L’Italia del Duce

L’Italia del Duce

Società, cultura, famiglia, condizione femminile e costume sotto il “virile” regime fascista
La fascistizzazione dello Stato
Il fascismo, movimento a base sociale essenzialmente piccolo-borghese e agraria, era giunto al potere grazie all’alleanza con l’alta borghesia e con i principali centri di potere. La prima fase della sua storia fu caratterizzata da uno squadrismo sovversivo e da un confuso programma dai toni “rivoluzionari”. Ma negli anni successivi, il fascismo si identificò con lo Stato e Mussolini, utilizzando il proprio potere “costituzionale” di presidente del consiglio e senza trovare eccessive resistenze, si adoperò a trasformarne qualitativamente le strutture in modo tale da fare del “fascismo” l’anima del nuovo modello istituzionale italiano.
Rafforzamento dell’esecutivo e liquidazione delle prerogative del parlamento; integrazione delle strutture politiche e militari fasciste nell’apparato statale; imbavagliamento dell’opposizione fino all’eliminazione del pluralismo politico e all’instaurazione del “partito unico”; liquidazione delle libertà’ costituzionali di stampa, associazione, sciopero ecc., fino alla piena realizzazione del “monopolio politico” da parte del Partito nazionale fascista: queste furono le tappe successive del graduale processo di trasformazione del governo autoritario di Mussolini in vero e proprio “regime”. Ma esso presupponeva, accanto al rigoroso monopolio politico e alla liquidazione di ogni opposizione, una organizzazione e una mobilitazione subalterna delle masse inquadrate nell’apparato statale.

L’organizzazione del consenso

Il fascismo poté così procedere a inquadrare nelle proprie strutture la totalità’ del popolo italiano, intervenendo in ogni settore della vita associata, fosse esso culturale, lavorativo, ricreativo o sociale, secondo un modello di politicizzazione e di mobilitazione totale della nazione conosciuto in precedenza soltanto in periodo bellico: l’Opera nazionale Balilla, per esempio, inquadrava i ragazzi e i giovani dall’età’ di sei a quella di diciotto anni, impegnandoli, in divisa, in attività’ sportive e premilitari. Lo sport fu favorito e appoggiato; se ne riconobbe la funzione disciplinante e il carattere agonistico utile alla mitologia fascista della potenza fisica e divenne anch’esso “di regime”. Fu costituito un ministero apposito della “cultura popolare” con il compito di centralizzare e razionalizzare la propaganda. La scuola fu assoggettata con particolare vigore alle direttive del fascismo e gli insegnanti furono rigorosamente selezionati dal punto di vista politico e ideologico.

Una a scuola funzionale al regime

Il fascismo va al potere senza un preciso programma di politica scolastica, ma con intenti tutt’altro che progressisti. In precedenza il partito si era occupato della scuola: il programma pubblicato dal “popolo d’Italia” il 27 dicembre 1921 prometteva molto genericamente l’intensificazione della lotta contro l’analfabetismo, l’effettivo prolungamento dell’obbligo fino alla sesta classe per i comuni in grado di sostenere le spese e fino alla quarta per gli altri, l’assegnazione alla scuola popolare di un carattere rigorosamente “nazionale” ed il controllo severo sui maestri e sui programmi perché’ non si discostino dalle finalità’ indicate dall’alto.
Il regime si occupa quindi della scuola in quanto la considera efficace strumento di propaganda, primo gradino di un lungo processo di irreggimentazione e d’indottrinamento volto a formare uomini ciecamente disposti a “credere, obbedire, combattere”; ed a questo fine le affianca in condizioni di monopolio, suscitando ostilità’ da parte della chiesa e disappunto in Giovanni Gentile, l’Opera Nazionale Balilla (ONB, istituita con la legge 3 aprile 1926, poi denominata Gioventù’ Italiana del Littorio, GIL). Questa organizzazione parascolastica e paramilitare, presieduta da uno dei due sottosegretari al ministero dell’Educazione Nazionale, ha il compito di aiutare la scuola a formare “la coscienza ed il pensiero di coloro che saranno i fascisti di domani”. Ad essa sono demandati la gestione dei Patronati Scolastici, delle scuole non classificate, delle colonie di vacanza e l’insegnamento dell’educazione fisica. L’ONB assume presto dimensioni di massa in quanto l’iscrizione teoricamente facoltativa diventa in pratica obbligatoria attraverso incentivi di vario genere, intimidazioni e pressioni. È chiaro quindi che gli intenti pedagogici della scuola fascista furono funzionali agli obiettivi di fondo del regime, che voleva soprattutto da essa l’allontanamento del pericolo di qualsiasi ribellismo popolare. L’ingerenza del partito nella scuola e il tentativo di monopolizzare l’insegnamento ginnico e paramilitare finirono però per irrigidire l’orientamento delle masse giovanili nell’ambito del consenso anche perché’, se fossero stati liberi di decidere, i giovani avrebbero con maggiore facilità aderito alle organizzazioni cattoliche, che affondavano ormai profonde radici nella popolazione di estrazione borghese e piccolo-borghese. Fino al 1929 però, il regime si contentò più’ di un consenso passivo che di un consenso attivo.

Il caso delle università’ era invece più complicato.

