LA RIVOLUZIONE AMERICANA

 

LA RIVOLUZIONE AMERICANA

 

  1. LE COLONIE INGLESI IN AMERICA

Una nuova forma di colonizzazione

Nel 1620 i “padri pellegrini”, appartenenti a una comunità puritana non ortodossa, intrapresero un viaggio a bordo della Mayflower che li avrebbe condotti dall’Inghilterra, attraverso l’Atlantico, nel Massachusetts; il loro arrivo nella terra chiamata “New England” è considerato l’atto di nascita delle colonie inglesi d’America, che avrebbero inaugurato una forma di colonizzazione assolutamente diversa da quelle coeve.

Il giuramento fatto dai padri pellegrini sul Mayflower sintetizza i fondamenti politico-istituzionali delle colonie inglesi d’America:

«facciamo un Patto e ci organizziamo in un corpo civile politico per il nostro miglior ordine e la preservazione e l’avanzamento degli scopi suddetti; e in virtù di questo per decretare, costruire e regolare di tempo in tempo, quelle Leggi, Atti, Costituzioni, giusti e uguali, che saranno più adatti e convenienti per il benessere generale della Colonia, a cui promettiamo la dovuta sottomissione e obbedienza».

Il loro atto di nascita è legato alla concessione, da parte del sovrano, di statuti e monopoli a compagnie o gruppi, e al patto tre i membri colonizzatori: l’annessione territoriale alla corona inglese è fuori discussione ma i coloni rivendicano, fin dall’origine, un corpus legislativo e istituzioni rappresentative autonomi.

Altri insediamenti nel XVII secolo diedero vita a nuove colonie; ricordiamo il New Hampshire (1629) e il Connecticut (1631) che, insieme al Massachusetts, crearono nel 1643 la confederazione delle Colonie Unite della Nuova Inghilterra per difendersi dagli olandesi, stanziati sulle coste del Nordamerica, dai francesi, stanziati nell’attuale Canada, e dagli indiani. Nel 1644 una piccola flotta inglese conquistò l’insediamento olandese di New Amsterdam ribattezzato “New York”, dal nome del suo concessionario, il duca di York. Nel 1681 il duca di York concesse a William Penn i territori che prenderanno il nome di “Pennsylvania” e il Delaware. Nel 1682, l’ascesa al trono del duca di York, Giacomo II, trasformava il New York in colonia della corona. Nel 1732, con la Georgia, le colonie inglesi in America diventarono tredici.

Ritratto di una nazione nascente

La causa della nascita e dello sviluppo delle colonie furono le lotte politico-religiose in Inghilterra. I puritani tra il 1620 e il 1640 fondarono le comunità del New England e del Massachusetts, i coloni della Virginia, i quaccheri della Pennsylvania erano perseguitati, costretti a fuggire dalla madrepatria. Essi non erano però isolati, ma esprimevano piuttosto la vitalità, lo sviluppo di una società civile, come quella inglese, che non trovava risposte e forme di realizzazione nella società politica e negli equilibri interni del potere.

La libertà americana si manifestò innanzitutto come possibilità di mettere in pratica ipotesi di convivenza religiosa e sociale, impossibili in patria. Così i coloni trapiantarono in America modelli originari di vita comunitaria e di relazioni religiose e sociali. I puritani del New England crearono un modello fondato sulla comunità di singole chiese senza struttura gerarchica, i cui membri erano considerati i veri cristiani rigenerati dalla grazia ed erano titolari di amplissimi diritti politici. I quaccheri della Pennsylvania portarono i loro ideali di vita attiva, di sfruttamento razionale delle risorse, di operosità nel lavoro.

Al motivo religioso si aggiunse il motivo economico. La maggioranza di coloro che prendevano la via dell’America erano attratti dalla speranza di migliorare la loro situazione economica:

artigiani e contadini con un piccolo capitale di avviamento;

affittuari, sbandati e sradicati per il processo delle recinzioni;

servi a contratto che si impegnavano per un certo numero di anni a lavorare per un padrone;

condannati per crimini comuni che, soprattutto nel XVIII secolo, ottenevano la grazia dai giudici in cambio della partenza per l’America;

ma anche la gentry delle campagne, emarginata dai processi di produzione e dal mercato.

