LA POETICA DI GIOVANNI BOCCACCIO

LA POETICA DI GIOVANNI BOCCACCIO

LA POETICA DI GIOVANNI BOCCACCIO


Nacque a Certaldo, vicino Firenze, da un mercante fiorentino. Era un figlio naturale e non si sa molto della sua vita. Di certo il padre lo mandò a Napoli presso una famiglia mercantile, i Bardi, che avevano un’importante presenza nella corte angioina. Qui ebbe forti esperienze culturali ed intellettuali e si innamorò di una gentildonna napoletana di cui non si conosce il nome, ma che Boccaccio chiamerà Fiammetta. Nel 1340 i Bardi fallirono e il nostro poeta fu costretto a tornare a Firenze. Nei successivi 15 anni scrisse molte opere, fra cui la principale, il Decameron.

Visse tuttavia in ristrettezze economiche, fino a che, ottenuta la fama letteraria, il Comune gli offrì vari incarichi, soprattutto come ambasciatore.

Strinse amicizia con Francesco Petrarca e tale amicizia lo spinse ad allontanarsi dalle opere in volgare e a dedicarsi con maggiore attenzione agli studi classici, soprattutto alle opere in latino. Nel 1362 ebbe una forte crisi religiosa e si dedicò ad una vita meno mondana e più raccolta, soprattutto nella fede e nella meditazione. Arrivò anche a desiderare di distruggere tutte le sue opere più leggere, Decameron compreso, ma l’amico Petrarca lo dissuase, persuadendolo che non vi era contrasto tra la fede cristiana e l’amore per la poesia e la letteratura. Visse prevalentemente a Firenze, fra una missione diplomatica e l’altra. Nel 1373 il Comune gli commissionò il pubblico commento della Divina Commedia, lavoro che Boccaccio iniziò, ma non portò mai a termine per via delle sue malattie che gli imponevano un maggiore riposo.

Cresciuto presso la corte angioina  la sua formazione culturale fu conseguita da autodidatta e il suo interesse fu sempre rivolto verso una rappresentazione psicologica e realistica della società borghese, con i suoi vizi e le sue virtù. Rimase quasi sempre lontano dai temi etici e religiosi. Inoltre la sua Fiammetta non fu certo l’immagine della donna angelicata, ma una donna molto terrena e sensuale, che si lasciava tentare e sedurre e che tradiva con molta disinvoltura.

Le opere volgari di Boccaccio riflettono la transizione dalla società feudale a quella borghese.

 

IL DECAMERON

La sua opera principale fu il Decameron, il cui titolo è tratto dal greco e significa alla lettera “dieci giorni”, perché indica un racconto avvenuto in dieci giorni. E’ una raccolta di 100 novelle in prosa scritte ( come immagina l’autore) nell’estate del 1348, mentre Firenze era sconvolta dalla peste. Pare che 7 ragazze e 3 ragazzi si siano incontrati nella chiesa di Santa Maria Novella e sembra che si siano confidati l’intenzione di allontanarsi da Firenze per ritirarsi in un vecchio casolare di campagna, in attesa della fine dell’epidemia. Nel frattempo avrebbero passato il tempo raccontandosi delle novelle, i cui protagonisti sarebbero stati uomini e donne di quella società reale e concreta della Firenze del tempo. Pertanto nelle novelle si alternano, come protagonisti,  intellettuali, politici, mercanti, banchieri, artigiani, ladri, truffatori e, per la prima volta presenti in un’opera letteraria, gli umili.

Nel suo insieme il Decameron è un’opera comica, scritta in volgare relativamente semplice: i vocaboli erano quelli di uso corrente, anche se il periodo usato era abbastanza complesso.

Le forze essenziali della vita (nel Decameron) sono l’amore e la fortuna; i valori fondamentali dell’uomo sono: l’ingegno, la generosità, la cortesia. Tutta la sensualità che traspare dalle novelle  non appare come una cupa e degradante passione, ma solo e principalmente come gioia di vivere lo spensierato periodo della gioventù.

