L’età napoleonica

 

L’età napoleonica

 

Qual era la sitazione politica dell’Italia nel 1796?

«L’Italia del 1796 non era uno Stato unitario, e neppure – in nessun senso ovvio – una “nazione”. Fin dal crollo dell’impero romano d’Occidente nel V secolo d.C., la penisola era stata la preda contesa da una sfilza di invasori – unni, goti, longobardi, bizantini, arabi, normanni, Hohenstaufen, aragonesi, angioini – che avevano lasciato il paese profondamente frammentato sul terreno politico, culturale ed economico. Nel Medioevo le prospere comunità urbane del Nord e del Centro – città come Genova, Milano, Verona, Padova, Bologna, Pisa, Firenze e Siena – s’erano ribellate contro la sovranità nominale degli imperatori tedeschi a nord delle Alpi, creando città-Stato autonome. Ma s’erano anche aspramente combattute, aggravando cosí il retaggio della discordia. Le ambizioni dei pontefici romani di avere il proprio Stato indipendente al centro dell’Italia avevano creato un ulteriore elemento di divisione. Nel Cinquecento, dopo alcuni decenni di guerre devastanti, gli spagnoli avevano assunto il controllo di gran parte della penisola; e al principio del Settecento erano stati soppiantati dagli austriaci. Ma la frammentazione politica rimase, e al momento dell’arrivo degli eserciti napoleonici l’Italia era ancora un caleidoscopio di Stati distinti. Nella lista figuravano la Repubblica di Genova, il Regno di Piemonte-Sardegna, la Repubblica di Venezia, il ducato di Modena, il ducato di Parma, il granducato di Toscana, gli Stati Pontifici e il Regno di Napoli. Il ducato di Milano era una parte dell’impero austriaco.     Ma in seguito alla Rivoluzione francese, un movimento che aveva infuso un nuovo significato e uno straordinario dinamismo nelle parole “nazione” e “patria”, l’idea dell’Italia in quanto, almeno potenzialmente, un’entità politica unitaria aveva acquistato un’importanza molto maggiore che in passato. In precedenza, in Italia (ma anche altrove) le parole “nazione” e “patria” erano state usate in maniera abbastanza vaga. Potevano designare semplicemente la regione o la città in cui uno era nato; oppure (piú comunemente) potevano indicare un’accolta di persone che sembravano condividere uno stesso retaggio culturale. Di qui i frequenti riferimenti alla “nazione veneziana”, alla “nazione lombarda”, alla “nazione piemontese”, alla “nazione napoletana” e alla “nazione siciliana”. A partire dall’inizio del Settecento parlare di una “nazione italiana” diventò piú comune; ma, di nuovo, il senso era principalmente culturale: il termine designava cioè un popolo accomunato da una lingua e da una letteratura. Non si voleva implicare che gli italiani dovessero abbandonare la loro fedeltà politica agli Stati esistenti.       Un buon esempio di quest’idea della nazione italiana è un saggio pubblicato nel 1765 in una rivista, “Il Caffè”, diretta da Pietro Verri.»[1] L’autore è Gian Rinaldo Carli (1720-1795), nativo di Capodistria (che allora faceva parte del dominio di Venezia) e legato al gruppo degli illuministi milanesi.  L’articolo è significativamente intitolato Della patria degli italiani. L’autore vi immagina che un personaggio venuto di lontano (di cui non è difficile ravvisare la matrice autobiografica) entri in un caffè di Milano (anche in questo caso l’allusione è evidente) e si senta interpellare da un giovane avventore, il quale gli chiede “s’era egli forestiero”. “No, – risponde l’incognito signore”. “Allora – replica l’interlocutore – sarà Milanese”. Per la seconda volta l’incognito replica: “No”. E allora? Chi diavolo sarà mai l’incognito, si chiede stupito il giovane avventore? “Sono Italiano – risponde l’Incognito – e un Italiano in Italia non è mai forestiere come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda e cosí discorrendo”. Ma gli viene spiegato che la sua affermazione significa ben poco, perché in Italia vige “l’universale costume […] di chiamare col nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d’una muraglia”. Prosegue l’Incognito: “Questo può chiamarsi un genio mistico [abitudine irrazionale] degli Italiani, che gli rende inospitali e inimici di lor medesimi, e d’onde per conseguenza ne derivano l’arenamento delle arti, e delle scienze, e impedimenti fortissimi alla gloria nazionale, la quale mal si dilata quando in tante fazioni, o scismi viene divisa la nazione. Non fa – seguitò egli – certamente grande onore al pensare italiano l’incontrare, si può dire ad ogni posta, viventi persuasi d’essere di natura e di nazione diversi da’ loro vicini, e gli uni cogli altri chiamarsi col titolo di forestieri; quasicché in Italia tanti forestieri si ritrovassero quanti italiani”.[2] «Il forestiero continua allora sostenendo che l’Italia è una nazione che risale all’epoca dei romani; e proprio perché gli italiani non sono riusciti ad accantonare le loro differenze e a riconoscere che hanno una patria comune, nella penisola la causa del progresso ha subito danni cosí gravi. Egli traccia però una distinzione netta tra patriottismo culturale e patriottismo politico: se da un lato occorre che gli italiani lavorino insieme ad accrescere la “gloria nazionale” nelle scienze e nelle arti, dall’altro hanno però il dovere di obbedire alle leggi dello Stato in cui vivono.   Lo scoppio della Rivoluzione francese modificò i termini della discussione. Uomini che si dicevano “patrioti”, come Pietro Verri, e assistevano con entusiasmo agli eventi francesi, cominciarono a chiedersi se la “nazione italiana” non potesse costituire un’unità politica oltre che culturale.»[3]

