PIRANDELLO LA POETICA

PIRANDELLO LA POETICA

PIRANDELLO LA POETICA


Vita e forma

Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica[1]: la realtà è vita, “perpetuo movimento vitale” inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, flusso continuo come lo scorrere del magma vulcanico.

Tutto ciò che si stacca da questo flusso e assume una “forma” distinta e individuale si rapprende, si irrigidisce, comincia a morire. Così avviene dell’identità personale dell’uomo.

Secondo Pirandello noi siamo parte del flusso della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo. La personalità che ci creiamo risulta così un’illusione, un artificio.

Inoltre, siccome viviamo in una società, oltre alle forme che noi stessi ci diamo, riceviamo forme che gli altri ci danno a seconda di come ci vedono.

Le maschere imposte dal meccanismo sociale

Tutte queste “forme” rappresentano una costruzione fittizia, una “maschera” che noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale in cui viviamo. Sotto la maschera non c’è un volto definito: c’è un flusso continuo di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo più quelli che eravamo prima[2].

-La critica all’idea di identità individuale

Questa teoria della frantumazione dell’io in una serie di stati incoerenti, in continua trasformazione, è una conquista culturale significativa: agli inizi del Novecento entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, ordinata, sia l’idea di un soggetto “forte”, unitario, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà. L’io si disgrega, si smarrisce, si perde, i suoi confini si fanno labili, la sua consistenza si sfalda.

L’indebolimento dell’io

L’idea classica dell’io creatore del proprio destino, che era alla base della cultura ottocentesca, ora tramonta. L’io si indebolisce, si frantuma in una serie di stati incoerenti e Pirandello è uno degli

interpreti più acuti di questi fenomeni riflettendoli nelle sue costruzioni letterarie.

La presa di coscienza di questa inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento e dolore; l’avvertire di non essere “nessuno” provoca angoscia ed orrore, generando solitudine. Inoltre l’individuo soffre anche perché viene fissato dagli altri in “forme” in cui non può riconoscersi. L’uomo si “vede vivere”, si esamina dall’esterno, come sdoppiato.

La vita dunque, una forza  profonda e oscura, che fermenta sotto la forma, prende la sua rivincita sulla forma  solo saltuariamente: è possibile distaccarsi un momento dalla forma e “ vedersi vivere ” dal di fuori, tuttavia senza la forma non si vive più e non resta che rimettere la maschera.

I personaggi sono costretti così a sopportare l’insostenibile peso di una maschera che li schiaccia; devono assumere ruoli e identità particolari e spesso innaturali. La loro funzione diventa così quella di testimoniare il dramma della persona, della vita in generale, che pulsa dietro lo schermo illusorio della finzione.

– La “trappola”

Queste forme sono sentite come una trappola, come una prigione in cui l’individuo si dibatte, lottando invano per liberarsi. La società è, secondo Pirandello, un’ “enorme pupazzata”, una costruzione artificiosa che isola l’uomo dalla vita. L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma è la famiglia, fonte di oppressione, rancori e tensioni; l’altra trappola è quella economica, la condizione sociale ed il lavoro, almeno a livello piccolo borghese.

[1] La concezione vitalistica rimanda alla filosofia dello “slancio vitale” di Henri Bergson.

[2] Queste idee risentono dell’influenza delle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità.

Il rifiuto della vita sociale

Alla base di tutta l’opera pirandelliana dunque, si può scorgere un rifiuto per le forme della vita sociale, per i ruoli che essa impone ed un bisogno reale di autenticità, di spontaneità vitale.

La critica nei confronti delle istituzioni borghesi è caratterizzata da un pessimismo totale: Pirandello non propone alternative.

L’eroe estraniato

L’unica via di relativa salvezza che Pirandello affida ai suoi personaggi è la fuga nell’irrazionale, nell’immaginazione che trasporta verso un altrove fantastico, oppure la follia, eccellente strumento di contestazione, che, scardinando le convenzioni, le riduce all’assurdo rivelandone l’inconsistenza.

Questo rifiuto della vita sociale dà luogo nell’opera pirandelliana ad una figura emblematica e ricorrente: il “forestiere della vita”, colui che, avendo capito “il gioco”, cioè avendo preso coscienza del carattere fittizio della realtà sociale, si esclude, si isola, guardando vivere gli altri; egli, rifiutando di recitare la sua parte, osserva gli uomini imprigionati dalla trappola con un atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà.

La “filosofia del lontano”

Questo atteggiamento porta a quella che Pirandello definisce la “filosofia del lontano”, che consiste nel contemplare la realtà come da un’infinita distanza, adottando una prospettiva straniata che permette di cogliere l’inconsistenza e l’assurdità di ciò che l’abitudine fa considerare “normale”.

Molteplicità del reale

Se la realtà è magmatica, in continuo divenire, essa non si può fissare in schemi totalizzanti; ogni immagine globale è in realtà una proiezione soggettiva. In altre parole, non esiste una verità oggettiva valida a priori: ognuno ha la sua verità, che nasce dal proprio modo soggettivo di vedere le cose. Ne deriva così un’incomunicabilità tra gli uomini, portatori solitari di visioni del mondo personali che accentuano la loro inevitabile condizione di solitudine.

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