FRANCESCO CRISPI

FRANCESCO CRISPI

  • Francesco Crispi (Ribera, 4 ottobre 1818 – Napoli, 11 agosto 1901) è stato un patriota e politico italiano.
  • Figura di spicco del Risorgimento, fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848 e fu l’ideatore e il massimo sostenitore della spedizione dei Mille

FRANCESCO CRISPI
L’erede “naturale” di Depretis, morto il 29 luglio 1887, era Crispi e al politico siciliano fu affidata da re Umberto la Presidenza del Consiglio. A quella carica Crispi assommò i ministeri dell’estero e degli interni, che avrebbe tenuto fino al gennaio 1891, cioè fino alla caduta del suo secondo ministero. Nessuno fino a quel momento aveva osato tanto.
La storia politica d’Italia subì una svolta radicale; il nuovo ministero inaugurò una politica estera di prestigio e di espansione che avrebbe aggravato la tensione con la Francia e cacciato il paese nell’avventura etiopica (in questa parte del lavoro accennerò solamente alla politica interna autoritaria che caratterizzò la svolta crispina).
Quando Crispi assunse la direzione della politica estera, essa era caratterizzata da due fatti soprattutto: la tensione crescente con la Francia e il rinnovo della Triplice alleanza (con i trattati separati che ne erano seguiti). Inoltre sullo sfondo continuava ad agitarsi la questione balcanica, questa volta a causa di un contrasto austro-russo sorto a proposito della successione al trono di Bulgaria, rimasto vacante dopo la forzata abdicazione del re Alessandro di Battenberg.
La diplomazia italiana aveva davanti a sé due scelte:
* seguire la politica inaugurata da di Robilant e considerare la Triplice solamente uno strumento difensivo; cercare di allentare la tensione con la Francia; non sbilanciarsi a favore dell’Austria a rischio di scontentare la Russia, tanto più che l’Italia non avrebbe tratto alcun beneficio dalla prevalenza austriaca nella questione bulgara;
* chiedere alla Triplice il massimo appoggio in funzione antifrancese e assumere un atteggiamento intransigente contro la Francia che usava la questione romana per mettere in imbarazzo il governo italiano.
Nell’estate e nell’autunno del 1887 Crispi fu attivissimo: appoggiò l’Austria nella questione bulgara; sfruttò il conseguente malcontento russo per convincere Austria e Inghilterra a firmare nuovi trattati che garantissero lo status quo nel Mediterraneo. Effettivamente ottenne uno scambio di note diplomatiche in tal senso ma lord Salisbury rifiutò la proposta di concludere un’alleanza militare.
Maggiore fortuna Crispi ebbe nei rapporti con la Germania, almeno in apparenza. Nel febbraio del 1888, a conclusione di colloqui cominciati nell’ottobre 1887, Italia e Germania firmavano una convenzione militare. In essa si stabiliva che in caso di guerra della Triplice da una parte e della Francia e della Russia dall’altra, l’Italia avrebbe impegnato i francesi sulle Alpi e inviato cinque corpi d’armata a rafforzare i tedeschi sul Reno. Quando venne a conoscenza, tramite i servizi di spionaggio, della convenzione, il governo francese interruppe le trattative in corso per rinnovare il Trattato commerciale bilaterale.
Le trattative erano state avviate su richiesta del governo italiano, il 16 settembre 1887, sulla base della clausola della “nazione più favorita” e del mantenimento della tariffa convenzionale già vigente per un certo numero di merci. Il governo francese rispondeva, il 29 ottobre, chiedendo una riduzione del dazio italiano sulle lanerie, le seterie e i tessuti di cotone. Quando il governo italiano si mostrò indisponibile ala richiesta francese, il governo transalpino propose di di prorogare il trattato del 1881 per altri cinque mesi e intanto avviare nuovi negoziati. Infine, gli italiani offrirono una proroga di due mesi che i francesi accettarono. Le trattative si svolsero a Roma (31 dicembre 1877 – 18 febbraio 1888) ma con esito assolutamente negativo, dato l’irrigidimento soprattutto del governo italiano. La rottura fu così brusca che portò ad una vera e propria guerra commerciale.
La tensione italo-francese giunse ad un passo dall’irreparabile, quando la Francia concentrò la sua flotta nel porto di Tolone e a Roma e a Berlino si temette che si potesse arrivare ad un conflitto armato. Non vi fu guerra ma la politica di Crispi si rivelò ancora una volta tanto appariscente quanto dannosa. La guerra commerciale con la Francia svantaggiò più l’economia italiana, in particolare l’agricoltura del mezzogiorno, che non l’industria francese, tanto che nell’ottobre del 1889 il ministero Crispi provvedeva a rimuovere le tariffe differenziate per le merci francesi senza peraltro ottenere che la Francia facesse altrettanto con quelle italiane.
Nel frattempo Crispi si era impegnato a fondo nel tentativo imperialistico in Africa orientale, la sola zona ancora aperta alla colonizzazione europea vuoi per il terreno montagnoso ed arido vuoi per la presenza di popolazioni bellicose e sufficientemente evolute ed organizzate per poter resistere ad una invasione. Come gli abissini che abitavano l’interno dell’Etiopia, divisi in tribù guidate da un re locale, il ras, e un imperatore o re dei re, il negus neghesti.
La situazione interna non era molto stabile a causa delle ambizioni di molti ras a succedere al negus Giovanni. Crispi appoggiò ras Menelik, il quale, una volta imperatore, firmò un trattato, detto di Uccialli, in base al quale il nuovo negus riconosceva le conquiste fatte dall’Italia fino al fiume Mareb ed accettava il protettorato sull’Abissinia e la Somalia (in verità la clausola del protettorato era esplicita solamente nel testo in italiano, in quello in copto c’era appena un vago accenno).