L’idea che l’Italia dovesse costituire un unico Stato continuò a guadagnare terreno tra i patrioti italiani, diffusa dalla miriade di giornali, pamphlet e società politiche spuntati nell’Italia settentrionale sulla scia degli eserciti francesi vittoriosi.

I Francesi in Italia:  primavera del 1796.

La prima campagna di Napoleone coalizza le forze antiaustriache e rivoluzionarie nell’Italia settentrionale.

Ma arriva la delusione del trattato di Campoformio, 17 ottobre 1797.

Costi della presenza francese: saccheggi, fiscalità eccezionale, coscrizione obbligatoria.

[1] Christopher Duggan, La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi. Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 9-10.

[2] Alberto Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana. II. Dalla decadenza al Risorgimento, Torino, Einaudi, 2009, p. 229. La citazione dal Caffè è ampliata e controllata sull’originale rispetto al testo riportato da Asor Rosa.

[3] Christopher Duggan, op. cit., p. 10.


Si formano repubbliche sul modello francese:

Repubblica Cispadana (Emilia, Romagna e qualche altro territorio)

Repubblica Transpadana (Lombardia)

Il 9 luglio 1797 la Repubblica Transpadana si fuse con la Repubblica Cispadana, dando così vita alla Repubblica Cisalpina.

A seguito della vittoriosa campagna del generale Bonaparte, con il Trattato di Campoformio firmato il 17 ottobre 1797, la Francia cedeva la Repubblica di Venezia, compresi i suoi territori in Istria e Dalmazia, agli Asburgo, che dal canto loro si impegnavano a riconoscere la Repubblica Cisalpina, di cui Milano divenne la capitale.

