INTRODUZIONE AL ROMANTICISMO SCHLEGEL E NOVALIS

INTRODUZIONE AL ROMANTICISMO SCHLEGEL E NOVALIS

INTRODUZIONE AL ROMANTICISMO SCHLEGEL E NOVALIS


Il Romanticismo nasce tra il 1797 e il 1801 nella città di Jena, situata nei pressi di Weimar, e che è sede di una piccola università che, in quel torno di anni, diventa la capitale culturale della Germania e dell’intera Europa (tra gli altri, vi insegneranno Fichte e Schelling). Sia Schlegel sia Novalis nascono nel 1772 e, fin dalla prima gioventù, possono già essere definiti dei geni. In particolare, Schlegel può essere definito l’inventore stesso del concetto di “poesia romantica”, la quale, prima ancora di essere categoria estetica, è categoria etica, giacché pretende di essere la teoria di una nuova e superiore forma di esistenza. Sicché, tramite una nuova arte, i nostri autori predicano soprattutto una nuova forma di vita.

E in quanto è vita, la poesia romantica si vuole diversa dall’esistenza predicata dall’Illuminismo e praticata da una borghesia che, all’indomani della Rivoluzione Francese, si presenta come classe vincente. L ’Illuminismo borghese e progressista è il grande avversario dei giovani Romantici, i quali però non sono dei reazionari e dei tradizionalisti che si limitano a demonizzare l’età dei Lumi: è vero che, con la Restaurazione, si assistette anche al proliferare di una forma reazionaria del Romanticismo, ma non è sicuramente il caso di Novalis e del giovane Schlegel (lo Schlegel maturo invece sarà un reazionario sostenitore di Metternich). I giovani Romantici, infatti, sono spregiudicati, innovatori teorici dell’emancipazione: la loro polemica anti-illuministica avviene – per così dire – da “sinistra” e si configura innanzitutto come polemica anti-borghese e anti-generazionale, cosicché la lotta che essi conducono è, prima di tutto, lotta contro i loro padri, fautori della passata Rivoluzione. Sono dei veri e propri contestatori e la loro vuole essere una rivoluzione contro il sistema; così la famosa e dirompente espressione “l’immaginazione al potere”, comparsa in un’aula della Sorbona nel ’68 e tradotta da Marcuse in progetto filosofico, è di Novalis. E anche Lucinde, il celebre romanzo di Schlegel, sembra preludere al ‘68: “aborriva anche il più lontano ricordo dei legami borghesi, come pure ogni sorta di costrizione”. Quella che Schlegel, Novalis e gli altri giovani Romantici si propongono è una rivoluzione contro le regole opprimenti e soffocanti di una società conformista. In questa prospettiva contestataria, il Romanticismo si presenta paradossalmente vicino all’atteggiamento critico che aveva caratterizzato l’Età dei Lumi, a quell’atteggiamento demistificante, anti-oscurantista ed emancipatorio che aveva trovato in Kant il proprio eroe.

Quella romantica è avversione non già al criticismo kantiano (cui anzi i Romantici stessi paiono rifarsi), ma alla istituzionalizzazione di quell’ Illuminismo che andava degenerando nell’ età napoleonica. Nell’agosto del 1793, anticipando le tematiche che saranno proprie dell’esistenzialismo kierkegaardiano, Schlegel scrive a Novalis: “io miro ad una vita autentica”, e così prosegue: “io, esule, non ho casa, sono stato gettato via verso l’infinito”. Già da queste rapide battute si capisce come lo spirito romantico si senta a disagio nel mondo borghese, e si sente proiettato verso l’infinito vissuto come liberazione.

Ma, in termini filosofici, che cos’è il Romanticismo? Sostenere che è reazione all’Illuminismo è troppo generico. Pertanto è opportuno interrogare l’autore che per primo meditò sul rapporto Romanticismo/Illuminismo: Hegel. Questi, contemporaneo dei giovani Romantici, mai aderì al Romanticismo. In quasi tutte le opere Hegel esamina il rapporto tra i due atteggiamenti (quello romantico e quello illuminista), a partire dallo scritto giovanile Fede e sapere (1802), poi nella Fenomenologia dello spirito (1807), nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, nelle Lezioni di filosofia del diritto e nell’Estetica. Il risultato dell’Illuminismo – nota Hegel – è l’appiattimento del sapere in scienza del finito, ovvero in scienza di questo mondo, con l’inevitabile conseguenza che si rinuncia ad ogni pretesa metafisica, ad ogni ricerca della verità: l’Illuminismo, infatti, diventa fenomenismo – evidente in Kant- e produce un atteggiamento materialistico, utilitaristico, filantropico. In questi termini, la modernità è una “conversione dal cielo alla terra”, abbandonando per sempre le celesti verità tanto della religione quanto della metafisica, in favore di un sapere come ragione calcolatrice.