La corrente idealista crociana, che raccoglieva l’adesione della parte prevalente degli intellettuali, aveva rotto i rapporti col regime nel 1925. Nell’ottobre 1931 ai professori universitari fu imposto il giuramento di fedeltà’ (vedi documento n.1), che fu interpretato come un patto di non aggressione, di reciproca non-ostilità (è significativo il fatto che su 1200 professori universitari solo una quindicina rifiutarono di prestare giuramento). Intellettuali come Farinacci e Pavolini ritenevano comunque che non fosse questa la via migliore per risolvere i problemi della fascistizzazione dell’alta cultura. Ancora più’ complessa era la posizione dei cattolici, che affluivano sempre più’ numerosi nella vita universitaria; solo pochi infatti erano disposti ad avallare la politica di guerra e di dominio del fascismo, mentre la maggior parte selezionava criticamente dal patrimonio politico e culturale del fascismo solo quanto riteneva compatibile col cattolicesimo.
Mussolini non poté’ mai ottenere la formazione del “guerriero” quale immaginava, ma resta il fatto che secondo lui la scuola doveva essere il luogo atto alla “costruzione” del futuro uomo fascista. A questo progetto si opponevano diverse difficoltà’:
• l’orientamento degli insegnanti, il cui consenso al regime era spesso solo un generico patriottismo;
• fino al termine degli anni ’30 non vi fu un rapporto organico fra la scolarizzazione e la fascistizzazione;
• la maggio parte dei giovani concludeva gli studi al compimento della scuola dell’obbligo, e una volta terminati i contatti con la scuola, il lavoratore (soprattutto quello di campagna) si sganciava dalla vita politica.
Il regime diede un discreto impulso alla scuola elementare, anche se l’analfabetismo non fu colpito in eguale misura. Esso cercò di intervenire sia attraverso la costruzione di edifici scolastici in centri urbani e rurali sia con una selezione più severa ed un controllo rigoroso degli insegnanti elementari ai quali, come a tutti gli impiegati dello Stato, è imposta la tessera del partito e l’adesione all’associazione fascista della scuola. Non mancavano di certo insegnanti accesamente fascisti, disponibili alla linea generale dell’evoluzione del regime. Ma essi erano una netta minoranza di fronte alla grande massa degli insegnanti che limitavano il loro consenso politico ad una semplice esteriore adesione ai temi del regime, per il resto nascondendosi dietro un rigoroso apoliticismo dei contenuti di insegnamento.

Il giuramento di fedeltà

All’articolo 18 del decreto-legge del 28 agosto 1931, pubblicato l’8 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale e titolato “Disposizioni sull’istruzione superiore”, si legge:
“I professori di ruolo e i professori incaricati sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente:
Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori, al regime fascista, di osservare lealmente lo Statuto, di esercitare l’ufficio d’insegnante e di adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al regime fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio”.

loro libertà’ didattica è definitivamente stroncata dall’introduzione del libro di Stato (legge 7 gennaio 1929 n.5) diverso per le scuole urbane e rurali, maschili e femminili, così da inchiodare ogni alunno alla propria condizione o ruolo sociale. Il controllo e l’utilizzazione della scuola primaria quale strumento del regime sarà completata dai programmi Ercole (ottobre 1934), il cui fine risulta chiaramente dalle parole del Duce che ne costituiscono la premessa: “La scuola italiana in tutti i suoi gradi ed i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità’ del fascismo, educhi la gioventù’ italiana a comprendere il fascismo ed a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista”.
Molto minore per non dire inesistente è l’attenzione volta al reale assolvimento ed ancor meno al prolungamento dell’obbligo scolastico. L’analfabetismo regredisce lentamente e la grande maggioranza dei fanciulli italiani abitanti in zone rurali non va al di là della terza elementare, quando ci arriva. Ciò nonostante, nelle regioni più evolute, la corsa alla scuola media si avvia a diventare di massa e il regime, timoroso dell’istruzione a tutti i livelli, ritiene opportuno frenarla o profondamente fascistizzarla.
Con la creazione dell’Opera Nazionale Balilla, l’introduzione del libro di testo unico ed il giuramento di fedeltà imposto ai maestri, la fascistizzazione della scuola può dirsi ultimata.

La riforma Gentile

La scuola media inferiore e superiore fu influenzata soprattutto dalla riforma Gentile, definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”.
Con la riforma attuata da Gentile, ministro della P.I dal 1922 al 1924, sono giustificate le teorie della selettività’ e della gerarchizzazione. Nell’amministrazione stessa sono rafforzati i criteri autoritari e soppressi i consigli scolastici provinciali. Il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione in pratica non è più elettivo, ma interamente dominato dal ministro della Pubblica Istruzione, che nomina Rettori e Presidi di Facoltà. Viene riformato l’istituto magistrale della durata di sette anni (corso inferiore quadriennale più’ superiore triennale e si bandisce lo studio della didattica e della psicologia e ogni attività’ di tirocinio in cui è introdotto il latino. La nuova legge impose tra l’altro l’insegnamento della religione nelle scuole elementari, al termine delle quali bisognava scegliere tra la scuola media (volta al proseguimento del cammino scolastico) e l’avviamento professionale (con lo scopo di apprendere una professione), mentre scuola superiore ed università erano riservate a poche privilegiati. La regola delle “poche scuole ma buone” e della selettività’ è introdotta attraverso la drastica riduzione delle sedi magistrali da 153 a 87 e l’applicazione di severi criteri per le prove di concorso. Viene creato il liceo femminile che avrebbe dovuto convogliare le giovani della piccola e media borghesia desiderose di acquisire un diploma superiore. Lo scopo principale era di impedire alla donna di svolgere un lavoro extra-domestico. L’idea di Gentile era di formare i maestri attraverso l’applicazione di un rigoroso canone culturale; al contrario il fascismo, sotto la spinta della media e piccola borghesia che rifiutavano l’introduzione di una forte selettività’, operò in maniera diversa esaltando la forza e la prestanza fisica del maestro, favorendo l’accesso alla professione dei maschi e cercando di precluderla alle femmine. Resta il fatto che i candidati maschi che si presentavano agli esami per il maestro erano sempre in numero inferiore alle donne: per far sì che gli uomini si avviino alla carriera magistrale occorreva mettere in evidenza l’altissimo compito che il maestro ha nella società’. Del resto lo stesso Gentile aveva esaltato il valore del lavoro del maestro: i maestri dovevano divenire elementi sceltissimi, fisicamente e spiritualmente, dotati di una disciplina quasi militare, fino ad ipotizzare di far loro indossare una divisa, promuovendoli “Ufficiali dell’Opera Balilla”.
La riforma Gentile diede dunque una soluzione unilaterale alla preparazione del maestro, ma ad essa si aggiunsero problemi, quali l’autoritarismo ed il conformismo all’interno della scuola.