Nel frattempo il governo aveva preparato un regio decreto, emanato il 5 gennaio 1890, che trasformava i possedimenti italiani del Mar Rosso in Colonia di Eritrea, governata da un Governatore assistito da tre consiglieri, rispettivamente per le finanze, l’agricoltura e i lavori pubblici. La Colonia Eritrea passò alle dipendenze del Ministero degli Esteri (e dunque di Crispi!).
Il dominio nell’Eritrea fu consolidato rapidamente; non altrettanto accadde in Abissinia, dove il protettorato sull’Etiopia non fu accettato dal negus. Non bastò un anno intero di trattavtive a piegare Menelik. Crispi rientrò in Italia a mani vuote (era l’11 febbraio 1891, pochi giorni prima, il 31 gennaio, aveva rassegnato le dimissioni del suo ministero).
Due anni dopo, tornato al potere, Crispi riprese la sua politica coloniale in Etiopia. Le truppe italiane, dopo alcuni successi iniziali, furono sconfitte all’Amba Alagi e il maggiore Galiano fu costretto a cedere il forte di Macallé. L’opinione pubblica, indignata per l’umiliazione subita, e lo stesso Crispi attribuirono la responsabilità della sconfitta all’indecisione del governatore dell’Eritrea. Perciò fu ordinato al generale Baratieri di lanciare una forte offensiva. In realtà la sconfitta all’Amba Alagi era da addebitare alla fretta con cui era stata preparata la spedizione abissina, tant’è vero che il generale Baratieri subì una vera disfatta ad Adua, la sconfitta più grave subita dagli europei nella colonizzazione dell’Africa.
L’indignazione popolare raggiunse il culmine. Crispi diede le dimissioni e di lì a poco sarebbe morto; il suo successore, Di Rudinì, si affrettò a firmare (ottobre 1896) il Trattato di Addis Abeba, in base al quale l’Italia rinunciava ad ogni pretesa sull’Abissinia e limitava le sue colonie all’Eritrea e alla Somalia.
Francesco Crispi, ex-mazziniano dal temperamento fortemente individualistico e insofferente di ogni dissenso, nel 1859 aveva organizzato la rivoluzione siciliana preparando così il terreno alla Spedizione dei Mille; nel 1865 aveva aderito alla monarchia (“la repubblica ci dividerebbe mentre la monarchia ci unisce”) ed era stato poi tra i più fieri oppositori di Depretis. Benché fosse giunto alla presidenza del consiglio ormai settantenne dimostrò subito di non aver perso nulla del proprio carattere aspro e autoritario, che lo portava ad essere un grande ammiratore del Bismack e del militarismo prussiano, e quindi un deciso sostenitore della politica legata alla Triplice Alleanza.
Convinto avversario del parlamentarismo e delle “astratte” ideologie liberali, egli svolse fra il 1887 e il 1896 una luna pratica di governo, che può essere divisa in due fasi ben distinte. Iniziata nell’agosto del 1887 e conclusa nel 1891, la prima fase fu contraddistinta da un indirizzo in buona parte diverso rispetto a quello seguito da Depretis. Sotto la sua direzione la trasformazione dello stato, già avviata nell’epoca del trasformismo, giunse a una compiuta maturazione: lo stato fu concepito come uno strumento finalizzato alla politica di potenza e all’estensione del prestigio internazionale e, in quanto tale, legittimato ad esercitare una dura pressione sulla società civile.
In questo intreccio di autoritarismo e imperialismo emergeva il segno delle crescenti difficoltà incontrate dalla nascente nazione italiana in una fase di pesante congiuntura economica e politica. L’aggravarsi della crisi agraria, l’espandere della crisi edilizia e i fallimenti della banche più esposte nel settore delle costruzioni, le difficoltà dell’industria, favorite anche dalla “finanza allegra” praticata negli anni precedenti dal ministro Agostino Magliani, avevano creato una situazione di acuta tensione sociale, caratterizzata da scioperi e tumulti nelle città e nelle campagne. Inoltre la difficile situazione internazionale e i fallimenti della spedizione militare nel Mar Rosso andarono accentuando il clima di malessere e di frustrazione rischiando di ridare fiato ai gruppi irredentisti. A ciò si aggiungeva la crisi istituzionale approfonditasi negli ultimi anni del governo Depretis con il rafforzamento di quel che la destra definì il “mostruoso connubio” tra accentramento e parlamentarismo, che comportava una sempre più estesa invadenza del personale politico (deputati e autorità di governo) nelle questioni amministrative e una pericolosa degenerazione clientelare. Influiva inoltre sul nuovo modello politico, il carattere “strutturale” che andava assumendo il blocco sociale protezionista industriale-agrario, interessato ad una politica di potenza e di riarmo.
L’attività di governo di Crispi si orientò subito verso una profonda riforma dello stato, una connotazione in senso aggressivo delle alleanze internazionali e una decisa espansione coloniale in Africa. Nel periodo dei primi due ministeri da lui presieduti, fu approvato un elevato numero di provvedimenti legislativi di grande importanza al fine di completare l’opera di accentramento dello stato già avviata negli anni precedenti. L’ordinamento e la funzione dei prefetti dipesero dal governo centrale in misura superiore al passato, e si configurarono come strumento di controllo politico del potere centrale nella periferia.
Con la legge del 12 febbraio 1888 sul riordinamento dell’amministrazione centrale dello stato furono rafforzati i poteri dell’esecutivo rispetto al parlamento e quelli del presidente del consiglio all’interno del governo.
