il giullare tempo e lo spazio scenico nel medioevo

il giullare tempo e lo spazio scenico nel medioevo

il giullare tempo e lo spazio scenico nel medioevo

Nel periodo compreso pressappoco tra il V secolo e fin quasi alla nascita delle prime rappresentazioni sacre (per un periodo che si può far risalire attorno al XII secolo), non si può nemmeno parlare letteralmente di luogo teatrale, poiché la memoria stessa del teatro classico,

inteso come edificio stabile in cui avvenivano le rappresentazioni, d’origine imperiale, è pressoché cancellata. Testimonianze di poeti e spettatori dell’epoca ci offrono un quadro abbastanza desolante per ciò che riguarda la sopravvivenza delle vecchie strutture imperiali: il celebre teatro Pompeo, ad esempio, è già decaduto al tempo di Cassiodoro.

L’eredità classica

Dello spettacolo classico rimangono testimonianze esclusivamente in alcuni attacchi degli scrittori cristiani diretti ai mimi ed ai pantomimi del periodo; proprio gli autori legati alla Chiesa levano la loro voce a contrastare le ultime manifestazioni teatrali, e molti autori non possono che rallegrarsi di questo destino riservato ai vecchi teatri. Secondo S.Agostino, infatti: “…quasi in tutte le città cadono i teatri, cadono i luoghi o le sedi dove si veneravano i demoni..”.

Nel periodo che definiamo “dei re barbari” spunta qualche pallido tentativo di rianimare una certa attività teatrale, o meglio di spettacolarità diffusa, spesso applicata alle manifestazioni pubbliche, ma questi – pochi a dire il vero – esperimenti vendono categoricamente attaccati dalla Chiesa.

Lo spettacolo più popolare in questo senso è ancora la corsa dei Carri, retaggio dell’età classica (ricordate Ben Hur ?), spesso associata alle cosiddette “Battagliole”, ovvero alle simulazioni di scontri armati ai margini delle mura cittadine, in veri e propri anfiteatri naturali, un tipo di manifestazione ludico-bellica di cui si ha testimonianza anche a Narni, in epoca comunale.

La comparsa dei giullari

Nell’alto Medioevo le manifestazioni teatrali, o meglio scenografiche, sono in ogni caso sempre collegate ad eventi para-bellici, il posto d’onore in questo senso appartiene ai Tornei cavallereschi, già amati da Longobardi e Franchi, all’interno dei quali trovano spazio le prime mini performance dei Giullari, che intervengono tra uno scontro e l’altro a mo’ di intermezzo comico, affiancando gli Araldi, nel momento della presentazione dei corridori.

Dei Giullari abbiamo notizia indiretta anche presso la corte carolingia, in particolare lo storico Muratori ci riferisce infatti questa testimonianza: “…avvenne che uno joculator longobardo arrivò da Carlo e, ballando di fronte ai suoi, cantò una canzone da lui stesso composta sul medesimo argomento…”

Sempre allo stesso periodo è riferibile la condanna di Alcuino, il quale nel 791 attacca chiunque ospiti a casa propria “..histriones, mimos et saltatores…”, avvalorando ancora una volta l’ostilità dell’Intellighenzia verso tutti i giullari, accomunati indistintamente gli uni agli altri, senza curarsi delle specificità di ognuno, bensì condannando in blocco l’intera categoria.

La cattiva fama dei Giullari percorre tutto il Medioevo, insieme all’indefinitezza del loro ruolo, tanto che la proliferazione terminologica che accompagna la loro presenza e le loro varie attività pubbliche è una costante nei secoli. Nel XII secolo Giovanni da Salisbury stende un primo elenco di nomi nella sua opera più celebre, il Policratus: “…mimi, sali vel saliares, balatrones, aemiliani, gignadi, praestigiatores…” e l’elenco va ad allungarsi col passare del tempo.

Così, ad esempio, in uno dei documenti più interessanti a riguardo, la Summa Arte Prosandi del XIII secolo, assistiamo ad un florilegio di termini e definizioni, che vedono i Giullari affiancati agli indovini ed agli incantatori, in una sorta di lista di proscrizione sociale, tutte figure accomunate dall’essere outsider, veri e propri reietti umani agli occhi della Chiesa e dei cristiani.

In questo documento il Giullare viene accostato ai “…pauperes, debiles (sic!)ceci, claudi, manci, corpore deformati, saltatores, tubicines, hystriones, gesticulatores..” in una sorta di circo dell’orrido che oggi definiremmo “freak”.

Le leggi sacre vengono sovvertite

La diversità del giullare/attore si manifesta anche nella connotazione pubblica, quale elemento multiforme, poco affidabile, capace di creare spettacoli in cui le leggi sacre vengono sovvertite, e quindi pericoloso per la morale cristiana.

