La mattina del 21 Marzo 1944

La mattina del 21 Marzo 1944

firenze 21 marzo 1944

rapporto originale trasmesso alla Segreteria di Stato del Vaticano
ed al Comitato di Liberazione Nazionale dei particolari della fucilazione dei cinque patrioti avvenuta al Campo di Marte il 22 Marzo 1944.
 
dal resoconto del Tenente Cappellano Militare e dei Patrioti Don Angelo Beccherle.

La mattina del 21 Marzo 1944 seppi che erano stati condannati a morte sette renitenti alla leva repubblicana fascista. Gia il giorno prima seguivo attentamente lo svolgersi del processo ma non ero riuscito ancora a conoscere la sentenza. Ero assai turbato e mi offrii di assisterli. Verso la sera del 21 Marzo mi recai a San Gallo e dalla Superiora ebbicognac, caffe, anice e sigarette, carta da scrivere. Alcuni ufficiali che sapevano del doloroso incarico diedero pure delle sigarette per i condannati.Arrivati in macchina con l’Altarino da campo al carcere delle Murate, lo stesso comandante del carcere, maresciallo Mangia capra, ci introdusse nel suo ufficio, dove poco dopo venne il direttore delle carceri dott. G.B. Mazzarino;qui appresi la prima vera storia che non piu sette, ma cinque condannati a morte, essendo due stati graziati.

I nomi dei sei condannati a morte sono i seguenti:

Antonio Raddi Adriano Santoni Guido Targetti Ottorino Quiti

Antonio Raddi Adriano Santoni Guido Targetti Ottorino Quiti

  • RADDI ANTONIO, di Attilio e Boni Antonia,nato il 20 Maggio 1923 a Vicchio di Mugello
  • TARGETTI GUIDO, di Cesare e Roselli Anna,nato il 3 Settembre 1922 a Vicchio di Mugello
  • CORONA LEANDRO, di Daniele e di Corona Marianato il 4 Maggio 1923 a Maracalagonis (Cagliari) QUITI OTTORINO, di Pietro e Rondini Luana,nato l’8 settembre 1921 a Vicchio di Mugello
  • SANTONI ADRIANO, di Italo e fu Rossi Marianna Nato l’11 Luglio 1923 a Vicchio di Mugello.

I nomi dei graziati sono i seguenti:
  • RADDI MARINO, di Attilio e di Boni Antonia,nato il 20 Maggio 1923 a Vicchio di Mugello
  • BELLESI GUGLIELMO, di Amerigo e di Cecconi Adele,nato il 15 Luglio 1923 a Vicchio di Mugello Condannato a 15 anni di reclusione:
  • CHIRICO DOMENICO, di Saverio e di Benedetto Saverina,nato il 17 Luglio 1924 a Reggio Calabria Condannato a 20 anni di reclusione:
  • CESTINOLI GIUSEPPE, di Vittorio e Landi Attilianato il 23 Agosto 1922 a Borgo San Lorenzo Condannati a 24 anni di reclusione:
  • BONI ALDO, di Antonio e Mei Giulia,nato il 20 Febbraio 1923 a S. Piero a Sieve
  • BAGGIANI DINO, fu Giovanni e di Bangini Maria,nato il 21 Gennaio 1924 a Vicchio di Mugello.