Con la riforma sanitaria del 22 dicembre 1888, al vecchio concetto della “carità legale” subentrò il moderno principio dell’interesse pubblico alla tutela della salute dei cittadini, anche se ciò fu realizzato nell’ambito di una concezione che vedeva l’attività di prevenzione e di intervento sanitario più come un’attività di polizia che non di assistenza.
Appartiene a questo periodo la riforma del codice penale (1889), rimasta legata al nome del ministro della giustizia Giuseppe Zanardelli. Essa prevedeva tra l’altro:
1. il tacito riconoscimento dello sciopero, che, non risultando menzionato dal nuovo testo legislativo, non poteva essere più considerato illegale e come tale vietato;
2. l’abolizione della pena di morte e la sua sostituzione con l’ergastolo per i reati più gravi: il che poneva l’Italia al primo posto tra le nazioni civili nella pratica attuazione di quanto Cesare Beccaria aveva sostenuto nel ‘700.
Non meno importante fu anche -quale prima concreta soddisfazione offerta alle aspirazioni e alle richieste dei partiti democratici- la nuova legge comunale e provinciale del 10 febbraio 1889. Essa estendeva l’accesso ai consigli comunali ai rappresentanti della minoranza fino ad allora esclusi in quanto tutti i posti in consiglio venivano riservati alla lista vincente, e istituiva la nomina del presidente delle Amministrazioni provinciali da parte non più del prefetto bensì dei consiglieri eletti; parimenti i sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti furono eletti dai Consigli Comunali e non più investiti da un Regio Decreto su designazione di un prefetto.
Il Testo Unico del 28 marzo 1895 determinando un sensibile aumento del numero degli elettori e dei deputati da eleggere, contribuì ad avvicinare le classi popolari alla vita pubblica e a favorire la nascita di formazioni politiche decisamente più democratiche rispetto a quelle del recente passato. Inoltre al fine di dare una struttura più organica e accentrata allo stato, fu unificata la Corte di Cassazione; venne istituita una quarta sezione del Consiglio di Stato, con funzioni non semplicemente consultive come le prime tre, bensì giurisdizionali; fu organizzato il corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza allo scopo evidente di consolidare l’esecutivo, la cui inefficienza ed incisività rispondeva pienamente a una concezione borghese dello stato, ampiamente diffusa tra i politici del tempo a qualunque gruppo appartenessero.
Crispi tentò anche un riavvicinamento tra Stato e Chiesa, che per la verità fallì miseramente. Il problema era tornato allora di grande attualità per le tendenze “conciliaristiche” manifestatesi in seno alla comunità ecclesiale da parte di alcune personalità di primo piano nel mondo cattolico, quali l’arcivescovo il Milano Geremia Bonomelli e lo storico Luigi Tosti, abate di Montecassino. Costoro, preoccupati per le continue manifestazioni di reciproca intolleranza fra mondo laico e mondo cattolico, avevano aderito al cosiddetto “partito della conciliazione”, erede in un certo senso del neo-guelfismo risorgimentale, e nello stesso tempo avevano assunto una posizione critica nei riguardi del “non expedit”. La reazione dei cattolici intransigenti fu dura e ribadì il rifiuto dello stato liberale e di ogni contaminazione fra liberismo e cattolicesimo trovando autorevole espressione nell'”Osservatore Cattolico” e nel suo direttore Davide Albertario, il quale non indietreggiò neppure di fronte al Vaticano, allorché il nuovo papa, Leone XIII, giudicò le sue posizioni troppo radicali.
Il nuovo papa, infatti, già durante il periodo trascorso come vescovo a Perugia, aveva dato prova di una certa apertura nei riguardi di una possibile soluzione della “questione romana”, forse anche perché memore della positiva esperienza vissuta come nunzio apostolico del Belgio, una nazione a regime liberale e pertanto aperta al progresso moderno, nella quale i cattolici partecipavano attivamente alla vita pubblica e dove tra mondo laico e mondo cattolico erano più le convergenze che le divergenze. Leone XIII lasciò ai “conciliataristi” la possibilità di esprimere voti di pacificazione e di prendere iniziative che risolvessero quello che nel concistoro del 23 maggio 1887 egli aveva definito un “funesto dissidio”, auspicando che potesse essere tolto di mezzo al più presto, purché fossero salvaguardate “la giustizia e la dignità della Sede Apostolica” e purché il Papa “non fosse soggetto alla potestà di alcuno e godesse di una piena e vera libertà come postulano i suoi diritti”. Fu appunto in tale circostanza che Luigi Tosti, incoraggiato dalla posizione assunta dal pontefice, procedette alla pubblicazione di un opuscolo, divenuto ben presto famoso, dal titolo “La Conciliazione”, il cui testo, auspicante un rapido accordo tra il Vaticano (residenza del Papa) e il Quirinale (residenza del re d’Italia), era stato stesso da Tosti direttamente con Crispi, ugualmente desideroso di tentare il “miracolo della conciliazione” non riuscito né a Cavour, né ai suoi successori.
Tale aspirazione non si realizzò sia per l’intransigenza di alcuni ambienti ecclesiastici, fermamente decisi a richiedere il riconoscimento del potere temporale e la restituzione di Roma al suo “legittimo sovrano”, sia per le pressioni esercitate sul papa da alcune potenze straniere prima tra esse la Francia. Di fronte a tale atteggiamento, aggravato da una netta presa di posizione del Vaticano nei confronti dell’opuscolo di Tosti, Crispi si riarmò del suo antico anticlericalismo rendendo di nuovo particolarmente acuta la tensione fra Stato e Chiesa:

• fu abolito, ad opera del ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli, l’insegnamento religioso nelle scuole primarie;
• le istituzioni di beneficenza (le cosiddette “opere pie” già “Congregazioni di carità”) furono sottratte alla sorveglianza delle autorità ecclesiastiche e vennero da allora in poi amministrate da autorità civili e poste sotto il diretto controllo dei prefetti;
• fu istituita la punibilità per i ministri del culto che si fossero comportati in modo sleale e oltraggioso nei confronti dello Stato e dei suoi legittimi rappresentanti;
• infine nel 1889 nel Campo dei Fiori a Roma fu eretto un monumento a Giordano Bruno, simbolo della inconciliabilità fra pensiero laico e pensiero religioso.

Sul piano della politica estera il principio informatore dell’azione di Crispi fu costituito dal permanente tentativo di rovesciare il segno decisamente difensivo della Triplice Alleanza in direzione offensiva, così da farne un utile strumento di sostegno all’espansione italiana nel Mediterraneo. In questa prospettiva egli scelse di appoggiare apertamente l’Austria nella “questione balcanica” anche a costo di inimicarsi definitivamente la Russia e abbandonò la politica perseguita nel passato dal ministro degli esteri Carlo Felice di Robilant, volta a favorire l’allentarsi delle tensioni. Egli anzi tese ad esasperarle, accentuando anche i contrasti commerciali e politici con la Francia e puntando così a collocare l’Italia al centro di un sistema politico-militare mediterraneo di cruciale interesse per gli equilibri europei. A sostegno di questa politica egli accentuò la repressione contro i movimenti irredentisti antiaustriaci, aprì le frontiere alla penetrazione del capitale tedesco, assunse pesanti oneri finanziari per far fronte ai crescenti impegni militari richiesti dagli alleati, pagando nel contempo un durissimo prezzo economico a causa della paralisi del commercio con la Francia (che il 27 ottobre 1888 decise l’applicazione delle tariffe di guerra contro l’Italia). Crispi quindi, preoccupato di rialzare le sorti del conflitto etiopico, conclusosi con l’eccidio di Dogali, inviò rinforzi in Africa orientale, dando allo stesso tempo inizio ad un’azione diplomatica a vasto raggio, che si concluse con il Trattato di Uccialli (1889) stipulato con il negus Menelik asceso al trono nel 1889 dopo la morte di Giovanni Cassa. In base ad esso erano definiti i limiti della zona che gli Italiani avrebbero occupato sulla costa del Mar Rosso e nel retroterra e veniva riconosciuto il protettorato dell’Italia su tutta l’Etiopia: subito dopo poteva essere proclamata la costituzione della colonia Eritrea (1890). Quasi contemporaneamente Crispi si accordava con il sultano di Zanzinbar per l’acquisto di Benadir e con i sultani dell’Obbia e della Migiurtina per il riconoscimento del protettorato italiano sulla costa somala, dando così origine al primo nucleo della Somalia Italiana.
All’iniziativa che aveva offerto all’Italia la possibilità di registrare un notevole successo e di guadagnare una insperata posizione d’influenza e di prestigio in un territorio esteso dal Mar Rosso all’Oceano Indiano, corrispose un atteso contraccolpo: la Francia, proprio mentre erano in atto trattative economiche importanti e delicate per l’Italia, decise di interrompere ogni rapporto con la controparte, creando le premesse di quella “guerra delle tariffe” che, protrattasi dal 1888 al 1892, danneggiò gravemente il nostro Paese. Crispi, però, piuttosto che cedere alle pressioni francesi e giungere ad un compromesso manovrò in modo da ovviare gradatamente ai danni arrecati all’economia italiana, intensificando i rapporti economici e politici con la Germania ed opponendosi con successo -grazie all’appoggio delle altre potenze europee- al tentativo fatto dal governo di Parigi di trasformare in possedimento il protettorato sulla Tunisia
L’Italia non aveva una struttura produttiva e un’organizzazione militare adeguate a sostenere una politica estera aggressiva; in tali condizioni la politica di CRISPI risultò piuttosto avventurosa che aggressiva. La sconfitta di Adua spense sul nascere ogni velleità di grande potenza e fino alla Guerra di Libia la classe dirigente del Regno ritornò ad una politica estera più tradizionale.
Gli obiettivi principali dei governi succeduti a Crispi furono la liquidazione del fallimentare tentativo coloniale e il riavvicinamento alla Francia, pur senza modificare i rapporti di alleanza che legavano l’Italia alla Germania e all’Austria-Ungheria. Una politica estera di pace e di amicizia, dopo l’infelice parentesi della “megalomania” crispina.
Parlando alla Camera nel 1897, GIOLITTI sostenne che il disastro della politica estere crispina era da addebitare alla “sproporzione tra il fine che si vuole raggiungere, ed i mezzi che si vogliano adoperare”.
