GLI UNNI

 

GLI UNNI

GLI UNNI

Gli Unni erano un popolo guerriero nomade di origine siberiana proveniente dall’Asia, che giunse in Europa nel IV secolo.

Gli unni appartenevano alla razza mongolica e terrorizzavano i popoli occidentali; probabilmente la loro migrazione fu la causa immediata delle grandi invasioni. Infatti, muovendosi in direzione di Roma, essi spinsero i popoli slavi a lanciarsi a loro volta sulle popolazioni germaniche e queste si precipitarono sulle frontiere dell’Impero Romano. Essi passavano la vita errando in enormi carrozze o sulla sella dei loro cavalli.

Il loro volto era ossuto con due piccoli occhi, il naso largo, le orecchie enormi e lontane, la pelle color cenere e tatuata. Vestivano pelli di animali selvaggi che cambiavano solo quando erano ormai imputridite.

In questo tempo avevano per re Attila che agli occhi del suo popolo rivestiva quasi un carattere divino. Questi si faceva chiamare “il flagello di Dio”, e diceva che l’erba non sarebbe più cresciuta dove fosse passato il suo cavallo.

ATTILA

Vissuto fra il 440 circa ed il 453 d.C., Attila fu re degli Unni a partire dal 443. Per la sua ferocia fu detto “flagellum dei”. Durante il suo regno Attila sottomise molte popolazioni germaniche e riuscì a costituire una potenza militare tale da imporre tributi agli imperi d’oriente e d’occidente.

Quando Attila lanciò i suoi barbari sull’Occidente (erano circa 700.000) fu come un vasto e irresistibile torrente di fuoco. Egli passò il Reno, mise a ferro e fuoco il Belgio, distrusse Metz e 20 altre fiorenti città. Prese da un terrore indicibile le popolazioni fuggirono davanti agli unni. La storia ci tramanda che in questa tempesta di fuoco e di sangue i santi furono gli unici protettori delle popolazioni spaventate.

Troyes venne salvata dal suo vescovo S. Lupo. Davanti all’approssimarsi dei barbari, il santo riunì il popolo e comandò che si facessero pubbliche preghiere. Poi, quando Attila giunse alla porta della città, gli andò incontro rivestito degli abiti pontificali. Attila, soggiogato dalla sua autorità, passò per la città senza compiere alcun eccesso.

A Parigi fu un’umile pastorella, Santa Geneviève, a trattenere il torrente con la forza delle sue suppliche.

Gli Unni marciarono su Orleans; là il vescovo S. Agnano fece sì che il suo popolo compisse prodigi di valore. Le mura di cinta, che erano semidistrutte, vennero ricostruite e tutti si prepararono a sostenere il terribile scontro animati da lui. Orleans non avrebbe potuto comunque reggere l’assalto, ma S. Agnano chiese l’aiuto del generale romano Ezio, e mantenendo la resistenza fino alla fine, vide giungere i soccorsi prima della caduta della città. Ezio accorse con un esercito composto da romani e da loro alleati barbari: visigoti, franchi, poari, francosari e burgundi. Tali espedienti (alleare alle truppe romane delle popolazioni barbare per difendersi da altri barbari) ben mostrano la marcescenza dell’Impero. Attila indietreggiò, cercando un campo di battaglia più favorevole nella piana di Chalan-sur-Saone. Là tutte le razze si mescolarono in una lotta terribile, e, al termine, 160.000 morti coprirono il campo in questa carneficina: Attila fu vinto. Egli si ritirò in un campo circondandosi di carri, e, al mattino del giorno seguente i vincitori videro in questo campo un’enorme pira fatta con delle selle di cavallo: Attila vi era sopra e i suoi unni, reggendo delle torce accese, erano pronti ad incendiarla qualora il recinto fosse stato forzato; come un leone inseguito dai cacciatori fino all’ingresso della tana si volse indietro e lanciò i suoi terribili ruggiti. I romani non osarono affrontare la disperazione degli unni e lasciarono che Attila rientrasse in Germania.

L’anno dopo, il 452, il “flagello di Dio” uscì dal suo rifugio ebbro di nuovo furore e penetrò in Italia devastandola e distruggendone le città, in particolare espugnò Aquileia e devastò il Veneto.

Roma era perduta, non possedendo i popoli italici un esercito per difenderla, ma Papa San Leone Magno si adoperò per la sua salvezza, andando intrepidamente fino al campo di Attila con i rappresentanti dell’Imperatore. Contro ogni previsione umana, Attila, a cui non bastava che far avanzare il cavallo per prendere la città dei cesari, magnifico oggetto a cui ambivano i barbari, concesse a S. Leone la pace e la sua ritirata dall’Italia. Interrogato più tardi sul motivo di questa concessione al Papa, Attila risponse di aver visto, a fianco del grande pontefice, un altro personaggio in abiti sacerdotali e con una spada nella mano che lo minacciava di morte qualora non avesse ceduto: Attila mantenne la sua promessa e la moltitudine dei barbari, avidi di sangue e di rapina, riattraversò il Danubio.

Al seguito di Attila c’ è Odabella, salvatasi dopo la distruzione di Aquileia, avvenuta a causa di Attila e dei suoi soldati; la ragazza ha perduto però il padre e l’amato Foresto. Quest’ultimo è riuscito tuttavia a salvarsi fortunosamente e raggiunge l’accampamento di Attila, progettando, insieme al generale romano Ezio, di assassinare il re degli Unni.
Al campo degli Unni, Foresto ritrova anche Odabella, lei pure intenzionata a uccidere il tirannico Attila per vendicare il padre e i suoi concittadini. Odabella sventa il piano di Foresto,che viene imprigionato, poiché vuole essere lei sola la vendicatrice del suo popolo.

Attila, in segno di gratitudine, consegna alla ragazza il prigioniero e annuncia la decisione di sposare Odabella, la quale però fugge nel campo romano. Qui Attila la raggiunge, e si trova in tal modo circondato dai numerosi avversari che intendono ripagarlo delle sventure che ha provocato: in questa situazione, Odabella infine riuscirà ad attuare i suoi piani, colpendo a morte il feroce Attila. E’ il 453 ed inizia così il dissolvimento del suo immenso Impero.

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