LA MITOLOGIA VICHINGA

LA MITOLOGIA VICHINGA

La mitologia vichinga, quella dei paesi del nord Europa, è da sempre fonte infinita di ispirazione per il fantasy e per la letteratura in generale. Molti motivi sono tradotti dalla cultura germanica e riguarda prevalentemente divinità, eroi e l’eterna lotta tra il bene e il male.

LA GUERRA

La guerra ha un ruolo centrale nella mitologia vichinga, gli uomini diventano eroi soltanto se muoiono in battaglia. Molte delle storie raccontano di fanciulle guerriere (le Valchirie, scudiere di Odino), che assistono gli eroi quando non combattono, ma soprattutto vanno a raccogliere le anime degli eroi caduti in battaglia e le portano al Valhalla (un salone pieno di armi), dove gli eroi passano il loro tempo e dove banchettano insieme alle Valchirie.

L’ALBERO DELLA VITA

Nell’antichità vichinga si pensava che tutte le forme di vita fossero scaturite da una forma di vita vegetale. L’albero della vita, un frassino sempreverde posto al centro dell’universo, è chiamato Yggdrasil (cavallo di Odino, che vi rimase attaccato per nove giorni per essere ammesso al dono della saggezza delle Rune), le cui immense radici entrano profondamente nella terra. Le prime forme di credenza religiosa erano legate alla natura (la Grande Madre). Poi c’erano i Vani, divinità benevole legate alla fertilità.

LE DIVINITA’

Odino

Il dio per eccellenza delle popolazioni vichinghe era Odino (Wotan), il dio guerriero che parla in versi e che governa le Rune, l’alfabeto sacro della mitologia Scandinava (usato anticamente per i suoi poteri magici e anche come metodo di predizione degli eventi), di cui fece dono agli uomini. E’ la divinità più importante in tutta la Scandinavia ed è universalmente noto come il “dio dei nordici” e dei vichinghi.

Thor

Figlio di Odino e signore del tuono (come Ercole e Zeus), fu il più popolare fra gli dei del mondo germanico. Divinità guerriera ma assai generosa (non richiedeva sacrifici umani), difendeva gli uomini dalla cattiveria del male. La sua arma era un martello magico, il Mjomnir, che colpiva e tornava nelle mani del proprietario. Viene spesso presentato insieme al crudele Loky, il dio malvagio, a testimonianza dell’inscindibilità del bene dal male.

Freya

Dea della fertilità, dell’amore e della magia. È associata anche alla Grande Madre, ai boschi, alla terra e al gatto (sacro in Egitto).

Frigg

Moglie di Odino, era la dea del focolare domestico.

Freyr

Fratello di Freya, è il dispensatore di ricchezza, fecondità e abbondanza.

ELFI, GNOMI ED EROI

Sigurd “l’ammazzadraghi”, Sava e Brunilde, le guerriere a capo delle Valchirie e Harald dal dente guerriero, erano alcuni degli eroi figli delle divinità.
C’erano poi elfi, nani, giganti, gnomi, Norn (che assegnavano i destini agli uomini), demoni, fate e maghi, tutti pronti alla battaglia e ad imprese epiche. Un mondo fatato e allo stesso tempo malvagio, magico e guerriero.

Quando nel 984 i vichinghi occuparono la groenlandia trovarono un clima e un paesaggio simili alla Scandinavia e per questo adottarono lo stile di vita della madrepatria, basato su un rigido cattolicesimo e sull’allevamento del bestiame.
Ebbero contatti anche con gli Inuit, anch’essi abitanti della Groenlandia, dove si erano adattati alla perfezione, ma da cui si tennero alla larga perchè considerati selvaggi.
L’adesione a modelli inadatti fu la loro rovina: continuarono testardamente ad allevare mucche sprecando molte risorse; per loro non era copncepibile investire meno nelle chiese, e quindi imparare dagli Inuit o mischiarsi con loro, poichè questo avrebbe comportato la dannazione eterna.
Così, i Vichinghi, non apportarono quei cambiamenti che li avrebbero aiutati a sopravvivere e fu così che nel XV secolo i loro paesi furono abbandonati….