Gli uomini politici più realistici erano pienamente consapevoli che l’Italia non era in grado di competere con le altre potenze europee nella conquista di imperi coloniali che richiedeva forze economiche e militari e non soltanto velleitarismo. All’Italia, ultima delle grandi potenze europee, superata anche da Giappone e Stati Uniti, non restava altra, realistica, possibilità che di affermare il suo modesto prestigio e di difendere i suoi interessi con una politica moderata. In questa direzione si mossero i ministri degli esteri che si succedettero dopo Crispi: Visconti-Venosta, Canevaro, Prinetti, Tittoni, Di San Giuliano, Guicciardini.
Visconti-Venosta, che era stato ministro degli esteri dal 14 dicembre 1869 fino al 18 marzo 1876; cioè fino alla caduta delle Destra, tornò agli Esteri con di RUDINI’ e vi restò fino al febbraio 1901, salvo una parentesi dal 1 giugno 1898 al 14 maggio 1899. Visconti-Venosta, a suo tempo, si era opposto all’alleanza con la Germania, era pertanto l’uomo giusto per operare un riavvicinamento e una riconciliazione con la Francia, dopo i rapporti di ostilità nel periodo crispino. Visconti-Venosta liquidò anche l’altra eredità crispina, la politica coloniale:
“le imprese coloniali non si possono considerare indipendentemente dalle condizioni e dai mezzi che sono loro necessari per renderle possibili e proficue. Queste condizioni e questi mezzi sono l’iniziativa ed il concorso del capitale privato, una bilancia dello Stato che conceda le spese necessarie perché le occupazioni coloniali non rimangano sterili e senza valore, e soprattutto l’appoggio del paese, perché, se vi è una politica che per essere seriamente condotta e praticata richiede il favore dell’opinione pubblica, questa è la politica coloniale. Se queste condizioni mancano, allora, tra l’obbiettivo che si persegue e i mezzi con cui si persegue sorge un contrasto alle cui spine un paese si espone a lasciare qualche brano del suo prestigio e della sua dignità”.
Visconti-Venosta diede un “colpo di timone” alla politica estera:
• con gli accordi del 21 novembre 1896 portò a soluzione la questione tunisina e con il trattato commerciale del 21 novembre 1898 pose fine alla decennale guerra doganale fra i due paesi;
• avviò trattative per definire la questione della Tripolitania e delle Cirenaica, allo scopo di ottenere garanzie per un’eventuale espansione dell’Italia nelle uniche regioni dell’Africa mediterranea ancora libere dal dominio imperialista anglo-francese e rimaste fuori delle sfere di influenza definite con gli accordi del 21 marzo 1899 dopo la crisi di Fashoda fra Francia ed Inghilterra.
Visconti-Venosta trovò un interlocutore ben disposto nell’ambasciatore francese a Roma, Camillo Barrère. Gli obiettivi di Visconti-Venosta e di Barrère coincidevano su un punto fondamentale, cioè sull’affermazione del carattere difensivo che doveva avere la Triplice Alleanza e la possibilità per l’Italia di avere, all’interno di essa, una certa libertà nei rapporti con la altre potenze europee. A differenza di quanto avevano cercato di ottenere i suoi predecessori, il diplomatico francese non fece alcuna pressione per costringere l’Italia a lasciare la Triplice ma si adoperò affinché l’alleanza perdesse qualsiasi carattere antifrancese, implicito o esplicito. Su questo orientamento Barrère trovò favorevoli non solo Visconti-Venosta ma anche Zanardelli e Prinetti, successo al Visconti-Venosta, rimasto in carica dal febbraio 1901 all’aprile 1903, quando fu costretto a dimettersi per motivi di salute.
Giulio Prinetti, un ricco industriale lombardo che non proveniva dalla carriera diplomatica, non aveva molta esperienza in politica estera pur essendo già stato ministro, ma dei lavori pubblici, al tempo del secondo governo di Rudinì. La sua politica estera non si discostò dalla linea filofrancese di Visconti-Venosta e mirò ad ottenere impegni espliciti e precisi, sia da parte degli alleati tedeschi sia da parte della Francia e dell’Inghilterra, sul rispetto degli interessi italiani. La politica di Prinetti, troppo ostentatamente favorevole alla Francia, insospettì e irritò gli alleati, in primo luogo del cancelliere tedesco Bulow, il quale si lamentò del comportamento italiano che ondeggiava, secondo la sua espressione, fra matrimonio legittimo e concubinato. Le preoccupazioni tedesche non erano del tutto ingiustificate, anche se Prinetti si affrettò a dichiarare, per tranquillizzare gli alleati, che l’Italia non avrebbe sacrificato all’amicizia francese la Triplice, ed era pronta e rinnovare il trattato.
Il nuovo orientamento filofrancese era condiviso ed approvato non solo dal Primo ministro ZANARDELLI (rimasto irredentista), ma dallo stesso re Vittorio Emanuele, il quale, continuando la tradizione dei suoi predecessori, considerò la politica estera un campo di competenza della monarchia. Il re non aveva simpatia per Guglielmo II e la sua antipatia era ricambiata. Fra i due alleati vi erano diverse ragioni di contrasto e di dissenso come la questione romana, che la Germania sollevava ogni volta che voleva far pressione sull’Italia, troppo disinvolta nei suoi giri di valzer, e la scarsa considerazione che l’alleato tedesco mostrava verso le aspirazioni e gli interessi italiani.