II direttore del carcere era molto costernato e mi raccontava con sdegno delle ingiuste condanne: aggiungeva di aver tentato quanto era possibile per salvarli. Conosceva soprattutto uno dei cinque condannati a morte, il Targetti, del quale si era particolarmente interessato conoscendo le disgraziate sorti della famiglia.Ogni cosa era riuscita vana. Fu allora che io suggerii al direttore l’ultima via da tentare: perchè non interessare il Cardinale? Non riuscirà neppure lui a salvarli ma non omettiamo neppure questo tentativo. Il Direttore fece subito chiamare il Padre Carlo Naldi dei Filippini di
S.Firenze e assieme a lui andò immediatamente dal Cardinale. Erano le ottodi sera. Rimasi nel carcere in attesa fino alle 23, senza poter vedere nessuno e sempre in aspettativa di una telefonata.
Finalmente questa venne: purtroppo, nulla era stato possibile fare. Irresponsabili di queste vittime si erano resi volontariamente irreperibili.
Allora il comandante del carcere diede l’ordine di far venire uno alla voltai condannati a morte in una cella accanto all’ufficio suo. Erano nel centro delle carceri, rinchiusi in due celle, assieme ad altri non condannati a morte.Il primo ad arrivare fu il Raddi, con un volto esterrefatto, barcollante,tutto esasperato, il quale, appena mi vide proruppe in grida esasperate. Sor-reggendolo, lo condussi nell’ufficio del comandante. Cercai di consolarlo, diparlargli, ma per alcuni minuti dovetti lasciarlo sfogare. Poi vedendo che ogni mio dire era vano, volli infondergli ancora speranza, dicendogli: “Coraggio,vedi tuo fratello Marino ` e stato graziato, chissà che la grazia non venga pure per te!”Lui rispose: “Ma ` e vero? Me lo assicura? Mi tradir` a?”“
Si Antonio, ` e graziato, ` e salvo!”Allora si ricompose subito, si asciugo gli occhi e me lo vidi in ginocchio:“Padre, mi confessi, non ho paura di morire; di due figli la mia mamma ne ha almeno uno, che grazia mi ha fatto la Madonna!”Si confesso, era commosso, era rassegnato. Terminata la confessione mi prese le mani e fissandomi mi disse: “Padre mi guardi negli occhi, mi fissi bene; non ho paura di morire: sono innocente e sorrido in faccia alla morte”.“Bravo Antonio, ora scriverai una lettera alla mamma, ai tuoi cari”. “Si padre, e voglio scrivere anche al mio Priore che mi ha sempre voluto bene”.Cos` ı lo feci passare in altro Ufficio e si mise a scrivere.Intanto, erano venuti pure gli altri quattro condannati. Erano dispera-tissimi. Gridavano, si dimenavano, si buttavano a terra, mi abbracciavano e a mani giunte invocavano pietà, quasi che io potessi salvarli. Volevo lasciarlisfogare, volevo consolarli, volevo aiutarli, volevo pure calmarli. Non sapevoneppure io che fare. Per pi` u di un’ora duro questa estrema esasperazione,eppoi venne il collasso fisico e morale per tutti.Santoni svenne e si riebbe pi` u volte, poi rimase svenuto tutta la notte.
Non riuscivo a fargli prendere niente, non volevano fumare, poi aiutato dai secondini li convinsi a prendere una sigaretta che non fumarono. Targetti Guido rimase tutta la notte molto serio, ma impavido, senza neppure fare una lacrima, parlava, ragionava sulla sua ingiusta sorte, ma per nessuno ebbe parole di recriminazione: mi mostrava delle fotografie; mi parlava e chiedeva notizie della sua mamma che aveva lasciata moribonda e diceva che era rimasto a casa per assisterla perche era assai grave.
Mi parlava di un suo fratello impiegato al Banco di Roma. “Lui si interessera di me, non mi devono fucilare, non ho fatto nulla di male, ho combattuto ed ho sempre fatto il mio dovere, ero Guardia alla Frontiera e non sono mai stato punito”.Allora lo invitai a scrivere. Gli dissi: “Su Guido, da bravo, conforta i tuoicari”Tutt’ora presente, in tutti i suoi atti, forte, seduto con la penna in manoin un angolo dell’Ufficio Matricola: scrisse la lettera con una tranquillit` a eserenit` a ammirevoli. Di tanto in tanto mi aiutava ad incoraggiare gli altri.Dietro una fotografia scrisse una semplice dedica: “Targetti Guido, caduto il22 Marzo 1944, Primavera”.Mentre ad un certo momento della notte lo lodavo per la sua calma mirispose: “Cappellano, so quello che mi sta per accadere e percio non so se riusciro a mantenermi cosı”. Il piu disperato era il sardo Corona, gridava continuamente: “Mi fucilano,ma io non voglio morire, io sono innocente!”