La proposta Bottai

Molte critiche saranno rivolte alla riforma Gentile da parte dei ministri della P.I. succedutigli, che la svuoteranno del suo significato originale, alla ricerca di una scuola e dunque di un maestro, principalmente strumenti della propaganda fascista. A rimettere le cose a posto sarà’ la “Carta della Scuola”, documento programmatico elaborato da Bottai e approvato dal Gran Consiglio del fascismo nel 1939. Bottai accusa la riforma Gentile di intellettualismo. Prevede una scuola elementare triennale ed una scuola “del lavoro” biennale per tutti i bambini dai sei agli 11 anni, per l’assolvimento dell’obbligo, una scuola “media” unificatrice delle preesistenti scuole secondarie inferiori. Accanto a questa vengono però previste anche la scuola “artigiana” e la scuola “professionale” a cui è affidato il compito di selezionare i giovani, contrastando ogni pericoloso spostamento sociale e di radicare nei fanciulli e nelle fanciulle l’attaccamento alle tradizioni di onestà e famiglia italiana. In realtà’ questo non è altro che un tentativo di perpetuare la divisione dei ruoli tra le classi impedendo l’emigrazione interna. Bottai cerca di creare una scuola che non consenta alcun avanzamento sociale (ma cerca di celare il suo proposito affermando che la possibilità’ di studiare è la stessa per tutti). Rimane invece irrealizzato un progetto reazionario, l’istituzione di un “ordine femminile” che avrebbe posto fine alle scuole promiscue e confinato le donne in una sorta di “ghetto” culturale e sociale secondo un modello perseguito dal fascismo fin dal suo inizio. Vediamolo.

La famiglia modello

Il regime promosse nuove misure concernenti i rapporti fra i sessi e i rapporti generazionali: è così cambiata l’intera struttura dei rapporti familiari. La famiglia era incoraggiata ad essere prolifica (secondo una precisa politica di incremento demografico) e ad essere collegata organicamente allo stato: il nucleo familiare diviene così la cellula fondamentale dello stato fascista. Questo nuovo modello di famiglia presupponeva un marito lavoratore dipendente, il cui salario era integrato dagli aiuti dello stato accentratore e dal lavoro casalingo della moglie. Seguendo questa politica, lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle attività che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall’avere tanti bambini, tra cui la scuola e l’istruzione. Quelle poche donne attive all’interno del movimento fascista costituivano quindi un motivo di imbarazzo, un problema da tenere sotto controllo, affinché non costituissero un modello di devianza dalla normalità della donna regina del focolare.

La donna modello

L’ideologia fascista inquadrava quindi le donne in una visione gerarchica del rapporto fra i sessi, dovuto all’enfatizzato culto della virilità (di cui Mussolini forniva il massimo modello), propria di una mentalità maschilista e militarista e volle occuparsi della costruzione di una “donna ideale” che era considerata inferiore rispetto all’uomo. Il regime diede comunque alle donne un ruolo ufficiale, nazionale, fondando per esse istituzioni e attribuendo loro mansioni familiari e demografiche. Così “Critica fascista” definiva, nel 1931, le caratteristiche della “donna ideale”: ”Custode della casa e degli affetti, incitatrice alle nobili opere, consolatrice del dolore e madre dei nostri figli”. Incubo di quegli anni era la figura della donna spendacciona, irresponsabile o magari sterile (e quindi non in grado di assecondare la politica di crescita demografica). Il regime cercò di formare il suo tipo di donna ideale non soltanto discriminando l’educazione e gli sbocchi professionali, ma anche occupandosi di trucco, cipria, belletti e infine scatenando una guerra ai pantaloni congiuntamente con la chiesa. Andavano quindi assolutamente eliminati da giornali e rotocalchi i disegni di figure femminili dimagrite e mascolinizzate, che rappresentavano il tipo di donna sterile della decadente civiltà occidentale. La stampa iniziò a presentare e glorificare robusti figurini di donne forse non eleganti ma certamente idonee a diventare madri prolifiche. Il tipo di donna italiana e fascista, moglie fedele e madre premurosa, fu essenziale nella “battaglia demografica” e in quella autarchica.

La “battaglia demografica”