L’abito del giullare deve essere multiforme e colorato, tale da essere ben riconosciuto dalla folla, una sorta di veste ghettizzante, al pari di quella indossata dalle prostitute, oppure dai lebbrosi, e proprio come queste altre figure marginali, egli deve essere preannunciato anche acusticamente, ecco quindi la comparsa di campanacci e strumenti a fiato, che da una parte egli usa per attirare il pubblico delle piazze alle sue manifestazioni, ma d’altra parte lo connotano già da lontano come estraneo, riconoscibile ed evitabile dai buoni cristiani…

La sua vita di mendicante dello spettacolo lo avvicina spesso ai ladri ed al sottobosco urbano della vita sociale: aduso a vivere tra prostitute ed imbroglioni egli indossa abiti colorati, a strisce oppure con evidenti “patchwork”, una connotazione che manifesta il disordine, l’opposizione alla tranquillizzante monocromia degli abiti dei nobili cittadini.

Tale policromia resta a lungo, quale marchio “del folle”, nella tradizione letteraria europea: basti pensare al nostro Arlecchino, oppure al Buffone compagno del Re Lear shakespeariano,al pari delle figure che sono condannate ad essere visibili tra la folla normale, così come lo erano gli ebrei e le prostitute nelle città medievali.

Ecco quindi un primo risultato della condanna del teatro da parte della Chiesa: la nascita delle prime forme discriminatorie che colpiscono i giullari, impedendone, di fatto, l’integrazione in un ambiente urbano, relegandoli ai margini della vita sociale.

Luoghi e tempi teatrali

Non è un caso perciò che anche i primi teatri stabili cittadini nascano ai margini del centro storico: a Londra, nel XVI secolo presso il fiume, accanto ai porticcioli fluviali, in una zona già dominata dalle taverne e dai mendicanti, mentre a Parigi questi sorgono fuori della prima cinta muraria, verso le campagne, proprio per rafforzare l’antica discriminazione – anche geografica – del mondo dell’arte dalla vita quotidiana, in un processo di allontanamento del teatro dalle chiese, dalle piazze.

Eppure è proprio lì che esso rinasce nel Medioevo: i sagrati delle chiese, le piazze nei giorni del mercato sono i palcoscenici naturali delle prime rappresentazioni sacre, così come di quelle profane, a partire dal XII secolo. E’ altresì significativo che il “tempo della festa” (rifacendoci a Jacques Le Goff) coincida spesso con quello della chiesa: le grandi celebrazioni religiose rappresentano lo spazio ideale delle “contromanifestazioni” giullaresche, e quindi la Festa dei Folli si svolge durante le celebrazioni pasquali, e non è raro che il Vescovo bambino, così come il “Gregis Pastor, Asinorum Dominus” vengano incoronati dal popolo nelle stesse piazze che – pochi giorni prima – sono state lo scenario delle processioni religiose al termine della Quaresima.

Proprio in occasione delle feste laiche, le prime occasioni ludiche in cui intervengono i giullari, si celebra il mondo alla rovescia, e così, per pochi giorni, a stento sopportati dalla chiesa romana, gli ultimi si ergono a primi, gli outsiders sono i protagonisti della vita pubblica, e finalmente la policromia può dominare sul grigiore della società medievale.

Le strutture e gli allestimenti

Queste sono le occasioni in cui la città intera diventa spazio scenico, il teatro giullaresco si appropria delle strade e delle piazze, le prime, semplici, strutture mobili di quello che comincia ad assomigliare ad un teatro sui generis si appoggiano al colonnato della chiesa, oppure alle mura dei palazzi nobiliari del centro cittadino.

A volte gli spettacoli giullareschi trovano invece accoglienza all’interno di quelle stesse mura, ovvero nei cortili, ed addirittura nei saloni interni dei palazzi: in questo caso l’intera compagnia viaggiante (oppure un singolo trovatore, o giullare) viene ospitata da ricchi anfitrioni, e da questi pagata, in denaro o tramite corrispettivi in natura, che si tratti di cibo oppure di abiti nuovi.

La compagnia viaggiante non dispone ancora di uno spazio stabile nella città medievale, essa continua ad usufruire degli spazi pubblici, o delle chiese (con somma indignazione del clero, che invece appoggia apertamente le prime rappresentazioni sacre, spesso auto prodotte…) ed addirittura dei cortili adiacenti alle taverne.

Questa tradizionale “marginalità” indurrà – come abbiamo già detto – le autorità comunali a predisporre le prime misure di accoglienza per spettatori e compagnie proprio utilizzando gli spazi contigui a taverne ed alle strade d’accesso alla città, tanto che alcuni quartieri malfamati delle città rinascimentali europee porteranno addirittura nella toponomastica la memoria sia dei teatri che degli annessi postriboli…

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