Il Romanticismo si pone come reazione a tutto ciò: esso è innanzitutto “scontentezza del solo finito”, incapacità di accontentarsi di questo mondo disciplinato dalla scienza. Il Romanticismo è pertanto rifiuto della terra e nostalgia del cielo. E’ rivendicazione dell’eros – di contro alla sua versione sensuale o addirittura pornografica di molta letteratura illuminista (dai libertini a De Sade allo stesso Diderot) di quell’eros platonicamente inteso come desiderio e nostalgia dell’infinito e dell’Uno.

Il Romanticismo, dunque, si configura come nostalgia dell’infinito rispetto alla banale vita quotidiana. E’ il tema ribadito quasi ossessivamente da Schlegel e Novalis. Ancor prima di definire che cosa sia l’infinito, limitiamoci a dire che i nostri autori ne hanno una nostalgia esasperata e sconvolgente: come le litanie religiose ritorna sempre e di nuovo questa nostalgia dell’infinito: “anelito all’infinito”, “vocazione all’eternità”, “dolce nostalgia”, “sete bruciante di infinito”, “nuovo mondo”, “eterno archetipo”, “patria”, “territorio dell’aldilà”, “spiaggia celeste”, e così via. L’idea dell’infinito come una patria a cui fare ritorno rinvia a Plotino e alle Enneadi (I 6.8), in cui si dice: “Fuggiamo dunque verso la nostra cara patria […]. La nostra patria, da cui siamo venuti, è lassù, dove è il nostro Padre. Ma che viaggio è, che fuga è? (….) Come chiudendo gli occhi, invece, dovrai cambiare la tua vista con un’altra, risvegliare la vista che tutti possiedono, ma pochi usano”. Ed è in questi termini di ritorno alla “cara patria” che i Romantici leggono l’Odissea e aprono la cosiddetta ‘questione omerica’: le peripezie di Odisseo sono quelle dell’anima che brama di ritornare in patria; si tratta cioè della nostalgia che l’uomo prova per il proprio principio originario, cui è chiamato a ritornare passando per i pericoli del mondo.

Se questo è il cuore del sentire romantico, possiamo trovarvi dei motivi ricorrenti, a partire dalla  malinconia, che è un sentimento complesso, oscillante tra tristezza del finito (il suo tedio e la sua noia) ed ansia bramosa dell’infinito. Un altro motivo è il culto della notte, la quale è metafora dell’infinito nella sua sfuggente ineffabilità; la notte si contrappone in maniera diretta ai lumi della ragione illuministica. Un altro leitmotiv del Romanticismo è il culto della morte, fisica e spirituale, ossia del morire ai propri e dolorosi limiti della finitezza: si tratta di un passaggio all’infinito, cosicché la morte diventa affermazione di una vita superiore, infinita e autentica. In stretta relazione con la morte, si impone una nuova concezione dell’ amore, inteso dai Romantici come porta che si apre su una vita superiore (di qui il celebre nesso amore/morte).

Amare significa infatti morire e rinascere, è cioè il modo più alto di realizzare la morte della finitezza indispensabile per attingere l’infinito. Amare vuol dire rompere i vincoli della propria egoità ed individuazione. In questo senso, gli amanti si aiutano ad uscire dai limiti angusti del proprio io, e si mettono sulla via che porta all’infinito; essi sono in cammino verso l’Assoluto e non è un caso che il tema del viandante sia uno dei più diffusi in età romantica. Nasce in questo contesto il gusto, tipicamente romantico, per il viaggio, per l’avventura, per il vagabondare senza una meta.

Altro tratto portante è il gusto per l’esotico, per il diverso, per lo strano e per lo sconfinato, rifiutando tutto quel che si caratterizza come ordinario e limitato. All’origine di questo atteggiamento v’è la polemica generazionale dei Romantici contro i loro padri. Da ciò segue che il Romanticismo, lungi dall’essere una frattura nei confronti della modernità, rappresenta piuttosto una tappa di essa, un tentativo di correggerla dal suo irrigidirsi nelle istituzioni vigenti. Alla religione aconfessionale e panteistica dei Romantici (non tutti) spetta il compito di riaccendere l’amore per ciò che è più alto e di trasformare la vita, da volgare, in superiore, secondo le eleganti parole di Schlegel: “di nulla il nostro tempo ha tanto bisogno quanto di un contrappeso spirituale al dispotismo che esso esercita sugli spiriti con la concentrazione del massimo interesse profano”.

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