Repubblica Cisalpina 1797; in seguito assumerà il nome di Repubblica italiana (nel 1802, con Bonaparte come presidente e Francesco Melzi d’Eril come vicepresidente) e poi di Regno d’Italia (1805), con Napoleone come re e Eugenio di Beauharnais come viceré. La trasformazione in regno significò un’ulteriore svolta autoritaria nel regime e una più stretta subordinazione agli interessi di Napoleone e della Francia. Il 1° maggio 1806 Venezia e il Veneto furono aggregati al Regno d’Italia (con il trattato di Presburgo, firmato il 26 dicembre 1805 e conseguenza della battaglia di Austerlitz del 2 dicembre 1805, l’Austria aveva perso tutti i territori acquisiti nel 1797 a Campoformio; l’Istria verrà aggregata al Regno nel 1807, ma solo temporaneamente). Verranno in seguito annessi al Regno anche il Trentino e l’Alto Adige (1810) e le Marche (1808).

Repubblica Ligure (piú tardi il suo territorio sarà annesso alla Francia)

Repubblica Romana 1798 (piú tardi Roma e il Lazio saranno annessi alla Francia)

Repubblica Partenopea: gennaio 1799 (nel giugno 1799 tornano i Borboni; nel 1806 il Regno di Napoli – tranne la Sicilia occupata dagli Inglesi – verrà riconquistato dai Francesi e trasformato in Stato satellite della Francia)

Il Piemonte dopo una fase di occupazione militare e di amministrazione provvisoria, è annesso alla Francia l’11 settembre  1802. (La Sardegna rimase nelle mani dei Savoia, sotto la protezione della flotta britannica)

Eventi storici

Nel marzo 1796 il generale Napoleone Bonaparte fu nominato comandante dell’armata d’Italia. In quel momento l’armata era composta da 36.000 uomini ed era in disastrose condizioni d’equipaggiamento. Nel giro di pochi mesi i successi che Napoleone riuscí a conseguire furono tali da attribuire al fronte italiano una importanza fondamentale nel quadro della guerra e da assegnare al giovane generale il posto di maggiore rilievo tra i capi dell’esercito repubblicano. Le sue truppe divennero le meglio rifornite ed equipaggiate tra tutte quelle di cui disponeva la repubblica: «Soldati – diceva un suo proclama scritto alla vigilia della campagna italiana – siete nudi, mal nutriti; ma io voglio condurvi nelle pianure piú fertili del mondo. Ricche province, grandi città saranno in vostro potere; vi troverete onore, gloria e ricchezza».

 Bonaparte aveva allora 27 anni. L’offensiva ebbe inizio ai primi di aprile del 1796 e fu coronata da un immediato successo. Il 15 maggio, dopo aver costretto il re di Sardegna Vittorio Amedeo III ad arrendersi e gli Austriaci a sgomberare la Lombardia e rinchiudersi a Mantova, Bonaparte entrò trionfalmente a Milano. L’ulteriore avanzata dei Francesi, che giunsero a cento chilometri da Vienna, costrinse poi l’Austria alla pace di Campoformio (17 ottobre 1797) e al riconoscimento del dominio francese sulla Lombardia, sul Belgio e sul territorio alla riva sinistra del Reno. In cambio l’Austria fu autorizzata ad annettersi la repubblica di Venezia che, pur essendo rimasta fuori dal conflitto, perdette in quella occasione la sua secolare indipendenza. Contemporaneamente crollarono uno dopo l’altro, in seguito agli attacchi delle truppe francesi e alle agitazioni interne, gli altri governi e le dinastie del Nord e del Centro della penisola italiana, compreso lo Stato della Chiesa; poco piú tardi, nel dicembre 1798, anche i Borboni abbandonarono il regno di Napoli e si rifugiarono in Sicilia.