Nella I giornata le novelle sono animate da un tono molto satirico contro i vizi dei signori e dei religiosi. (Boccaccio considera equivalenti le tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam). Nella II viene affrontato il tema della fortuna, vista come strumento della divina provvidenza. Nella III parla di spregiudicate avventure amorose, ma mai oscene. Nella IV e nella V parla di amori felici ed infelici. Nella VI, VII e VIII, parla dell’intelligenza e dell’ingegnosità umana, incluse le beffe fatte dalle donne ai loro mariti. Qui c’è da dire che Boccaccio apprezza molto la beffa nei confronti degli stupidi e l’intelligenza è sempre svincolata dalla morale e dal costume sociale.            

Nella nona giornata si raccontano novelle a tema libero, nell’ultima giornata i ragazzi narrano avventure a piacere.

 

FINALE DELL’OPERA

 

Il Decameron è dotato anche di una conclusione dell’autore nella quale Boccaccio vuole precisare alcune questioni o critiche che gli si potrebbero sollevare al momento della lettura.

Egli crede che alcune lettrici potrebbero rimproverarlo di avere affrontato degli argomenti osceni, non adatti alle donne che hanno animato le novelle e neppure a quelle che le hanno lette: ma, dice l’autore, gli argomenti affrontati  richiedevano un linguaggio particolare e, aggiunge, non è forse vero che tutte le persone usano un linguaggio equivoco per alludere a pratiche sessuali? Anche i pittori si prendono la stessa licenza nelle loro opere, ma quando si parla di arte, tutto è concesso.

Inoltre, precisa Boccaccio, all’inizio dell’opera c’è una rubrica in cui vengono elencate tutte le novelle e, dunque, la lettrice può scegliere benissimo quale leggere e quale non leggere…

Inoltre, perché si dovrebbe criticare Boccaccio, quando sono altri ad aver scritto le novelle ? Qui l’autore si nasconde dietro i suoi immaginari raccontatori, quasi a voler far credere che davvero i romanzieri siano altri diversi da lui. Qualcuno, ancora, potrebbe obiettare che le novelle siano troppo lunghe, ma, se come è vero che sono rivolte ad un pubblico femminile, allora è noto che le donne hanno molto tempo a disposizione per leggere, e, spesso, lo fanno per diletto: si veda Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno dantesco.

Inoltre chiarisce che i temi raccontati sono temi reali, appartenenti alla pratica quotidiana del vivere del suo tempo: non è forse vero che ciò che si è scritto corrisponde pienamente e senza veli alla condotta delle donne e degli uomini del suo tempo? E ciò non vale anche per alcuni uomini e donne della Chiesa, che, predicano bene e razzolano male e sono dediti anche a pratiche sessuali ed omosessuali, mentre vivono di rendita senza neanche lavorare ? Forse è vero che è stata usata una lingua velenosa, ma l’autore su questo appunto è molto tranquillo, perché un tempo una sua vicina, proprio quando aveva ultimato le sue novelle, gli aveva detto che la sua lingua era la più dolce del mondo e, secondo Boccaccio, questa era una risposta sufficiente a tutte coloro che si accingevano a rivolgere obiezioni alla sua opera.

CONCLUSIONI         

 

C’è da dire, in conclusione, che il Decameron non è solo una raccolta di novelle, ma è un romanzo iniziatico. Fiammetta (per nulla eterea e angelicata) è l’attrazione di un mondo mediterraneo ed è la figura chiave di un’interpretazione di passaggio epocale: dal mondo feudale a quello rinascimentale. Fiammetta col suo linguaggio concreto anticipa il Rinascimento dei linguaggi. Il Decameron è un vero e proprio romanzo pensato per rinnovare e rigenerare lo spirito del lettore. Il tema portante (che Boccaccio ha imparato dal filosofo Seneca) è sempre l’ironia che, spesso, non è solo nella parola, ma anche negli sguardi: infatti, Fiammetta nel suo raccontare offre un volto ed una voce al coraggio di amare, senza i timori ed i legacci in cui il Medioevo aveva imprigionato la natura umana.  

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