LOCUZIONI IDIOMATICHE E LA LORO ORIGINE

LOCUZIONI IDIOMATICHE E LA LORO ORIGINE

LOCUZIONI IDIOMATICHE E LA LORO ORIGINE


Nel corso del tempo nella lingua italiana sono entrate a far parte del linguaggio parlato espressioni o locuzioni idiomatiche, delle quali fanno parte anche classi che non appartengono al linguaggio figurato come toponimi, nomi propri, titoli e citazioni.

Il termine ‘locuzione’ deriva da locutus participio passato del verbo latino loquie e inizialmente si riferiva alla facoltà di parlare. Il significato ad oggi è completamente cambiato. Nonostante l’interesse sempre maggiore degli esperti sulla materia non si è ancora arrivati a una definizione di idioma accettata da tutti i linguisti. Federica Casadei (Per una definizione di “espressione idiomatica” e una tipologia dell’idiomatico in italiano, «lingua e stile»,1995) afferma che una locuzione idiomatica è un’espressione convenzionale di una lingua, dove è abbinato un significato fisso ad uno non composizionale, cioè non deducibile dai significati dei suoi elementi. Come hanno definito anche il collettivo dei linguisti italiani intorno a Cristina Cacciari «Le espressioni idiomatiche sono stringhe di parole il cui significato globale non è generalmente deducibile dalle unità che le costituiscono, anche se i costituenti impongono vincoli di tipo sintattico e talvolta semantico.» (CACCIARI, C., VESPIGNANI, F., et al., Aspettative semantiche ed espressioni idiomatiche: aspetti psicolinguistici ed evidenze elettrofisiologiche, In: Balconi, M., Neuropsicologia della comunicazione, Springer, Milano, 2008). Quindi è difficile , sia per chi le utilizza quotidianamente , sia per chi le incontra per la prima volta , riuscire a risalire all’origine di queste espressioni. Le principali cause ,della difficile comprensione di queste , sono : il cambiamento del loro significato nel corso del tempo e la non corrispondenza dei singoli termini  a livello semantico tra l’idioma e l’uso comune dei singoli termini. Le locuzioni spesso sono riconducibili a eventi storici o a citazioni letterarie, anche se di molte di esse si è perso il significato originale. Tra le diverse classificazioni effettuate da parte degli studiosi, come quella sintattica o semantica, ci si concentrerà sulla classificazione in base alla provenienza letteraria. Le principali fonti da cui provengono le espressioni più utilizzate sono le favole (Esopo, Fedro), la mitologia classica e le opere letterarie (Divina commedia, Promessi sposi).

Le favole

Avere la coda di paglia: l’espressione indica la consapevolezza di aver fatto qualcosa e di conseguenza l’essere sospettoso che gli altri possano scoprirlo. La spiegazione più conosciuta fa risalire l’origine dell’espressione alla favola di Esopo in cui una volpe che aveva perso la coda, per la vergogna, se ne sarebbe messa una posticcia di paglia. Secondo un’altra ricostruzione la nascita sarebbe legata alla pratica medievale di umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia con la quale dovevano sfilare per la città a rischio che qualcuno gliela incendiasse come gesto di ulteriore scherno. Da questa locuzione è nato poi il proverbio toscano “Chi ha la coda di paglia ha sempre paura che gli pigli fuoco”.

Patto leonino: deriva dall’espressione “Societas leonina”(quella società dove uno dei soci si prende tutto il guadagno e partecipa alle sole perdite) che ha origine da una favola di Fedro, al quale inizio egli scrive:“Non ci si può mai fidare dell’alleanza con un potente”. Fedro narra infatti che una mucca, una capra, e una pecora furono soci con un leone nella foresta. Essi catturarono un cervo grosso, e il leone, fatte le parti, disse: «Io mi prendo la prima parte perché mi chiamo re; la seconda mi spetta perché sono socio ; la terza, poi, mi tocca perché sono il più valente; e la quarta, se qualcuno la tocca, guai a lui». Da questa favola deriva l’espressione patto leonino con la quale si intende un accordo svantaggioso concluso tra i soci di una società con il quale uno o più soci sono esclusi dagli utili o dalle perdite. La favola è ripresa da Esopo dove invece l’asino,stringendo alleanza con il leone, finisce sbranato.

Farsi bello con le penne del pavone: farsi vanto di meriti e qualità che appartengono ad altrui.

Questo è un modo di dire che deriva da una favola di Esopo ripresa poi da Fedro in cui si narra che un giorno una Cornacchia  raccolse delle penne di un pavone, se ne adornò, e lasciando le compagne e si unì ad un branco di pavoni. Questi però riconoscendola la cacciarono via a colpi di becco. Essa allora tornò tra le sue compagne ma venne respinta anche da loro.