Nel suo famigerato discorso dell’Ascensione pronunciato il 26 maggio 1927, Mussolini pose gli interventi in “difesa della razza” al centro degli obiettivi nazionali. Lo scopo che il Duce intendeva raggiungere entro la metà del secolo era una popolazione di 60 milioni di persone in una nazione che ne contava all’epoca solo 40. Questa campagna demografica (assurda e colpevole visti i precari equilibri economici del regime), era giustificata facendo riferimento a questi due argomenti: Il primo era di tipo mercantilistico e poneva l’accento sulla necessità di avere a disposizione semplici masse di persone come manodopera a basso prezzo. Il secondo era tipico di una nazione impegnata a espandersi imperialisticamente. Infatti il calo registrato nella crescita della popolazione acceleratosi negli anni ’20 frustrava le ambizioni espansionistiche dei suoi capi. Se l’Italia non diventava un impero, amava ripetere il Duce, sarebbe diventata certamente una colonia. I giovani erano considerati l’unico serbatoio di energie vitali da cui sarebbe dipesa la riviviscenza della nazione.
La politica demografica fascista fu energicamente normativa. Gli esperti consideravano le donne “mal preparate alla sacra e difficile missione della maternità, deboli o imperfette dell’apparato della generazione” e soggette pertanto a generare una prole “anormale”. Per correggere questi vizi lo Stato fascista ambiva a modernizzare il parto e la cura dei figli. Offrì, a chi si sposava entro i 25 anni, premi e prestiti con interesse bassissimo: il prestito veniva progressivamente estinto alla nascita di ogni figlio. Le nascite venivano premiate anche in altri modi e si glorificavano le famiglie con più di 10 figli.  L’aborto era un crimine di stato.
Il risultato della campagna fu che i matrimoni aumentarono, ma le nascite non crebbero in proporzione. Tutto quel parlare di fare figli dette incremento specialmente all’atto necessario per averli e alterò la presunta moralità del fascismo perché crebbero le “pubblicazioni licenziose”, le condotte libere, gli adulteri, la clientela nei bordelli, i figli illegittimi.
L’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (OMNI)
L’istituzione guida per la modernizzazione della professione materna fu l’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia fondata il 10 dicembre 1925. Il servizio che operava con fondi statali e locali, contava anche su donazioni private e sul volontariato delle assistenti sociali e delle donne dei gruppi

Articolo del Corriere della sera,
21 dicembre 1933
Il Duce riceverà’ le 92 madri
simbolo della continuità’ della stirpe
Roma, 20 Dicembre 1933, notte.
In occasione della celebrazione della giornata della madre e del fanciullo, l’esaltazione dei simboli della forza e delle continuità della razza, il duce, come è stato annunziato, riceverà in uno dei prossimi giorni novantadue madri giunte da tutte le province d’Italia e che rappresentano le più numerose famiglie italiane. Con la visita al capo del governo, assertore della saldezza del vincolo familiare come nucleo essenziale della nazione e della necessità dell’accrescimento demografico come fondamento primo della potenza dei popoli, degnamente avrà inizio la significativa celebrazione. […] Durante il viaggio, a ogni cambiamento di personale viaggiante, i militi che lasciavano il servizio non mancavano di dare a coloro che li sostituivano la precisa consegna delle donne loro affidate, fra le quali qualcuna era anche in stato di dare prossimamente un altro figlio all’Italia. Al comando della Milizia ferroviaria di Termini le ospiti, appena scese dai treni, venivano affidate alle cure di alcune signore appartenenti all’Opera nazionale maternità e infanzia, che erano appunto adibite a quel compito. Esse hanno accompagnato le donne nei vari alberghi loro assegnati, dove hanno potuto prendere riposo prima di cominciare isolate o a gruppi la visita della Roma mussoliniana, visita che per esse da tempo costituiva uno dei più grandi desideri.
femminili fascisti. L’OMNI si occupava delle donne e dei bambini che non avevano una normale struttura familiare. Assisteva fino al quinto anno di vita i piccoli a cui i genitori non erano in grado di prestare le cure necessarie e si occupava dei giovani abbandonati fino ai 18 anni. Anche questo intervento dello Stato, a favore dei bambini illegittimi, aveva lo scopo di promuovere la crescita della popolazione, la salute pubblica, diffondere l’ideale della famiglia e della vita coniugale in cui il marito occupava il ruolo guida.

La politica economica

Il fascismo non diede vita a una politica economica unitaria. Un primo periodo “liberista” consentì all’Italia un eccezionale boom e di risanare il bilancio dello Stato. Intorno al 1925, tuttavia, le
condizioni che avevano consentito questo boom incominciarono a venir meno: le economie europee, che assorbivano circa il 60% delle esportazioni italiane, incominciarono a mostrare i segni di una crescente tendenza al ristagno. Fu a questo punto che maturò la svolta che chiuse la fase “liberista” e inaugurò una nuova strategia “dirigista”: il fascismo avrebbe fatto fronte alla flessione della domanda estera con un più esteso intervento dello Stato come principale acquirente e finanziatore dei grandi gruppi industriali, recuperando le perdita con una più consistente compressione dei salari operai e con un ulteriore aumento della produttività. In quel periodo gli operai persero in media la metà del loro salario, portando l’Italia al livello più basso in Europa. Questo tipo di manovra presupponeva naturalmente la liquidazione di ogni forma di sindacalismo libero e l’inquadramento dei lavoratori nelle strutture statalizzate del “corporativismo fascista”. Con la “Carta del Lavoro” del 1927 (vedi documento n.3) si fissarono i nuovi principi del “corporativismo” il quale imponeva alle opposte rappresentanze dei lavoratori e degli imprenditori di subordinarsi ai “superiori interessi della nazione”. In questo modo la massa dei lavoratori, ridotti a pura forza-lavoro, veniva incorporata nella struttura dello stato autoritario.