Quando a Bonaparte e al governo francese si pose il compito di dare un’organizzazione politica a questi territori, i giacobini italiani dovettero constatare che il crollo dei vecchi regimi, avvenuto per le vicende della guerra, non era premessa sufficiente per la creazione di quelle repubbliche indipendenti che essi vagheggiavano. La pace di Campoformio, con il sacrificio imposto a Venezia, fu un episodio altamente significativo che disilluse i patrioti italiani sulle reali intenzioni dei francesi. La Francia considerava popoli e paesi alla stregua di merce di scambio nelle trattative diplomatiche e cercava la sua sicurezza e la base della sua potenza nell’oppressione dei popoli piccoli e deboli piú che nella solidarietà con gli oppressi. In particolare furono decisamente scoraggiate le tendenze all’unificazione della penisola, che cominciarono allora a manifestarsi diffusamente per la prima volta nella storia italiana. Alla volontà di dominio politico e militare si accompagnò anche il desiderio di trasformare l’interna organizzazione dei territori conquistati, di estendere ad essi leggi e ordinamenti che in Francia erano stati creati dopo la rivoluzione. Il Direttorio acconsentí alla creazione di governi civili repubblicani, imponendo ad essi una tutela militare e politica tale da ridurre drasticamente i margini di autonoma iniziativa politica, che le massicce requisizioni e imposizioni di contributi finanziari ridussero ulteriormente. La resistenza dei repubblicani italiani contro questa pressione fu spesso vivace, ma non conseguí importanti e concreti risultati.

I gruppi che sostenevano la necessità di profonde riforme sociali e di una rapida e completa liquidazione dei residui feudali, o che si richiamavano alla Costituzione francese del 1793, ebbero scarsa possibilità di influire sull’azione dei governi e delle assemblee legislative, i cui componenti furono nella maggior parte dei casi scelti direttamente dalle autorità francesi. Anche per questo i provvedimenti diretti a trasformare gli istituti ereditati dall’antico regime furono tardivi e insufficienti.

Nelle repubbliche giacobine che nel Triennio rivoluzionario (1796-1799) furono create in Lombardia, a Genova, a Bologna, a Roma e a Napoli, piú che le iniziative legislative e i tentativi di riforma costituzionale furono importanti il dibattito politico e il fermento di idee. Nei circoli costituzionali e nei giornali furono posti in discussione i piú importanti problemi sociali e politici e si cominciò a discutere e ad affermare l’esigenza di unificazione politica del paese. Nella Cisalpina il «Monitore italiano» ebbe tra i suoi collaboratori Melchiorre Gioia e Ugo Foscolo. A Napoli la figura principale fu quella di Mario Pagano, ispiratore ideale e politico di tutto il movimento; accanto a lui emersero Eleonora de Fonseca Pimentel, che diresse il «Monitore napoletano» e Vincenzio Russo.

Nei disegni del Bonaparte e del Direttorio, l’Italia doveva essere la base del piú vasto impegno militare che, una volta concluso il conflitto con l’Austria, aveva come obiettivo l’Inghilterra. I progetti di uno sbarco si erano dimostrati irrealizzabili; la lotta si era spostata sul piano economico, con la proibizione delle merci inglesi nel territorio della Francia e dei paesi sui quali essa aveva esteso il suo dominio. Per rendere piú efficace la lotta economica, estendendola al di là del continente europeo, Bonaparte propose al Direttorio di organizzare una spedizione in Egitto, Stato vassallo dell’impero turco. L’impresa gli avrebbe fornito nuove possibilità di gloria militare; il Direttorio, da parte sua, fu ben contento di allontanare dalla scena politica europea il generale che aveva dimostrato, nelle trattative di Leoben e nella pace di Campoformio, una eccessiva indipendenza dal potere civile.

La spedizione partí da Tolone il 19 maggio 1798. Nella battaglia delle Piramidi (21 luglio) i Francesi ottennero una netta vittoria sulle truppe dei Mamelucchi, le forze che avevano in Egitto il potere locale, sotto la sovranità turca. Bonaparte poté entrare vittorioso al Cairo e accingersi immediatamente a dare al territorio occupato una nuova organizzazione politica e amministrativa.

Ma la flotta che aveva trasportato le sue truppe e che assicurava il collegamento con la Francia fu disfatta ad Abukir dalla flotta inglese comandata dall’ammiraglio Nelson. Il corso della guerra subí una svolta. La parte migliore dell’esercito francese e il suo piú prestigioso generale rimasero bloccati nel territorio egiziano proprio nel momento in cui si formò una seconda coalizione antifrancese, con la partecipazione di Inghilterra, Russia, Austria, impero turco e Borboni di Napoli.

