PARAFRASI ENEIDE LIBRO III VERSI 322-257

 

PARAFRASI ENEIDE LIBRO III VERSI 322-257

PARAFRASI ENEIDE LIBRO III VERSI 322-257

Virgilio, Eneide, III, 322-357

forte fuit iuxta tumulus, quo cornea summo
virgulta et densis hastilibus horrida myrtus.
accessi viridemque ab humo convellere silvam
conatus, ramis tegerem ut frondentibus aras, 325
horrendum et dictu video mirabile monstrum.
nam quae prima solo ruptis radicibus arbos
vellitur, huic atro liquuntur sanguine guttae
et terram tabo maculant. mihi frigidus horror
membra quatit gelidusque coit formidine sanguis. 330
rursus et alterius lentum convellere vimen
insequor et causas penitus temptare latentis;
ater et alterius sequitur de cortice sanguis.

multa movens animo Nymphas venerabar agrestis
Gradivumque patrem, Geticis qui praesidet arvis, 335
rite secundarent visus omenque levarent.
tertia sed postquam maiore hastilia nisu
adgredior genibusque adversae obluctor harenae,
eloquar an sileam? gemitus lacrimabilis imo
auditur tumulo et vox reddita fertur ad auris: 340
‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto,
parce pias scelerare manus. non me tibi Troia
externum tulit aut cruor hic de stipite manat.
heu fuge crudelis terras, fuge litus avarum:
nam Polydorus ego. hic confixum ferrea texit 345
telorum seges et iaculis increvit acutis.’
tum vero ancipiti mentem formidine pressus
obstipui steteruntque comae et vox faucibus haesit.
Hunc Polydorum auri quondam cum pondere magno
infelix Priamus furtim mandarat alendum 350
Threicio regi, cum iam diffideret armis
Dardaniae cingique urbem obsidione videret.
ille, ut opes fractae Teucrum et Fortuna recessit,
res Agamemnonias victriciaque arma secutus
fas omne abrumpit: Polydorum obtruncat, et auro 355
vi potitur. quid non mortalia pectora cogis,
auri sacra fames

C’era per caso lì vicino un tumulo, in cima al quale c’erano virgulti di corniolo e un mirto irto di rami densi simili a pali. Mi avvicinai e, mentre tentavo di svellere da terra il verde arbusto, vedo un fenomeno terrificante e stupefacente a dirsi: dal cespuglio che, rotte le radici, viene divelto per primo dalla terra stillano gocce di nero sangue e macchiano la terra di putridume. Un freddo orrore mi scuote il corpo, e il sangue gelato si caglia per la paura. Una seconda volta continuo a strappare il molle tralcio di un secondo ramo e a cercar di capire le cause nascoste: e sangue nero esce dalla corteccia anche del secondo. Agitatissimo, pregavo le Ninfe agresti e il padre Gradivo (Marte), che presiede ai campi Getici, di rendere propizia secondo il rito la visione e di annullare il presagio negativo. Ma, dopo che con sforzo maggiore attacco un terzo fascio di rami, e faccio forza spingendo con le ginocchia contro il terreno – lo dirò o tacerò?- si ode un lacrimevole gemito dal profondo del tumulo, e la voce trova la via del cielo: “perché, Enea, laceri me infelice? Abbi pietà del sepolto, e risparmiati di macchiare di scelleratezza le pie mani. Non ti sono cresciuto estraneo a Troia, non è straniero questo sangue che goccia dal tronco. Fuggi le terre crudeli, fuggi la spiaggia avida! Infatti sono Polidoro. Una messe ferrigna di frecce mi ha coperto, dopo avermi conficcato qui, ed è cresciuta di punte acuminate”. Allora davvero rimasi di sasso, oppresso da una paura che mi lasciava inebetito, mi si rizzarono i peli e la voce si seccò nella gola. Questo Polidoro l’aveva mandato al re di Tracia un tempo lo sventurato Priamo, con una gran massa d’oro, perché venisse allevato: diffidava ormai delle armi dei Dardani, e vedeva la città cinta d’assedio. Quello, quando le forze dei Teucri furono abbattute e la Fortuna si ritirò, non si cura di nulla di quanto gli uomini considerano sacro, e segue il potere di Agamennone e le armi del vincitore: uccide Polidoro e si impossessa dell’oro con la violenza. A cosa non spingi il cuore dell’uomo, o esecrabile fame dell’oro.
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