E queste due ultime parole legridava in tutti i toni, mordendosi le mani. E poi continuava ancora: “Sonoancora giovane, non devo morire”.
Esasperato, girava per la nuda cella, cercando quasi scampo, poi sostava,cadeva a terra svenuto, si riaveva presto, mi abbracciava forte dicendomi:“Padre, non voglio morire, mi deve salvare, ho la mamma lontana”. Piangevocon lui e per tutta la notte continu` o in questa esasperazione. Ad un certo momento si alza quasi impazzito ed urla “Non voglio che mi fucilino, mi ammazzo io da solo”. Allora Targetti, sempre calmo disse: “No, Leandro,noi siamo innocenti, non ci dobbiamo ammazzare, ci ammazzino loro. Scrivianche tu ai tuoi cari”.Pure Quiti non si sapeva rassegnare, volle telefonare a dei parenti, riusciia metterlo in comunicazione, ma non appena sent` ı la risposta al suo pronto,venne interrotta la comunicazione. Allora si mise a piangere disperatamente:“No Padre, non mi confessi, perch ́ e dopo mi fucilano”. “Confessati – replic` oil Targetti – perch ́ e quei delinquenti ti fucilano lo stesso.`E meglio per teandare alla morte con l’anima a posto!”Verso le quattro del mattino si celebrò la Santa Messa, assistevano seduti tutti, eccetto Targetti che volle stare in piedi. Bella quella Messa in carcere, supremo conforto a cinque condannati a morte!
Vi assistevano pure alcuni secondini e il Comandante delle carceri. Fecero tutti e cinque la loroComunione per viatico: subito dopo il Santoni svenne nuovamente e cos` ı il Corona. Terminata la Messa e fatte alcune brevi preghiere ci radunammo tutti in cerchio a sedere.Le ore non passavano mai; i poveri giovani erano abbastanza sereni: siragionava insieme della loro sorte e cercavano parole di speranza. Facevanoa volte discorsi molto ingenui: “Cappellano, ci faranno tanto male quandoci fucileranno? Per le sette saremo gi` a morti? I giornali parleranno di noi?
Ci diranno traditori, ma noi siamo innocenti! Diranno che avevamo armi,ma noi eravamo tutti a casa nostra, disarmati. Come si star` a sottoterra,morti?”.Questi e cento altri discorsi simili facevano quei poveretti, mentre cerca-vano da me parole di speranza.Non gliene potevo dare. Era imminente l’esecuzione, e illuderli sarebbe stata pietà e delitto: “No, ragazzi, basta con questi discorsi, confidate nel Signore, che prima di voi subi la più ingiusta morte!”.“A che ora ci fucilano?”, era la domanda pi` u insistente. Ed io, laconica-mente rispondevo: “Non lo so”.Allora il  Targetti disse: “`E meglio che ci prepariamo”.Erano le cinque: mi consegno delle lettere, poi incominci` o a frugare nelle tasche e mi consegno il portafoglio e cosi fecero tutti gli altri. Mi consegnarono tutto quello che avevano nelle tasche e mi diedero alcune sigarette:“Queste, tenetele per voi”, dissi io. “No, Padre, bastano due”. “Ma no,tenetevi tutto, ancora non vi fucilano”.
I secondini mi aiutarono a convincerli, ma ormai sentivano imminente la fucilazione: “`E ormai giorno, alle sei ci vengono a prendere!” “Ma chi vi hadetto questo?” “Padre, le fucilazioni si fanno sempre di mattina”.Per accontentarli, fui costretto a prendere ogni cosa, assicurandoli che avrei eseguito tutte le loro volontà. Seguirono alcuni momenti di silenzio(come erano lunghi quegli istanti. . . . . . ) poi un suono lungo di campanel-lo diede l’allarme: “Eccoli, vengono a prenderci”, dissero tutti impauriti ecominciarono a piangere disperatamente, correndo all’angolo opposto dellaporta.Questa si apr` ı. Si affacci` o un brigadiere dei carabinieri: momento terribile. . . . . . Con le manette in mano si avvicinò a Raddi. Questi presentò i polsi e disse: “So che tu sei comandato e non hai colpa: io ho sempre voluto bene ai carabinieri, non stringere forte perchè mi faresti male”. A queste parole il carabiniere finse di cercare qualcosa, diede le manette ad un altro e uscì solo a piangere. . .Altri due carabinieri fecero lo stesso. A queste scene mi commossi pureio, e il Raddi vedendomi piangere disse: “ Padre, non voglio che pianga, cideve fare coraggio e starci vicino. Vede che io non piango?
