le sofferenze altrui, in linea con il programma di vita che d’Annunzio si è tracciato, fin dal gennaio 1890, nel sonetto O giovinezza!:

O giovinezza!

O Giovinezza, ahi me, la tua corona

su la mia fronte già quasi è sfiorita.

Premere sento il peso de la vita,

che fu sì lieve, su la fronte prona.

Ma l’anima nel cor si fa più buona,

come il frutto maturo. Umile e ardita,

sa piegarsi e resistere; ferita,

non geme; assai comprende, assai perdona.

Dileguan le tue brevi ultime aurore,

o Giovinezza; tacciono le rive

poi che il tonante vortice dispare.

Odo altro suono, vedo altro bagliore.

Vedo in occhi fraterni ardere vive

lacrime, odo fraterni petti ansare.

In questa nuova soluzione si riflettono sia l’eco delle dure esperienze di vita realmente provate dal poeta negli ultimi anni, sia l’eco delle istanze cristiano-sociali mutuate dalla lettura dei romanzieri russi, nel solito impasto di letteratura e vita che caratterizza la sua attività. Sempre ai modelli letterari, specialmente a quelli acquisiti di recente come Paul Verlaine, riletto in nuova chiave, e Maurice Maeterlinck, sono da ricondurre anche i toni sospirosi in cui, in linea con il registro languido e malinconico che sempre in lui affianca quello solare, si esala il compiacimento del poeta nell’assaporare la sensazione di essere «buono». Ma è sul piano stilistico-espressivo che il Poema paradisiaco rivela la sua vera importanza e dimostra come l’acquisizione di nuovi modelli sia stata determinante e risolutiva e, soprattutto, pregna di futuro. Nelle liriche della raccolta, infatti, la lingua poetica si è fatta sciolta e discorsiva, pur restando ricca di riflessi musicali, e il ricorso ad alcuni espedienti espressivi tipici dei poeti simbolisti – come l’inarcatura, la ripresa a distanza di singoli nessi, la ripetizione della medesima parola-chiave, la ripercussione all’interno dei versi di rime e assonanze – ha in gran parte sostituito le raffinatezze espressive della raccolta precedente, dando ai versi l’intima risonanza che era per lo piú mancata nelle vecchie raccolte. Certo d’Annunzio ha strumentalizzato i nuclei ideologici del simbolismo, piegandoli a scopi non sempre genuini, ma la nuova soluzione tecnica imposta al discorso poetico si salda perfettamente con la nuova sostanza sentimentale e umana della raccolta, rivelando in modo inequivocabile come d’Annunzio abbia saputo portare fino in fondo anche questa sua esperienza. La fase «paradisiaca», pur con i suoi limiti, ha insomma un’importanza centrale nella storia della sua poesia. Con il Poema egli prosegue l’opera di demolizione dei metri tradizionali, già cominciata da Carducci con le sue «barbare», e crea le premesse da cui nascerà di lí a poco il metro libero delle Laudi. L’esperienza «paradisiaca», infine, ha importanza anche da un punto di vista piú propriamente poetico: i motivi, gli atteggiamenti, le soluzioni metriche e sintattiche del Poema continueranno a esercitare, nel bene e nel male, un notevole peso sulla produzione successiva dell’autore e influenzeranno anche alcuni movimenti poetici del primo Novecento.

Occorre avvertire che l’aggettivo del titolo non ha niente a che vedere con il paradiso cristiano, ma rimanda piuttosto al significato di “giardino”, “parco recintato”, che avevano inizialmente la voce greca e poi latina da cui il termine italiano paradiso deriva[1].

La struttura e i testi completi (riprendono il testo dei Meridiani Mondadori, non sempre corretto) nel sito http://it.wikisource.org/wiki/Poema_paradisiaco

[1] Il termine italiano paradiso deriva dal lat. paradisus (che solo nel latino tardo, della Chiesa, acquista le accezioni rimaste poi tradizionali), e questo dal gr. παράδεισος «giardino, parco recintato», voce d’origine iranica, usata per la prima volta in greco da Senofonte, sempre per designare i parchi dei re e dei nobili persiani, e poi in età ellenistico-romana per significare “giardino” o anche “frutteto”: cfr. avestico pairidaēza– «recinto circolare» (passato anche nell’ebraico pardēs), comp. di pairi-, affine al gr. περί «intorno», e –daēza– affine al gr. τεῖχος «muro».

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