PARAFRASI LA MORTE DI DIDONE

 

PARAFRASI LA MORTE DI DIDONE

PARAFRASI LA MORTE DI DIDONE


MORTE  DI  DIDONE     (Eneide, IV,vv. 642-705)

Ma Didone, agitata e stravolta per gli immani propositi iniziati, volgendo lo sguardo sanguigno e con le gote tremanti cosparse di macchie e pallida per la morte futura, irrompe nelle soglie interne del palazzo e sale furiosa gli alti gradini e snuda la spada dardania, dono non a quest’uso richiesto. Qui, dopo che vide le iliache vesti e il noto giaciglio, un poco indugiando in lacrime e in pensiero, si adagiò sul letto e disse le estreme parole: “Dolci spoglie, finché il fato e il dio permettevano, accogliete quest’anima e liberatemi da queste pene. Ho vissuto e percorso la via che aveva assegnato la sorte, e ora la mia ombra gloriosa andrà sotto terra. Ho fondato una splendida città, ho veduto le mie mura, vendicato il marito, ho punito il fratello nemico; felice, di troppo felice, se solo le navi dardanie non avessero mai toccato le nostre rive!”. Disse e premute le labbra sul letto: “Moriremo invendicate, ma moriamo!”, disse, “Così, così desidero discendere tra le ombre. Beva questo fuoco con gli occhi dal mare il crudele Dardanio, e porti con sé la maledizione della mia morte. Aveva detto, e fra tali parole le ancelle la vedono gettarsi sul ferro e la spada schiumante e le mani bagnate di sangue. Va il clamore negli alti atrii; la Fama imperversa per la città sgomenta. Le case fremono di lamenti, di gemiti, di urla femminili, il cielo risuona di grandi pianti, non diversamente che se, penetrati i nemici, precipiti tutta Cartagine o l’antica Tiro, e fiamme furenti si propaghino per i tetti degli uomini e degli dei. Udì, esanime e atterrita nella corsa angosciosa, la sorella, ferendosi il volto con le unghie e il petto con i pugni, irruppe nel mezzo e invoca per nome la morente: Detto così, era salita sugli alti gradini e con un gemito stringeva al seno la sorella morente e detergeva con la veste il nero sangue. Lei, tentando di aprire gli occhi pesanti, di nuovo ricadde, stride la ferita profonda nel petto. Tre volte poggiandosi sul gomito tentò di sollevarsi, tre volte s’arrovesciò sul letto, e con gli occhi eranti cercò nell’alto cielo la luce e gemette trovatala. Allora l’onnipotente Giunone, commiserando il lungo dolore e la difficile morte, mandò dall’Olimpo Iride che sciogliesse la lottante anima e le avvinte membra. Infatti poiché non moriva né per destino né per debita morte, ma sventurata prima dell’ora e arsa da subitanea follia, Proserpina non le aveva ancora strappato dal capo il biondo capello né le aveva consacrato il capo all’Orca Stigia. Dunque Iride rugiadosa con croce e ali nel cielo traendo mille vari colori dal sole di fronte volò giù, e le si fermò sul capo “Questo, secondo l’ordine, reco sacro a Dite, e te da questo corpo sciolgo”. Disse così e con la destra troncò il capello: d’un tratto tutto il calore svanì, e la vita dileguò nei venti.


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