Le donna al lavoro

Il fascismo imponeva una rigida divisione del lavoro: gli uomini si occupavano della produzione e del sostentamento della famiglia; le donne della riproduzione e del governo della casa. I dirigenti fascisti presero ben presto alcuni provvedimenti legislativi per impedire alle donne di competere con gli uomini sul mercato del lavoro e per tutelare le madri lavoratrici. Ma lo scopo era anche un altro, cioè evitare che le donne considerassero il lavoro retribuito come un trampolino verso l’emancipazione. Nel 1938 le lavoratrici avevano obbligatoriamente diritto a un congedo di maternità della durata di due mesi, lo stesso regolarmente retribuito con la paga media del periodo; a un congedo non retribuito lungo fino a sette mesi e a due pause giornaliere per l’allattamento finché il bambino non avesse compiuto un anno. Oltre al lavoro nei campi e nelle fabbriche, le donne dovevano preparare i fanciulli al doposcuola fascista e a trascorrere l’estate nelle colonie marine o ai campi solari organizzati dal partito e dai comuni; in alcuni casi diventavano “specialiste della assistenza” per strappare i sussidi allo Stato. La dittatura rese inoltre più severe le norme che proibivano i lavori notturni a tutte le donne e quelli pericolosi alle ragazze di età inferiore ai quindici-venti anni e ai maschi sotto i quindici.; vietava invece ogni tipo di lavoro ai minori di 12 anni.
Per la realizzazione dei suoi programmi, lo Stato assistenziale fascista dipese largamente dal volontariato femminile. Donne di ceto sociale elevato giunsero così a giocare un ruolo importante

La Carta del lavoro

Riportiamo alcuni stralci della Carta
del lavoro nei suoi punti fondamentali.
Art.1. La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. È un’unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato Fascista.
Art.2. Il lavoro, sotto tutte le sue forme intellettuali, tecniche e materiali è un dovere sociale,. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei produttori e nello sviluppo della potenza nazionale.
Art.7. Lo Stato corporativo considera l’iniziatica privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della nazione.
Art.9. L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.
Art.13. Le conseguenze della crisi di produzione e dei fenomeni monetari devono equamente ripartirsi fra tutti i fattori della produzione
nella definizione delle nuove norme di condotta familiare attraverso corsi per casalinghe, lezioni sull’allevamento dei figli e riunioni informali.
Ma mentre il lavoro secolare era indispensabile alla costruzione di una solida identità maschile, le donne si applicavano ad altre attività (e con ottimi risultati) di cui non possiamo non parlare.
Cenni di costume
La mancanza di potere politico, o forse proprio per questo, conferiva alle donne un particolare ascendente nei confronti di un pubblico di lettrici in grande espansione nel periodo interbellico. Sotto la dittatura le donne scrittrici e critiche poterono sperimentare la loro fama attraverso libri, riviste prettamente femminili e le colonne dell’”Almanacco della donna italiana”. Gli argomenti trattati esprimevano le esigenze del pubblico ed erano legate all’osservazione della vita quotidiana, parlavano d’amore, maternità, classe sociale e razza. Alla fine degli anni Venti i romanzi avevano per lo più come protagonisti donne innamorate abbandonate da uomini volgari, aspiranti artiste costrette a scegliere fra carriera e famiglia, eroine lacerate dal dilemma tra passione e dovere.
Nel 1930 il Gran Consiglio del Fascismo dichiarò che se anche la donna si fosse dimostrata abile nello sport non doveva distogliersi dal suo ruolo più importante: essere una buona madre. Ma nel 1936 l’italiana Ondina Valla conquistò la medaglia d’oro nel salto ad ostacoli durante le Olimpiadi di Berlino. L’anno dopo la partecipazione delle donne ad attività sportive registrò circa 5000 partecipanti.
Negli anni ’30 nasce a Roma Cinecittà, la città del cinema. Nacque con lei una realtà virtuale a misura dei sogni, tutto sommato modesti, dell’italiano di Mussolini, in produzioni cinematografiche che aderivano al gusto del divertimento diffusosi nelle platee italiane.
Al fascismo si deve anche il lancio della moda italiana. Il regime ebbe sempre verso la moda un rapporto ambiguo: ritenendola un fenomeno frivolo, la incoraggiava soltanto per fini economici. La moda tuttavia fu un ingrediente fondamentale di quella tipologia piccolo-borghese che si riconobbe nel fascismo: all’eleganza non si voleva e non si doveva rinunciare e la “signora” piccolo borghese misurava il proprio benessere contando il numero dei cappellini conservati nella cappelliera (che le distingueva dalle donne dei ceti inferiori che andavano a testa nuda oppure raccoglievano i capelli nel fazzoletto, come in campagna).
Nell’arte culinaria il fascismo non manca di appellarsi alla sobrietà e all’autarchia e promuove una rigorosa educazione alimentare. La donna del regime è consumatrice avveduta e amministratrice domestica efficiente. Il menù tipo della settimana di un lavoratore, consisteva in un piatto di polenta con salsa di pomodoro, un uovo al tegame, minestrone di riso, carote in verde con formaggini; un altro giorno pranzava con polenta e baccalà, mezzo chilo di arance e cenava con riso al latte e patate al burro. La domenica poteva concedersi un pasto a base di pasta al pomodoro, polpettone di manzo arrosto e a cena si permetteva un riso in brodo di dadi, insalata di patate e barbabietole e un etto di stracchino. La cucina del fascismo era poco raffinata e i menù non erano particolarmente ricercati (e spesso nemmeno molto abbondanti)