Quando sarò in Paradiso pregherò per lei, ma ora non ci deve abbandonare: stia vicino, ho bisogno di lei”.Un brigadiere finalmente riuscı a mettere le manette al Raddi e poi agli altri quattro. . . Li aveva legati insieme, ma il Corona svenuto tirò a terra tutti gli altri. . . allora vennero separati e, sorretti da me e da alcuni secondini e carabinieri, tradotti nella macchina del cellulare. Il Corona ed il Santonierano privi di sensi. Il Targetti era serio e taceva. Raddi pure era serio echiedeva continuamente: dove ci portano? Corona si riebbe quasi subito e con Quiti comincio a piangere e a gridare per tutto il tragitto: “Aiuto, pietà,ci fucilano, non avete la mamma, ci fucilano, il nostro sangue vi resterà sull’anima, griderà vendetta!”.Erano impazziti dal dolore. Ero seduto in mezzo a loro e non facevoche sorreggerli, accarezzarli e baciarli. Giunti al Campo di Marte, vedr` o lemolte reclute schierate per assistere alla fucilazione: “Guarda – disse il Quiti- guarda quanta gente alla fucilazione”, e si nascose la faccia in un angolodella macchina.Cercavo di nascondere loro tutti quei preparativi, ma da alcune fessure
della macchina potevano vedere tutto!“Guarda le sedie con le bende!” “Guarda il plotone che ci deve fucilare!”,disse il Raddi e urlando chiamava alcuni del plotone che, schierati in dodiciper parte dalla macchina, udivano tutte quelle grida.
Ci fecero aspettare nel cortiletto dello stadio per ben 24 minuti, che furono
ore di spasimo. Il Quiti disse a uno del plotone: “Colpiscimi giusto e nonfarmi tanto soffrire!”Nel frattempo, una decina di gerarchetti della federazione di Firenze in treno con la sigaretta in bocca giravano intorno alla macchina, curiosando e desiderosi di vedere le vittime. Appena il Quiti e il Raddi videro questi borghesi, si misero nuovamente a gridare: “. . . . . . pietà, aiuto, ci fucilano,salvateci!”Un brutto ceffo da delinquente rispose loro digrignando i denti: “Ah! Adesso, pietà. . . ” Balzai allora dalla macchina e pieno di sdegno li caccia investendoli di male parole e dissi loro: “Non ` e lecito, n ́ e umano oltraggiare così
dei condannati a morte!”. “Chi sono?”, mi chiesero il Raddi ed il Quiti.Ed io risposi: “Sono degli assassini”.Finalmente, giunse il gerarca ed il papavero atteso.Don Giulio Roberti sollecitò affinchè si portassero le povere vittime sul luogo dell’esecuzione e cos`ì fosse smessa quella tortura indicibile. Il luogoscelto fu la parte esterna dello stadio Berta, poco lontano dalla torre.
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Venne dato l’ordine di tradurre le vittime sul luogo del supplizio. Si udiva solo il pianto dei poveri condannati. Diedi loro l’ultima assoluzione. Aiutai,assieme all’altro Cappellano, a bendare gli occhi degli infelici. Poi Raddi mi disse: “Cappellano, voglio darle un bacio”. Mi inchinai e mi baci` o in frontee per questo gli levai leggermente la benda. Allora tutti gli altri mi vollero baciare.Il capitano del Distretto Militare di Firenze, comandante del plotone diesecuzione, fremeva e con segnali voleva che mi sbrigassi. Quiti allora volle parlare col comandante del plotone di esecuzione; lo chiamai e gli chiese:“Ma perchè ci fucilate? Sapete cosa vuol dire morire, mandateci al fronte,ma noi siamo innocenti, nessuno ci può salvare?”.“Stai buono – rispose il comandante – non ti facciamo niente”. E volle che si ribendasse subito.