Tutto ciò determinò, nei primi anni di regno di Vittorio Emanuele, un mutamento evidente se non negli accordi ufficiali (dato che la Triplice venne rinnovata il 28 giugno 1902, con una nota che dichiarava il disinteresse austriaco per la Tripolitania), certamente nei risultati pratici della politica estera italiana. L’Italia acquistò una maggiore indipendenza nei confronti degli alleati e cercò di difendere i suoi interessi appoggiandosi di volta in volta, a seconda delle circostanze, ora ad una ora all’altra potenza. Dopo il rinnovamento della Triplice, senza che venissero accolte le richieste di Prinetti per l’aggiunta di una clausola sul carattere difensivo dell’alleanza, il governo italiano volle consolidare i suoi legami con la Francia. Due giorni dopo il rinnovo della Triplice, con uno scambio di note segrete, fu definito un accordo italo-francese che ribadiva i punti fondamentali dell’intesa raggiunta da Visconti-Venosta. Nella sua lettera, Prinetti dichiarava che l’Italia sarebbe rimasta neutrale in caso di aggressione contro la Francia da parte di altre potenze o nel caso che la Francia fosse stata costretta a dichiarare guerra, dopo averne dato comunicazione all’Italia.
Dopo le dimissioni di Giolitti, Crispi riprese il potere nel successivo mese di dicembre (1893) e lo mantenne per circa 3 anni, sino al marzo 1896. Il suo primo pensiero fu il ristabilimento dell’ordine interno, che egli non perseguì, come Giolitti, cercando di rendersi conto delle reali condizioni del Paese e di avviare conseguentemente le riforme sociali di cui aveva urgente bisogno; all’opposto, egli fece ricorso a duri sistemi repressivi e ad atteggiamenti addirittura reazionari specie contro i socialisti, che di quelle riforme si erano fatti sostenitori ed interpreti.
Considerando infatti le lotte operaie e contadine un attentato all’unità e alla sicurezza dello Stato, un delitto contro la giustizia oltre che una violazione del legittimo titolo di proprietà, di fronte all’estendersi di manifestazioni di protesta, Crispi scelse la maniera forte.
Il 4 gennaio 1894 proclamò lo stato d’assedio in Sicilia: di conseguenza i Fasci di combattimento furono immediatamente sciolti d’autorità e i loro leaders furono tutti arrestati, mentre all’esercito e ai tribunali militari veniva affidato il compito di riportare l’ordine nell’isola stroncando definitivamente il movimento.
Provvedimenti analoghi vennero presi in Lunigiana, dove l’agitazione dei cavatori di marmo, innescata dalle pesanti condizioni di vita e di lavoro di questi operai, si stava trasformando sotto l’influenza degli anarchici in un tentativo di insurrezione armata.
Qualche mese più tardi Crispi estese a tutto il territorio nazionale l’attacco al movimento operaio, decretando lo scioglimento del PSI e delle organizzazioni ad esso aderenti. Dopo aver così soffocato ogni fermento, neppure si preoccupò di dare una soluzione positiva alla crisi, accentuata -oltre che dall’arretratezza dell’agricoltura- da uno stentato decollo dell’industria e da uno scarso sviluppo dell’attività commerciale malgrado l’impegno creditizio posto in atto proprio in quegli anni soprattutto dalle Banche popolari, sorte un po’ ovunque per iniziativa di uno statista ed economista di alto livello quale fu Luigi Luzzatti.
Quando ormai tutto sembrava avviato per il meglio, nella colonia Eritrea la situazione iniziò a deteriorarsi. Il negus etiopico Menelik, una volta consolidatosi sul trono, aveva rotto gli accordi di Uccialli e, geloso dell’indipendenza del suo Paese e per di più segretamente sollecitato dalla Francia contraria all’espansione coloniale italiana, aveva dato inizio alle ostilità.
Rifornito di armi moderne dai Francesi, attraverso il porto di Gibuti, egli aveva lanciato all’attacco, nel febbraio 1895, un esercito di quasi 100.000 uomini riuscendo a sopraffare sull’Amba Alagi un presidio italiano al comando del maggiore Pietro Toselli; poi sempre avanzando verso nord, aveva costretto alla resa, dopo un assedio di 40 giorni, il presidio di Macallé agli ordini del maggiore Giuseppe Galliano. Infine giunto ad Abba Garima nella pianura di Adua, si era scontrato il 1 marzo 1896 con il grosso delle nostre truppe -poco più di 15.000 uomini al comando del generale Oreste Baratieri- infliggendo loro una dura sconfitta.
L’esito dello scontro fu determinato sia dalla superiorità numerica dell’esercito etiopico, sia da gravi carenze logistiche e di collegamento e da tragici equivoci ed errori compiuti dallo stesso Baratteri. In seguito a questo grave insuccesso, i numerosi avversari di Crispi, capeggiati da Felice Cavallotti e dalla Sinistra estrema, attaccarono duramente il vecchio statista, il quale non osò neppure affrontare il Parlamento e si dimise il 9 marzo 1896, scomparendo così per sempre dalla vita politica italiana.