La cucina del regime

FONDENTI “BALILLA” AL CIOCCOLATO
Impastare 100 grammi di zucchero a velo con uno o due bianchi d’uovo sbattuti, formare con le mani tante palline dure. Sciogliere in un recipiente a parte 100 grammi di cioccolato, e metterlo a bagnomaria mescolandolo sempre. Quando è ben sciolto immergerci dentro ad una ad una tutte le palline assicurandosi che si ricoprano di cioccolato in tutte le parti. Toglierle tutte con una forchetta e posarle in un piatto unto di burro fino a quando non si raffreddano.
BUDINO ECONOMICO
Inzuppare del pane nel latte, strizzare poi il pane e con il mestolo mescolarlo fino a farlo diventare una pasta omogenea. Aggiungere zucchero e due rossi d’uovo un po’ di raspatura di limone, un po’ d’uva passa oppure mandorle pestate fini o in mancanza di queste vanno pure bene le noccioline americane. Mettere il tutto in una forma unta di burro e cospargere di pane grattato. Far cuocere in forno per 20 o 30 minuti. Queste sono dosi per quattro persone.
FRITTATA FUTURISTA
Sbattere due uova (prima gli albumi a neve, poi i due tuorli), aggiungere due cucchiai di farina bianca e due di gialla, uno di formaggio grattugiato, sei di latte, un pizzico di sale e bicarbonato. Fare friggere il composto in tre o quattro volte, in modo che si abbiano più frittate, poi sovrapporle in un piatto mettendo tra l’una e l’altra della cipolla soffritta.. Ungere sale e pepe a fine cottura. Cospargere di formaggio e servire subito.
MINESTRA ITALIANA
Mettere a rosolare in un tegame mezza dozzina di cipolle tagliate a fette, ammorbidirle con un litro di acqua calda, salare e pepare il tutto. Nel frattempo mettere a cuocere in un’altra pentola un kg di pomodoro con un gambo di sedano, del sale, del pepe, più due o tre cucchiai di acqua Coprite la pentola, lasciate cuocere un’ora, poi colate il passato utilizzando uno straccio e mettete la salsa ottenuta da parte. Essendosi nel frattempo cotta la vostra minestra di cipolle, passatela a sua volta per lo straccio fine, comprimendo le cipolle, aggiungetevi il passata di pomodoro, assaggiatele e completate il condimento. Tenete al caldo su fuoco lento. Prendete poi 8 fette di pane di miglio che farete abbrustolire, disponetele nella zuppiere, intercalando pane abbrustolito e parmigiano grattugiato. Mettere poi sopra delle fette di formaggio groviera tagliato a fette sottili, aggiungete 50 gr. di burro e, sul tutto, versate la minestra.
In questi anni, la condizione della donna è simile sia nei paesi totalitari che in quelli liberali, come per es. in Inghilterra, dove la mentalità puritana dell’età vittoriana è ancora forte. “Usciamo” per un attimo dai confini nazionali per trattare uno scrittore inglese che di questo disagio femminile si fece interprete e portavoce: David Herbert Lawrence.
D. H. LAWRENCE – 1885-1930
David Herbert Lawrence was the first important English working – class novelist. The effects of the his origins on his life at home and on his personality were deep. He was unable to establish good relationships with other people of the other social classes. His father was a miner, his mother was a teacher. His masterpiece “Lady Chatterley’s lover” was finished in 1928 but it was published only privately because it was considered obscene.
The principal themes of his literary works are:
• The conflict betwenn the instinctive man and the spiritual woman. He realized that Victorian society and education had deprived women of their sexuality and invested them with the role of defenders of the holiness of love. He accused them of being unable to get rid of this role.
• The conflict between standard morality and sex. He thought that sex had to be liberated from the constraints of bourgeois morality and was to become the ruling energy of psychic life. He thought that the first step was to build a relationship founded on equality of rights.
Le leggi razziali del ’38 – Giorgio Bassani
Ma torniamo in Italia, dove, nel 1938, il governo fascista emana delle leggi che discriminano i cittadini italiani di origine e religione ebrea. Affrontiamo l’argomento non elencando gli immorali articoli di tali “Regi Decreti”, bensì trattando la vita e l’opera di un grande scrittore contemporaneo, recentemente scomparso.

GIORGIO BASSANI

Giorgio Bassani nasce a Bologna il 4 marzo 1916, ma la sua famiglia (agiati borghesi di credo israelita) è ferrarese da parecchie generazioni. A Ferrara Giorgio Bassani studia fino alla maturità classica, conseguita nel luglio del 1934 presso il Liceo “Ludovico Ariosto”.
Dal 1935 al 1939 frequenta l’Università del capoluogo emiliano, prendendo giornalmente un treno di terza classe. Variamente studiati e discussi durante tutto l’arco dell’anno, i temi della razza trovano, nel corso del 1938, la loro formulazione in princìpi di ordine giuridico, vale a dire in leggi antisemite. Docenti e studenti di origine ebrea sono esclusi in via di massima e con pochissime eccezioni da tutte le scuole del Regno e i cittadini ebrei immigrati in Italia dopo il 1919 sono invitati a lasciare il territorio italiano. Ormai, d’ora in avanti le disposizioni contro gli ebrei si faranno sempre più restrittive fino a che, nel 1943, la cosiddetta “soluzione” del problema ebraico passerà nelle mani degli occupanti tedeschi. Nel 1940, sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi, per quei motivi razziali di cui si è appena detto, Bassani pubblica il primo libro di prose e racconti: “Città in pianura”. Si laurea comunque nel 1939 con una tesi su Niccolò Tommaseo, mentre il fratello Paolo, già costretto per motivi razziali a frequentare l’università di Grenoble, ne verrà addirittura espulso quando l’Italia dichiarerà guerra alla Francia. Sono anni intensi e di una loro audace e rischiosa bellezza che Bassani dedica quasi del tutto a una segreta militanza antifascista, fino al 1943, quando nel maggio viene arrestato e tenuto in carcere per qualche mese. Riavrà la libertà il 26 luglio, dopo la caduta del fascismo e la dichiarazione d’armistizio dell’Italia con l’esercito alleato. Ai primi d’agosto del 1943 si sposa con Valeria Sinigallia, sistemandosi precariamente a Firenze dove è costretto a vivere sotto falso nome. Quando nel 1945 pubblica le poesie di “Storie dei poveri amanti e altri versi”, Bassani si accinge a vivere in pace la sua esistenza di intellettuale e scrittore, dopo anni di rischio e di disperazione, durante i quali migliaia e migliaia di ebrei, compresi suo padre, familiari e parenti, conoscenti e amici, erano andati alla morte in guerra, in prigionia, nei lager: tutta gente la cui memoria non cessò mai di dargli quella fondamentale e confortante certezza di essere dalla parte della giustizia e della verità. Nel 1947 pubblica “Te lucis ante”. Sono le brevi composizioni d’ispirazione religiosa di un giovane poeta non credente ma che, in ogni caso, subisce il fascino terribile, e anche atterrito, di un Dio che comanda la storia e lascia che, senza sosta né scampo, gli uomini vadano al loro destino di morte. Nel 1953 “La passeggiata prima di cena” che, unitamente a “Gli ultimi anni di Clelia Trotti”, uscito nel 1955, e ad altri racconti (“Storia d’amore”; “Una lapide in via Mazzini”; “Una notte del ’43”), formano le famose “Cinque storie ferraresi ” del 1956 (premio Strega di quell’anno). Due anni dopo le “Cinque storie ferraresi” Bassani pubblica “Gli occhiali d’oro” Nel 1958 scopre e lancia un nascosto talento della nostra creatività letteraria: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de “Il Gattopardo”, romanzo storico dal successo internazionale. Dopo lunghissime gestazione (alcune delle pagine destinate a entrare nella struttura del romanzo finito risalgono agli inizi degli anni Quaranta), Bassani pubblica nel 1962 “Il giardino dei Finzi-Contini”, il suo primo vero romanzo, premio Viareggio di quell’anno.