Ancora il Raddi mi vuol parlare e dice: “Cappellano, dica alla mia mamma che mi sono confessato e che lei mi ` e stato sempre vicino”. Anche gli altri dissero: “Si, anche alle nostre famiglie dica che ci ha assistito lei tuttala notte e faccia coraggio ai nostri cari”.Intanto un certo Paolo di Vicchio o forse meglio di Cistio, amico di Antonio Raddi, venne a salutarlo e salutò pure gli altri. Passarono perciò alcuni secondi. Quiti cominci` o a tremare. Voleva alzarsi e scappare, anche Raddi e Corona ebbero un momento di esasperazione. Con il Cappellano Don Guido Roberti riuscii a quietarli, dicendo loro: “Pensate al Paradiso, il Signore via spetta, siete nelle mani di Dio e della Madonna, coraggio!”Con queste e simili parole, ma specialmente mediante la grazia del Signore, che in questi momenti tutti sentivano potente ed efficace, si riuscì a far loro tornare un po’ di calma. Allora feci un balzo indietro e subito avvenne la scarica del plotone.Targetti, Raddi e Santoni morirono subito. Non così il Quiti, che ancora vivo dopo la scarica del plotone, legato alla sedia si dimenava, gridando:“Mamma, mamma!”. Allora si avvicinò il comandante che gli scaricò in faccia a un metro di distanza sei colpi di rivoltella. Il disgraziato non era ancora morto e continuava a chiamare mamma, buttando continuamente sangue. Questa scena impressiono assai. Uno che con me assisteva, si appoggi` o a me dicendo: “che strazio!”. Alcune delle reclute che assistevano svennero. Si udì pure una voce: “Vigliacchi, perchè li uccidete”. Alcuni scapparono e ci volle la forza per trattenere altri che volevano fare lo stesso. Fu il maggiore Mario Carità, il famigerato comandante delle SS, che dopo alcuni istanti intervenne e diede il colpo di grazia.
Mentre somministravo l’Olio Santo, il Corona ripete lui pure: “Mamma!”.Allora pregai il Carità che desse il colpo di grazia a tutti.Regnava il silenzio: stavano per andarsene, ma li feci fermare tutti e vollirecitare ad alta voce il De Profundis.
Messi con religioso rispetto nelle casse che furono subito portate, li accompagnai al Cimitero di Trespiano ed assistetti alla loro sepoltura. Ritornai subito a S. Gallo dove celebrai la S. Messa da Requiem per loro e via ssistettero tante suore.
Poi mi recai dal Cardinale di Firenze, raccontai ogni particolare; commosso per la morte cristianamente incontrata, disse solo, dopo aver attentamente udito ogni cosa: “Queste povere vittime hanno finito di soffrire e sono già in Paradiso”. Lesse attentamente le lettere che avevano scritto. Queste lettere furono pure fatte leggere al responsabile principale di questa fucilazione, i il sanguinario Rossi Adami, il quale dopo averle lette si lasci` o sfuggire: “Poveri ragazzi, non si meritavano queste pene”. E subito, quasi correggendosi dinanzi al Cappellano che le aveva fatte leggere, aggiungeva: “Bisognava fucilare tutte le loro famiglie”
L’impressione riportata in tutta Firenze da questo misfatto fu somma e per l’innocenza di queste giovanissime vittime e per il modo barbaro con i l quale vennero fucilate.Un ufficiale, uomo senza dignità e senza cuore, chiese a dei suoi soldati:“Beh, ragazzi, viè piaciuto il cinematografo di stamani?”
Alcuni comandanti radunarono le loro truppe e spiegarono loro che i giustiziati erano stati giustamente fucilati, essendo degli assassini comuni, colpevoli di molti delitti,che seminavano o terrore o morte ovunque. Niente di più falso: erano cinque semplici e poveri figli del popolo, vissuti sempre fra la quiete dei loro campi, lassù in Mugello, lontano da tutti; mai avrebbero sognato che giù, a valle, nel marciume della città e del gran mondo, potessero esistere tante ingiustizie ed iniquità.Troppi drammi simili a questi si sono svolti tra i popoli che si credono civili; lo scettico, che forse ha ancora qualche sentimento buono e onesto, sifà più pensoso ed impreca al destino.
L’uomo di fede invece, mentre deplora tanta malvagità, alza gli occhi al Cielo e adora i segni imperscrutabili di Dio che tollera tanto male, ma che presto o tardi ne saprà trarre un bene proporzionato. Ma l’uno e l’altro difronte a questa umana tragedia deve concludere: “Giovanissimi, belli, pieni di vita, buoni e innocenti, erano senza dubbio le vittime più degne da immolarsi per la salvezza della Patria nostra martoriata.”
Il Tenente Cappellano Militare e dei Patrioti Don Angelo Beccherle.

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