Nella primavera del 1799 le forze russe e austriache concentrarono la loro offensiva sull’Italia, conseguendo una serie di vittorie tra l’aprile e il giugno. I Francesi furono rapidamente ricacciati dalle regioni occupate e l’autorità degli antichi governi fu ristabilita quasi dappertutto in Italia. A Napoli il ritorno dei sovrani legittimi fu altrettanto rapido, ma ebbe un carattere piú drammatico che negli altri Stati italiani. La repubblica non fu abbattuta, infatti, dall’esercito della coalizione, ma da una insurrezione popolare organizzata e diretta da un emissario dei Borboni, il cardinale Fabrizio Ruffo. Sbarcato clandestinamente in Calabria dalla Sicilia, egli rivolse un appello alle popolazioni invitandole a insorgere in nome del re e della fede cattolica. La masse contadine si raccolsero in grosse bande, guidate da capi locali e confluirono nell’esercito della Santa Fede, sotto il comando del cardinale Ruffo. Le bande sanfediste entrarono a Napoli il 20 giugno 1799. Una feroce repressione, preordinata e istigata specialmente dalla regina Maria Carolina e dal Nelson, seguí il ritorno dei Borboni a Napoli. A migliaia furono arrestati e processati coloro che avevano aderito al regime repubblicano. Mario Pagano, Vincenzio Russo, Eleonora de Fonseca Pimentel, Francesco Caracciolo, insieme a molti altri che avevano cercato di aprire al loro paese la via del progresso civile, furono giustiziati.

Rientrato in Francia, Napoleone partecipò ad un colpo di stato che ebbe inizio il 18 brumaio (9 novembre 1799) e si concluse con la creazione di un Consolato formato da lui stesso, Sieyès e Ducos. Napoleone riuscí facilmente ad assicurarsi la preminenza sugli altri membri del nuovo governo. La Costituzione dell’anno VIII, redatta poche settimane dopo il colpo di Stato, ratificò il nuovo assetto politico, dando al primo console, che fu lo stesso Bonaparte, il potere effettivo. L’aspetto piú importante dell’opera realizzata nella prima fase del governo consolare fu il riordinamento amministrativo. La divisione del paese in dipartimenti fu mantenuta, ma fu soppressa l’autonomia locale, con l’abolizione delle assemblee e delle cariche elettive. Tutta la vita amministrativa locale fu sottoposta ai prefetti, che rappresentavano il governo in ogni dipartimento e dipendevano direttamente dal ministro dell’Interno: un modello di accentramento amministrativo che fu poi largamente seguito e imitato in quasi tutti i paesi europei che ebbero nel secolo XIX un regime liberal-costituzionale.

Tracciate le linee della riorganizzazione interna, Bonaparte riprese la guerra contro l’Austria sul fronte del Reno e su quello italiano. Egli stesso venne in Italia con un’armata di 60.000 uomini e riportò a Marengo, il 14 giugno 1800, una vittoria che ebbe un valore decisivo non solo dal punto di vista militare, ma anche sul piano politico interno, in quanto serví a consolidare la dittatura da poco instaurata.


Nelle campagne che lo portarono di vittoria in vittoria, Napoleone non mancò di fare appello ai valori profondi della Rivoluzione francese, col risultato che la sua azione favorì l’aperta contestazione degli Stati d’antico regime e la diffusione di uno spirito nazionale in varie parti d’Europa.