Su questo sfondo i coloni avviarono un’opera di sperimentazione politica e istituzionale. Lo Statuto delle regioni nordamericane e il loro rapporto con la madrepatria furono stabiliti in varie Carte, nelle quali erano riprodotte anche le diversità dei titoli d’origine, che erano in sostanza tre:

il primo, quello della corporazione, riconosceva fin dall’origine una vasta autonomia alla comunità di coloni installatisi sul territorio;

il secondo, quello del proprietario, concedeva lo sfruttamento del territorio a un singolo individuo;

il terzo, la colonia, al cui vertice era un governatore nominato direttamente dal re.

Le singole colonie, sulla traccia di quanto già stabilito nel giuramento del Mayflower, si diedero ordinamenti, istituzioni, leggi, organismi rappresentativi accettati da tutti i coloni e riuscirono a vanificare i tentativi di centralizzazione e di costruzione di una burocrazia imperiale, compiuti dall’Inghilterra soprattutto dopo la “gloriosa rivoluzione”. Al centro di questi ordinamenti era l’assemblea coloniale, sede della rappresentanza. Ma qui il criterio che la fondava era completamente diverso da quello vigente nel parlamento inglese: quella coloniale non era espressione dei ceti, degli ordini (Nobili, città, villaggi ecc.), ma delle singole comunità, che costituivano politicamente la colonia. essa per comunità rispecchiava forse una logica più arcaica rispetto al progetto moderno della rappresentanza nazionale inglese, ma assicurava una più estesa partecipazione alla vita politica, fondata sull’autonomia e sul decentramento.

I tratti peculiari della colonizzazione americana non devono tuttavia indurre a dimenticare il rapporto ideale e il rapporto politico esistenti con la madrepatria. A livello ideale è infatti innegabile la forte influenza che esercitò il più avanzato pensiero politico inglese ed europeo sull’elaborazione teorica e sulla prassi istituzionale delle colonie americane prima della rivoluzione. A livello politico si deve sottolineare il sentimento di appartenenza alla comunità unitaria imperiale inglese, diffuso tra i coloni americani nel primo secolo della loro storia ed entrato in crisi solo verso la metà del Settecento. Tale sentimento di appartenenza era consolidato dalla necessità di difendersi contro i pericoli esterni, la Spagna e la Francia in particolare. La fedeltà delle colonie alla madrepatria fu dunque favorita inizialmente dalla politica internazionale: infatti la sicurezza dei coloni non poteva essere affidata alle fragili milizie locali, capaci al massimo di scontrarsi con gli indiani lungo le frontiere, ma richiedeva eserciti regolari e il contributo della flotta inglese.

LO SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE

 

L’età della crescita tumultuosa

Il Settecento fu un’età di tumultuosa crescita demografica per le colonie inglesi d’America. Nel 1715 vi era una popolazione di poco superiore ai 200.000 abitanti; verso la fine del secolo il grande balzo, la faceva salire a circa quattro milioni di individui. È stato calcolato che tra il 1600 e il 1770 circa 750.000 persone (inglesi, ma anche irlandesi, scozzesi, olandesi, francesi, svizzeri, tedeschi e persino spagnoli) si stabilirono lungo la costa, dalla Florida al San Lorenzo, dentro le fortificazioni che delimitavano la frontiera con la zona degli indiani. La cronologia delle partenze seguì le congiunture delle lotte politico-religiose, ma anche i ritmi economici e sociali come le trasformazioni agrarie e le crisi alimentari. Resta valida ancora oggi la spiegazione dell’incremento demografico delle colonie inglesi data dall’economista Malthus secondo cui la chiave dell’espansione demografica verificatasi nel XVIII secolo in America fu l’elevata produttività dell’agricoltura. Oggi sappiamo che l’equilibrio tra popolazione e risorse fu raggiunto anche grazie alla differenziazione produttiva delle colonie del nord, del centro e del sud, in cui si è soliti dividere gli stati americani della costa atlantica.

 

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