La politica economica della destra era fondata su due principi:

• Il liberoscambismo: che favoriva il commercio con l’estero
• Il pareggio del bilancio: che si tentava di raggiungere attraverso un aumento della pressione fiscale

Il modello economico secondo cui venne a delinearsi lo sviluppo italiano era quello di un’economia agromanifatturiera periferica:
l’Italia era ai margini del sistema economico costituito dalle potenze industrializzate verso le quali esportava i prodotti della sua agricoltura, come le colture specializzate del nord e del sud e i prodotti dell’agricoltura industriale del centro nord. Inoltre esportava semilavorati tessili prodotti dall’industria tessile del nord.
Era completamente dipendente dall’estero per quanto riguardava tutte le produzioni di tipo industriale.
Inoltre questo sistema di sviluppo ostacolava il rafforzamento di un’industria meccanica e siderurgica che non poteva reggere la concorrenza dei paesi industrializzati più avanzati e eliminò l’industria manifatturiera del sud sempre per lo stesso motivo.

La struttura dell’economia italiana era caratterizzata da:
1. un’industria tessile padana;
2. sviluppo di poli chimici, bancari, meccanici, cartari e siderurgici al settentrione;
3. lo sviluppo delle ferrovie;
4. il latifondo estensivo al sud;

La concorrenza internazionale impediva il sorgere di un sistema industriale tecnologicamente avanzato nel campo dell’industria leggera e dei consumi.
Il governo del regno d’Italia era affidato ad una classe politica che rappresentavano i ceti privilegiati del paese, aveva una ristretta base elettorale, poche erano le differenze ideologiche. Tale ceto era organizzato politicamente in due principali schieramenti:
• La destra storica: commercianti, proprietari fondiari meridionali, imprenditori agricoli centro settentrionali, industria pesante;
• La sinistra storica: rappresentativa dell’industria leggera, della borghesia meridionale e dell’economia più avanzata;
Con il crollo dei prezzi sia agricoli che industriali la politica liberista della destra diviene insostenibile ed intorno al protezionismo della sinistra si coagulano i consensi del ceto dirigente economico che mira alla difesa del mercato interno.
La debolezza della base sociale dello stato
Le masse popolari non si riconoscevano nello stato e questo determinava
una netta separazione tra società reale e società legale. Questa situazione rendeva fragile lo stato italiano e contribuiva ad ostacolarne la crescita sociale, politica ed economica.
Le principali cause di questa situazione furono:
 il fatto che il potere politico fosse gestito da una ristretta élite che perseguiva i propri interessi di classe ed escludeva dal potere la grande massa della popolazione. Gli elettori erano infatti solo 450.000 cittadini;
 inoltre il rifiuto dello stato da parte delle gerarchie cattoliche e della massa della popolazione che nel cattolicesimo si riconosceva, rifiuto venutosi a determinare dopo la conquista di Roma da parte del regno italiano che aveva posto fine al potere temporale della chiesa;
 la mancata soluzione della questione agraria con la distribuzione della terra ai contadini. Specialmente nel sud le speranze nate con la venuta di Garibaldi e la possibilità di porre fine al potere dei baroni ed al latifondismo vennero meno perché il potere politico si schierò a difesa degli interessi dei latifondisti meridionali.
 Le moderate riforme di politica sociale favoriscono un processo di organizzazione politica delle masse di braccianti, contadini e operai. La protesta politica assume le caratteristiche di azione organizzata e sorgono i primi movimenti sindacali e politici dei lavoratori che divengono un nuovo soggetto politico intenzionato a difendere i propri interessi: sindacati, partito operaio e partito socialista
politica interna della sinistra

Il programma della sinistra:
==> allargare le basi sociali dello stato,
==> migliorare le condizioni di vita dei ceti più deboli, favorire lo sviluppo industriale dell’Italia,
==> mantenere gli equilibri di potere immutati.
Riforme:
==> abolizione tassa sul macinato;
==> riforma scolastica
==> allargamento del suffragio
==> protezionismo doganale.
Risultati:
==> il moderato riformismo sociale non eliminò le diseguaglianze;
==> si instaurò la pratica del trasformismo e del clientelismo;
==> il potere rimase saldamente nelle mani del blocco agro industriale.
politica estera della sinistra