Conseguenze della dominazione francese

Introduzione del codice civile napoleonico. Promulgato in Francia il 21 marzo 1804, fu via via esteso, senza modifiche, a tutti i territori italiani soggetti ad occupazione francese; gli unici territori italiani in cui non fu introdotto furono quindi la Sicilia, la Sardegna e la Repubblica di San Marino. In prospettiva storica si può dire che il Codice, attraverso l’unificazione legislativa della penisola, contribuí, accelerandone i tempi, al processso d’unificazione del paese.             comporta: uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, matrimonio civile, divorzio, istruzione laica, abolizione della primogenitura e del maggiorasco [il patrimonio passa al parente maschio più vicino di grado], accettazione delle diverse fedi religiose e dei diritti civili degli Ebrei, relativa libertà di stampa e di associazione; afferma due principi fondamentali: la compattezza della famiglia, fondata sull’autorità maritale e paterna; l’intransigente difesa della proprietà, soprattutto della proprietà fondiaria (il lavoratore dipendente è collocato dal Codice in uno stato d’inferiorità giuridica).

Abolizione dei diritti feudali.

Formazione e addestramento di un nuovo ceto amministrativo.

Riorganizzazione del sistema amministrativo locale secondo un modello rimasto sino ad oggi.

Edilizia pubblica: strade e ponti, riassetto urbanistico, ristrutturazione di edifici ecclesiastici, trasformati in ospedali, scuole, carceri.

In Lombardia ed Emilia-Romagna si ha l’ascesa di un nuovo ceto medio legato alle fortune napoleoniche.

Rapida circolazione delle idee, costumi più liberi e autonomi.

La borghesia urbana e rurale è quella che meglio approfitta della nuova situazione.

Proletarizzazione dei contadini poveri (oppressi dall’aumento delle tasse e dalle coscrizioni militari)              avvio di un processo di urbanizzazione.

Questi cambiamenti riguardano soprattutto il Nord.

Esperienze politiche e culturali nell’Italia napoleonica

L’arrivo di Napoleone nel 1796 mette rapidamente in moto speranze e dibattiti.

Rapido (anche se effimero) sviluppo della stampa e formazione di una embrionale opinione pubblica.

Coinvolgimento di numerosi intellettuali nella vicenda rivoluzionaria, comparsa di una letteratura funzionale alla valutazione degli eventi: proclami, discorsi, dichiarazioni, opuscoli e appelli al popolo.

“giacobini italiani” uniti da ¯   Affermazione politica del Terzo Stato

¯   Generico appello al popolo perché si mobiliti e agisca in prima persona nel processo rivoluzionario.

¯   Stato repubblicano.

Sono inoltre “patriottici” perché si riferivano a un’idea generale di unificazione nazionale.

Egualitarismo, anticlericalismo, repubblicanesimo, idea di democrazia su basi popolari: i giacobini più radicali si dividono su questi punti da un’ala più moderata.

Centrale fu il ruolo di Milano, riconosciuta come prima espressione di una possibile nazione italiana.

Si fa strada l’idea di una nazione italiana, come organismo fondato sulla comunanza di lingua e di tradizioni. Come in molte parti d’Europa, c’è un generale impulso a rafforzare l’identità nazionale, in reazione all’uniformità imposta dai Francesi. Contribuí non poco all’affermarsi dell’identità nazionale pure il fatto che un gran numero di italiani – su base volontaria o per via della coscrizione obbligatoria – militò negli eserciti napoleonici.

Dopo la vittoria di Marengo (14 giugno 1800), molti sperano che si costituisca in Italia settentrionale uno Stato sufficientemente forte per godere di una certa autonomia e quindi per guidare il processo di unità nazionale.

Anche il ritorno al purismo linguistico e alle tradizioni italiane comuni mostra il sorgere di un nuovo atteggiamento di superamento delle divisioni storiche.

Condizione degli intellettuali

Le carriere intellettuali prima erano privilegio del clero e della nobiltà e legavano l’intellettuale alla corte e alla famiglia patrizia. Ora ai nuovi intellettuali si aprono opportunità amministrative, editoriali, oppure la carriera delle armi, o un inserimento nelle rinnovate Università: esemplare il caso del Foscolo, che sperimenterà tutte le possibilità offerte dal nuovo regime.

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