IL CIELO DEI VICHINGHI:

Non si hanno testimonianze scritte di un ipotetico interesse dei Vichinghi, popolo dedito, per la sua stessa storia, alle questioni di carattere pratico assai più che alle discipline speculative. Tuttavia si può ben immaginare come essi, essendo navigatori, e non essendo dotati di bussola, avessero necessità di orientarsi nel loro viaggiare per mare; a tal fine occorreva che essi conoscessero i moti del Sole e sapessero dedurre dalla sua posizione le direzioni dei punti cardinali e la latitudine, mentre non ci si può aspettare da essi una altrettanto buona conoscenza del cielo stellato in quanto, come si è detto, essi viaggiavano d’Estate e si sa che in tale stagione alle elevate latitudini le ore di luce superano di molto quelle di oscurità (al Polo Nord si hanno sei mesi continui di luce), e la notte di fatto è un lungo crepuscolo in quanto il Sole non scende di molto al di sotto dell’orizzonte. Si può comunque ipotizzare che essi utilizzassero, quando le condizioni del cielo notturno lo permettevano, anche l’altezza della stella polare sull’orizzonte per dedurre la latitudine. Si ritiene anche che essi molto probabilmente, per dedurre la posizione del Sole anche quando era celato alla vista da nubi o dalla nebbia, il che accadeva non di rado, osservassero il cielo attraverso frammenti di un minerale, la calcite o Spato d’Islanda, che ha particolari proprietà ottiche di polarizzazione della luce.

La Cosmogonia e l’“Edda” in prosa

L’immagine del Cosmo che la fantasia dei Vichinghi costruì, non poteva certo essere un modello dettagliato, costruito su basi matematiche o sostenuto da un solida e razionale filosofia della natura; essi erano un popolo semplice, spesso impegnato ad affrontare una natura crudele che gli sottoponeva problemi pratici e tecnici. La cosmologia norrena è contenuta nella mitologia tradizionale, gran parte della quale fu raccolta e “tessuta” dal poeta islandese del XIII secolo Snorri Sturlusson, in un poema, l’“Edda” (genitivo di Oddi, nome della località del Sud-Ovest dell’Islanda, in cui egli visse. In particolare nella sua versione in prosa (l’“Edda prosastica”), viene narrata la storia dell’origine del mondo, una storia complessa, composta di un succedersi di eventi accostati l’uno all’altro come tessere di un mosaico e quasi sempre privi di una giustificazione logica, come se la parola “perché?” non esistesse nel vocabolario vichingo.

Agli inizi c’era l’abisso, il Ginnungagap, “l’abisso degli abissi”, esso era composto di una Casa della Nebbia, o Niflheim, e di una casa dei Distruttori, o Muspellheim, contrapposte in quanto l’una era gelida e l’altra (Muspellheim) era infuocata e fiammeggiava lanciando scintille intorno. Al centro di Niflheim c’era la sorgente di tutte le acque, e da una delle correnti che uscivano da essa schizzarono alcuni frammenti di ghiaccio che si unirono formando Ymir, il capostipite della razza dei Giganti di Ghiaccio, da lui stesso generati per partenogenesi. Ymir era nutrito da Audhumla, una vacca sacra, che a sua volta si nutriva della brina sulle rocce, ed un giorno da questa spuntarono dei fili d’erba che a poco a poco, mentre Audhumla si cibava del ghiaccio soprastante, si rivelarono essere i capelli di un uomo, il primo uomo, Buri. Egli poi si accoppiò (non si sa con chi) e generò Bor, che a sua volta sposò una gigantessa e generò tre figli: Odino, Vili e Ve. Essi uccisero Ymir colpendolo alla testa; Ymir morendo cadde e perse tanto sangue da annegare tutta la progenie dei Giganti di Ghiaccio, con la sola eccezione di uno, Bergelmir, che si salvò su di una “arca” (si pensi all’Arca del diluvio universale). Il cadavere di Ymir servì ai tre fratelli suoi uccisori per creare il mondo: la sua carne formò la terra, le sue ossa le rocce, il suo sangue i mari e i laghi. Infine i tre figli di Bor «presero il fuoco di Muspellheim e le sue faville e li lanciarono in cielo a formare il Sole, la Luna e le stelle, alcune delle quali fisse ed altre in moto rispetto alle prime…».

 

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