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI

La decisione di raccontare la storia dei Finzi Contini e del loro piccolo mondo viene presa dal narratore, una domenica di aprile, durante una gita di fine settimana. Ciò che determina il romanzo è la vista della necropoli di Cerveteri, nella zona di Tarquinia, a nord di Roma. Le antiche tombe degli etruschi gli ricordano la cappella funebre dei Finzi-Contini nel cimitero di Ferrara. L’ambientazione del romanzo è particolare, la narrazione si sposta, non solo geograficamente, ma anche temporalmente. Dopo avere con molti dettagli ricordato le vicende architettoniche della cappella e gli eventi del casato Finzi-Contini (tra cui la morte del piccolo Guido, primo figlio di Ermanno e Olga Finzi-Contini, e il comportamento della loro famiglia nell’ambito della comunità israelitica ferrarese), il narratore situa inizialmente la storia che sta per raccontare, utilizzando una lingua molto specifica e accurata, negli ultimi anni Venti, quelli del suo ginnasio, quando ha le prime occasioni d’incontro con Alberto e Micòl, gli altri due figli degli anziani Finzi-Contini. Il narratore prende le mosse dalla sua disavventura scolastica agli esami di licenza ginnasiale: un cinque in matematica che lo sconcerta al punto di pensare di non tornare più a casa e di intraprendere, intanto, un giro per la città, in vista di una possibile fuga. Capitato in prossimità del muro di cinta che delimita il giardino dei Finzi-Contini, viene chiamato da Micòl che non solo lo distoglie dai suoi pensieri di sparizione, ma gli propone di entrare scavalcando la recinzione. Il narratore è indeciso e la ragazza gli va incontro, accompagnandolo fino all’entrata di una vicina grotta per nascondervi la bicicletta ed essere quindi più libero di accettare il suo invito. Scatta nell’animo del ragazzo, una volta entrato nel buio della piccola caverna, una fantastica soluzione all’incontro con Micòl, che non ricordava se non dai tempi in cui erano bambini alle funzioni nella sinagoga ebraica della città. E la soluzione sarebbe quella di un amore eterno e segreto fra lui e la ragazza, ma l’immaginosa costruzione della sua bizzarra ed emozionata congettura si dissolve al richiamo del domestico di casa Finzi-Contini. Il sogno s’interrompe e il narratore trasferisce nella memoria le prime immagini di Micòl, ragazzina vivace e impertinente, espansiva ma al tempo stesso irraggiungibile. A questo punto la narrazione salta di quasi dieci anni. Siamo ora nel 1938, il momento cupo del fascismo , l’anno delle leggi razziali che discriminano gli ebrei dalle scuole pubbliche e dalle associazioni culturali e sportive. In conseguenza delle disposizioni di legge emanata dal regime a danno degli ebrei, i Finzi-Contini aprono i cancelli del loro giardino, e del loro campo di tennis in particolare, a un gruppo di ragazzi, ebrei e non ebrei per la verità, più o meno coetanei di Alberto e Micòl, compreso il narratore. Il racconto si arresta davanti alle porte della cosiddetta magna domus, la maestosa e riservata residenza dei Finzi-Contini. Infatti, riferendo a suo padre la circostanza dell’invito ricevuto, il genitore, abbastanza maldisposto verso la condotta dei Finzi-Contini, fa commenti su di loro, ricordando la loro eccentricità di comportamento e infervorandosi a tal punto nel discorso da finire a inquietarsi col proprio figlio. Finalmente si entra dai Finzi-Contini: i ragazzi si conoscono tutti, chi più chi meno, fra loro: solo Giampiero Malnate non è di Ferrara e non è nemmeno tanto un ragazzo: proviene da Milano e lavora in qualità di chimico in una fabbrica della zona industriale della città. Sono settimane di perfetta vacanza occupate dal gioco, da gesti d’amicizia, dai generosi rinfreschi e dalle non meno prodighe merende offerte dai padroni di casa. I Finzi-Contini dimostrano tutta la loro signorile ospitalità, dai fratelli Alberto e Micòl agli anziani di famiglia, fra cui il professor Ermanno, che simpatizza paternamente e culturalmente con il narratore, in procinto di laurearsi in letteratura. Il racconto restringe ora il suo interesse alla persona del narratore e di Micòl, fra le quali sembra sempre debba scoccare la scintilla dell’amore dopo quella dell’amicizia e della reciproca simpatia. Micòl accompagna il suo giovane innamorato alla conoscenza del giardino, attraverso una serie di passeggiate molto movimentate e dialettiche, dal punto di vista dei dialoghi, delle battute ironiche, della provocazione culturale cui Micòl unisce una punta di femminile malizia intesa a pungere e a commentare l’inesperienza e la distrazione del suo ingenuo giovane amico. L’episodio della carrozza, ossia di una mancata aperta dichiarazione da parte del narratore dei suoi sentimenti verso Micòl, chiude la parte seconda. Segue un periodo di rimpianto e di meno caldi rapporti, ovviamente, durante i quali il narratore torna più volte, in veglia e in sogno, sulla affascinante ed estrosa immagine della ragazza, tanto vicina e pure così irrimediabilmente lontana dalla sua portata.