In bocca al lupo: Usata come augurio di buona fortuna a chi va ad affrontare una situazione difficile. La locuzione ha anche una risposta un po’ cinica “crepi il lupo!”. L’origine dell’augurio potrebbe essere ricollegata all’atteggiamento della lupa quando, avvertendo un pericolo per i propri cuccioli, usa afferrarli con la bocca per spostarli in un posto più sicuro. Quindi augurare di trovarsi in bocca al lupo è il massimo della protezione che si può sperare. È possibile che la locuzione sia anche un augurio rivolto ai cacciatori; infatti secondo un’antica superstizione non si deve augurare mai successo a chi parte per la caccia. L’origine di questa superstizione deriva dal fatto che i cacciatori, uccidendo l’animale, provavano un senso di colpa a cui era quindi possibile venir meno fingendo di compiere un’azione diversa da quella reale. L’espressione però potrebbe anche essere legata alle favole (Esopo, La Fontaine, Cappuccetto rosso) dove il lupo è simbolo di prepotenza contro l’innocenza indifesa. Nella terza edizione del Vocabolario della Crusca l’espressione “andare in bocca al lupo” sta ad intendere un altro concetto ancora:“andare nel potere del nemico”. Boccaccio anche utilizza l’espressione “andare in bocca del diavolo” nel significato di “andare incontro a grave pericolo”.

Mitologia classica

Piantare in asso: lasciare qualcuno da solo, inaspettatamente o bruscamente. Ci sono varie ipotesi sulla derivazione di quest’espressione. La prima fa derivare il modo di dire dal gioco delle carte dove l’asso rappresenta il punto più basso, quindi allude al rimanere con un solo punto. Secondo un’altra l’espressione deriva da uno dei significati dell’aggettivo latino assus “senza accompagnamento, solo”. Un’ultima interpretazione identificherebbe l’espressione originale “piantare in Nasso”, modificata poi a causa di un mutamento linguistico. Secondo la mitologia greca Teseo, non essendo grato ad Arianna dell’aiuto fornitogli per uscire dal labirinto del Minotauro, dopo averla addormentata con una pozione, l’abbandonò da sola su quest’isola.

La speranza è l’ultima a morire: L’espressione deriva dal detto latino Spes ultima dea con riferimento al fatto che la Speranza era l’ultima dea a cui rivolgersi nei momenti difficili. L’origine del detto è antichissima e risale al mito greco di Pandora. Secondo il poeta Esiodo, Zeus aveva affidato a Pandora, la prima donna forgiata da Vulcano, un otre che non doveva essere aperto perché conteneva tutti i mali. Ma Pandora, per la troppa curiosità, lo scoperchiò e i mali si diffusero sulla terra. Solo la Speranza rimase nel vaso e quindi tra gli uomini.

Opere letterarie

Avere l’argento vivo addosso: Si dice di una persona irrequieta, che non sta mai ferma, in particolare riferito ai bambini esuberanti. Il detto proviene dall’espressione argentum vivum, coniata da Vitruvio nel “De architectura”, che identificava il mercurio. Il metallo era così chiamato per il suo colore e la sua estrema mobilità che gli conferisce la caratteristica di suddividersi, al minimo urto, in sferette sempre più piccole.

-Cosa fatta capo ha: Si usa quando si vuol tagliar corto in una discussione o per indicare che una decisione, buona o cattiva, è sempre meglio d’un lungo e logorante temporeggiamento, poiché una cosa, una volta fatta, si impone, non può essere annullata, raggiunge l’effetto per il quale è compiuta. “Capo ha cosa fatta” (Inferno, XXVIII, 107). Dante qui ricorda Mosca dei Lamberti, il quale secondo la leggenda pronunciò la frase per indurre la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonte dei Buondelmonti a causa di una promessa di matrimonio non mantenuta. Secondo la leggenda lo scontro portò alla divisione, nella città, tra Guelfi e Ghibellini.

Fare come i capponi di Renzo: In una situazione di disagio comune, accusarne i compagni di sventura e non chi l’ha provocata. Nel  III capitolo dei Promessi sposi, Renzo porta all’avvocato Azzeccagarbugli quattro capponi vivi. I capponi, legati a testa in giù, nell’agitazione del viaggio si beccano tra loro. La metafora che Manzoni ci propone è legata al comportamento delle persone quando in difficoltà litigano inutilmente fra loro.

Stai fresco: (Inferno, XXXIII, 117)Andare incontro a un grosso guaio; anche avere poche speranze di riuscire in qualcosa, nonostante le speranze; illudersi a torto di sfuggire a un evento spiacevole. La citazione si riferisce al lago di Cocito, uno dei posti peggiori della Divina Commedia. Lì “i peccatori stanno freschi” infatti in questo luogo i peccatori sono immersi in un lago ghiacciato in parte o quasi totalmente.

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