Situazione iniziale:
durante il governo della destra l’Italia si allontana dalla sua tradizionale alleanza con la Francia e si avvicina alla Germania. La situazione geopolitica italiana è di isolamento internazionale a causa dei seguenti motivi:
 la presa di Roma nel 1870 aveva incrinato l’alleanza con la Francia, la tensione era salita con il conflitto doganale e l’annessione della Tunisia da parte della Francia a cui mirava anche l’Italia;
 la politica del piede di casa: in base alla quale l’Italia decideva di porre quali obiettivi della sua politica estera la soluzione del problema delle terre irredente: Veneto, Roma, Trentino, Istria; disinteressandosi a scenari geopolitici più ampi;
 la politica delle mani nette: secondo cui l’Italia rifiutava di partecipare alla corsa alle colonie per rispetto dell’indipendenza dei popoli
Scenario di fine secolo :
imperialismo, corsa alle colonie, ricerca di nuovi mercati, concorrenza e protezionismo, motivi di prestigio militare e politico, conducono le potenze internazionali alla spartizione dell’Asia e dell’Africa. l’Italia rimane fuori da tale processo e cerca l’appoggio di potenze che avrebbero potuto sostenere le sue rivendicazioni coloniali.
La triplice Alleanza :
la sinistra tenta di rompere l’isolamento diplomatico attraverso un’alleanza con la Germania e l’Austria, la Triplice Alleanza viene stipulata come trattato difensivo nel 1882, entro tale alleanza si garantiva all’Italia il necessario appoggio per intraprendere una politica coloniale.
Il tentativo coloniale:
il governo acquista dalla società Rubattino la baia di Assab trovando l’opposizione dell’Abissinia. A Dogali, nel 1887, una colonna italiana viene eliminata dagli abissini, Depretis è costretto a dimettersi e fallisce il primo tentativo coloniale italiano.
La politica interna di Crispi
La situazione politica in Italia alla caduta di Depretis
Nuovo Blocco sociale dominante: alleanza tra borghesia industriale del nord e grandi proprietari fondiari del nord e del sud forma un nuovo ceto dirigente: il blocco agro industriale
Obiettivi politici generali:
• difesa del mercato interno dalla concorrenza: protezionismo
• difesa dell’egemonia politico economica del blocco agro industriale e degli equilibri sociali esistenti. Repressione come strumento per la soluzione della questione sociale.
Il governo di Crispi: tra il 1887 e il 1896 il governo italiano è retto da Crispi
Personalità e strategia politica di Crispi: autoritario, modello Bismarck, accentramento potere, sostenitore del pugno di ferro contro ogni forma di rivendicazione operaia e contadina che intaccasse gli equilibri esistenti:
• Rivolta fasci: 1893 – 1894 stato d’assedio per rivolta fasci, prezzo pane, scioglimento associazioni e partiti, limiti attività sindacale;
• I cattolici e la vita politica: dopo il non expedit di Pio IX i cattolici riprendono l’iniziativa politico sociale:
• Iniziative coordinate dall’Opera dei Congressi determinano la presenza a livello capillare dei cattolici nella società facendone un importante soggetto in opposizione alla politica governativa;
• Rerum Novarum: il pensiero sociale cattolico più avanzato trova espressione nella rerum novarum: maggiore giustizia sociale, accettazione del mondo moderno;
Strategia: organizzare le masse sottraendole all’influenza socialista, recuperandole all’iniziativa cattolica;
La politica estera di Crispi
La politica coloniale di Crispi: si muove entro le scelte già tracciate da Depretis accentuando il carattere espansionistico e aggressivo della politica estera;

1. Conferma triplice alleanza e intensificazione rapporti Germania Bismarck;
2. Seconda fase politica coloniale e tentativo di conquista Abissinia: sconfitte ripetute fino a Adua, 1896, dimissioni Crispi e fine seconda fase coloniale italiana.
3. Il problema: si aprì una grave crisi politico istituzionale per la disfatta coloniale, per i moti di protesta contro il carovita, per l’incapacità dello stato di far fronte alle esigenze delle masse ed alla crisi di consensi e di rappresentatività delle istituzioni.

La crisi di fine secolo
La crisi di fine secolo (1897 – 1900): il pericolo di una crisi del fragile sistema politico e la pressione esercitata sulle istituzioni dai nuovi partiti di massa socialisti e cattolici, determinano una forte spinta autoritaria da parte dei gruppi militari, economici e monarchici più conservatori.
 Cause
La crisi di fine secolo fu prodotta da:
• Ciclo di depressione economica nei primi del novecento (calo produzione, investimenti, esportazioni, disoccupazione, ecc.), spirale di depressione;

• Esposizione delle banche: prive di liquidità per investimenti a lungo termine, fallimenti a catena. Liquidazione del sistema bancario privato, salvataggio operato dallo stato (immissione nuova liquidità, assorbimento crediti). Riforma sistema bancario: Banca d’Italia come istituto di emissione, nascita banche miste collettori risparmio privato per investimento industriale (CI, BCI) e non più finanziarie o istituti di emissione.
• Ripercussioni sociali: inasprimento sistema fiscale, spese coloniali, caro vita colpiscono la popolazione che reagisce con tumulti. La reazione è di repressione.
 Dinamica

• Il paese è attraversato da tumulti e agitazioni contro il carovita;
• il governo reagisce con la repressione militare, Di Rudinì da ordine di sparare sulla folla;
• A Milano il generale Bava Beccaris usa il cannone contro la folla dei dimostranti, in tutta Italia si procede ad arresti di esponenti socialisti e cattolici;
• Il progetto autoritario: i gruppi conservatori progettano una svolta autoritaria che preveda la limitazione della libertà di stampa e associazione. Pelloux, che ha sostituito Di Rudinì, presenta un progetto di legge a tale fine, scontro parlamentare con liberali, radicali e socialisti, ostruzionismo, dimissioni Pelloux, elezioni e sconfitta delle forze conservatrici e reazionarie.

 Esito
La sconfitta del progetto autoritario: le forze di opposizione vincono le nuove elezioni: le sconfitte coloniali, le divisione nel fronte autoritario, la forza dei movimenti e partiti di massa, la resistenza delle forze liberali più aperte, la presenza di un nuovo ceto dirigente portato al dialogo ed alle riforme, la congiuntura economica internazionale favorevole, spiegano questa sconfitta. Umberto I e Vittorio Emanuele III promuovono il governo della sinistra liberale: Saracco 1900, Zanardelli 1901.

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