Per di più, essa si trasferisce improvvisamente a Venezia dove, avendo lei pure una laurea da conseguire, intende condurre in porto la relativa tesi. Ma proprio mentre la ragazza è via da Ferrara, il narratore viene invitato in casa Finzi-Contini da Alberto, che già riceve quasi giornalmente nella sua stanza Giampiero Malnate. Il rapporto con la magna domus si intensifica anche per l’invito da parte del professor Ermanno ad approfittare della biblioteca per le sue ricerche letterarie in vista della tesi. Il narratore e Micòl si scrivono, sottilizzando su una traduzione da Emily Dickinson, mentre nell’appartamento di Alberto iniziano gli incontri a tre fra il giovane padrone di casa, il narratore stesso e il Malnate. Costui è un intimo amico di Alberto fin dai tempi in cui frequentavano assieme l’università a Milano; in particolare, è un giovane solido, di idee comuniste, che crede nel futuro e che tende ad ammaestrare amici e conoscenti per quell’invincibile entusiasmo che gli deriva dalla sua totale convinzione ideologica. Intanto, fra una discussione e l’altra, e sempre in attesa del ritorno di Micòl, il narratore approfitta della sterminata biblioteca del professor Ermanno. Micòl torna a sorpresa per la sera di Pasqua. Una sera che il narratore trascorre metà presso i suoi e metà in casa Finzi-Contini. È questo il capitolo forse più ricco di sentimenti e più vario di situazioni oltre che, ben inteso, di movimento narrativo, alla fine del quale si conclude anche la terza parte del libro. Ormai è il tempo degli eventi definitivi. Il narratore, che continua a frequentare, in casa Finzi-Contini, gli amici Alberto e Malnate, viene ammesso un giorno nella stanza di Micòl, teneramente indisposta. Qui tenta goffamente di mandare ad effetto un suo sgraziato e avventato tentativo di conquista della ragazza, perdendo per sempre il suo affetto e rischiando pure la sua amicizia e la sua stima. Dopo un breve viaggio a Grenoble, dal fratello, intrapreso anche per allontanarsi un po’ dal fuoco dei sentimenti e dal bruciore della sconfitta, il narratore si barcamena tra saltuarie visite ai Finzi-Contini e piccoli battibecchi con Micòl: I rapporti sono ormai troppo minacciati e presto si romperanno totalmente. Per non rinunciare del tutto a parlare di lei e a farla vivere almeno nella fantasia, il narratore si incontra con Malnate, a casa sua, o per la città, coltivando più intensamente un rapporto che si era formato durante gli accesi ma occasionali discorsi politici e culturali nella stanza di Alberto. Girando per Ferrara, Malnate lo condurrà persino in un postribolo, esperienza che colmerà la misura dell’insoddisfazione di sé che lo porterà a cambiare definitivamente la sua vita. Questo evento prelude infatti al distacco anche da Malnate, riportando il narratore agli affetti familiari, in particolar modo a riconciliarsi con suo padre. Questi, infatti, in una notte di totale rappacificazione col figlio, lo richiamerà ai suoi doveri, riconfermandolo nella sua vera passione: quella dello scrittore. La quarta parte si conclude così con la definitiva rinuncia del narratore a Micòl, ai Finzi-Contini, a Malnate stesso. Il narratore ripassa, una sera per la via delle Mura e si rifà sotto la cinta del giardino dei ricordi più belli. Entra e, durante una visita segreta ai luoghi del suo possibile amore, comprende che, dopo i suoi falliti tentativi di conquista, Micòl è stata molto probabilmente di Malnate. Il romanzo è finito. Nelle brevi pagine dell’Epilogo il narratore chiude i ricordi con l’immagine ideale di alcune croci. Esse, infatti, non segnano i resti delle persone care ma gli appigli della memoria per continuare a ricordarle. Sono quelle di Alberto, morto nel 1942 per un male incurabile, e poi quelle di tutti gli altri, scomparsi, chi in un modo chi nell’altro, nell’anno seguente: quelle degli anziani Finzi-Contini; quella di Malnate, partito per la guerra con il corpo di spedizione in Russia e non più tornato e, infine, quella di Micòl, che più che una croce è una visione e un rimpianto.

I nodi al pettine

Il 10 giugno 1940 L’Italia fascista allaccerà il suo destino alla Germania nazista di Hitler in una guerra disastrosa, che vedrà anche una furiosa lotta fratricida di rivalsa per i partigiani, di restaurazione per i fascisti, con la breve avventura della Repubblica di Salò. L’Italia e gli italiani, stanchi, affamati, decimati dalla guerra, dalle violenze e dalle privazioni, riconquistavano una coscienza civile democratica. Terminiamo questo testo auspicando che gli italiani abbiano imparato da questo ventennio passato (e non troppo remoto) ad apprezzare la pace, la democrazia e le conquiste sociali del dopoguerra, che, bene o male, hanno fatto dell’Italia una delle nazioni più civili e libertarie del mondo.

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