FIRENZE 1944

FIRENZE 1944

 

Alle ore 6.45 dell’11 agosto 1944, fragorosi nel silenzio assoluto che domina sulla città, i rintocchi della campana di Palazzo Vecchio, subito seguita da quella del Bargello, danno il segnale dell’insurrezione contro i nazifascisti. I partigiani, raccolti in Oltrarno, ricevono l’ordine di passare il fiume ed attaccare le truppe tedesche. Contemporaneamente, verso le 7.00, lasciata la sede di via Condotta, entra in Palazzo Medici Riccardi il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, nucleo delle forze politiche antifasciste, mente e guida della lotta di liberazione fin dall’inizio dell’occupazione nazista a seguito dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati del settembre 1943.


 

Per le strade viene affisso il manifesto con cui il CTLN assume i pieni poteri e invita i concittadini a «contribuire con tutte le proprie forze alla liberazione della città, dare tutto l’aiuto morale e materiale ai nostri coraggiosi patrioti […per conquistarsi] il diritto di essere un popolo libero combattendo e cadendo per la libertà».
È l’alba lungamente attesa nella notte dell’occupazione nazifascista che aveva gravato su Firenze dal settembre ’43. Oltre alla paura per gli sviluppi del conflitto mondiale – che segna duramente la città con i bombardamenti aerei che dal 25 settembre la colpiscono più volte – con le conseguenti perdite umane e patrimoniali, e al disagio per condizioni di vita sempre più precarie, i fiorentini sperimentano il timore per la presenza tedesca, le requisizioni dei beni e delle persone, le prepotenze e le violenze dei fascisti. Questi, riorganizzatisi all’interno delle strutture della Repubblica sociale italiana (Rsi), lo Stato collaborazionista voluto dal Terzo Reich per favorire il governo della penisola e sostenere le politiche di occupazione, eccellono nella rigorosa attuazione delle direttive naziste. Basti solo citare l’attività della banda Carità, il reparto specializzato nella lotta contro gli antifascisti, noto per le torture cui sottopone le proprie vittime e la radicalità delle politiche di persecuzione antiebraica attuate dalle autorità locali della Rsi.
Ed è il culmine dell’impegno, della sfida, delle prove di coloro che non si erano rassegnati e che si erano opposti.


 

La Resistenza scandisce le vicende di quei mesi e la stessa identità della città, sia nella sua dimensione civile (con il diffuso impegno di laici e religiosi, uomini e donne, a difesa di ebrei, disertori, renitenti, prigionieri, antifascisti spesso protetti e nascosti a costo della vita), che armata. I partiti antifascisti, riunitisi nel CTLN, contrastano l’occupazione: gli esponenti del Partito d’Azione con strumenti a supporto dell’avanzata alleata come Radio CoRa (i cui componenti saranno catturati e massacrati all’inizio di giugno), con cui trasmettono agli angloamericani informazioni sui movimenti nemici, quelli del Partito comunista con la costituzione dei Gruppi di azione patriottica impegnati nella guerriglia contro i presidi del governo fascista.


Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, e la rapida avanzata in Toscana, l’avvicinarsi del fronte, interrompendo le vie di comunicazione con il Chianti, mina il già precario sistema annonario accentuando i disagi della popolazione. L’attesa della liberazione si mescola al timore per gli effetti del passaggio del conflitto. Il cardinale Elia Dalla Costa e le rappresentanze diplomatiche presenti in città, a partire dallo stesso console tedesco Gerhard Wolf, cercano di intervenire per far dichiarare Firenze «città aperta». Ma il Comando militare nazista ha ben altre priorità. Serve tempo per operare il completamento della Linea Gotica, la linea di difesa dalle Apuane a Rimini. L’Arno appare una trincea naturale ideale su cui fermare o almeno rallentare il nemico, secondo la tecnica della ‘ritirata aggressiva’ già adottata nelle settimane precedenti lungo la direttrice della val di Pesa. La distruzione dei ponti ne è la naturale conseguenza.
Il 29 luglio è emanato l’ordine di sgombero dei lungarni. La scelta dei comandi nazisti di salvare Ponte Vecchio comporta la distruzione di Por Santa Maria da un lato e di via Bardi, gran parte di via Guicciardini e Borgo San Jacopo dall’altro. Migliaia di famiglie sono costrette a lasciare le case, con la consapevolezza di non farvi più ritorno, nella disperata ricerca di luoghi sicuri. Gli sfollati occupano il carcere delle Murate, le chiese, abitazioni di conoscenti e soprattutto, in Oltrarno, Palazzo Pitti, la sede dei granduchi di Toscana e, quindi, dei re d’Italia, chiamata ad accogliere il popolo di Firenze. Migliaia di persone ne accalcano le sale e i cortili, in una promiscuità totale, strette fra la precarietà delle esistenze e i timori per la prossimità del conflitto.
Intanto, dopo aver combattuto per mesi sul Pratomagno e in provincia, le brigate comuniste (Sinigaglia, Caiani, Lanciotto), riunitesi nella Divisione Arno, sotto il comando di Aligi Barducci, «Potente», il 6 luglio, e quelle di Giustizia e Libertà (brigate Rosselli) si approssimano alla città. Dalla via Senese si avvicinano le truppe “alleate”. Nella notte fra il 3 e il 4 agosto i tedeschi fanno saltare i ponti. I boati delle esplosioni delle mine fanno tremare le abitazioni, l’aria si riempie di fumo, i detriti schizzano nelle strade vicine. La stessa mattina del 4 agosto le truppe britanniche con i reparti coloniali entrano a Firenze da Porta Romana.

firenze occupazione tedesca

firenze occupazione tedesca


Ma per l’Oltrarno i pericoli non sono finiti, tra i bombardamenti delle batterie tedesche da Monte Morello e da Fiesole e la presenza dei franchi tiratori fascisti. Questa è l’ultima eredità che Alessandro Pavolini, già federale della città e ora segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, ha lasciato ai suoi concittadini: gruppi di armati con il compito di sparare contro chiunque si aggiri per strada, dai militari alleati, ai partigiani, ai civili. E in quei giorni, nei quali le abitazioni sono prive di qualsiasi servizio idrico ed elettrico, anche uscire per prendere l’acqua può risultare fatale. La minaccia viene debellata dai partigiani che scatenano una decisa caccia contro i cecchini eliminati nei giorni successivi.
I britannici attendono. Consapevoli di quanto sia pericoloso condurre una guerriglia urbana, preferiscono lasciare il compito ai partigiani e muovere piuttosto all’esterno della città così da accerchiare le formazioni tedesche. Intanto, grazie a due giovani partigiani, Enrico Fischer ed Orazio Barbieri, viene scoperta la praticabilità del Corridoio vasariano che collega Palazzo Pitti con Palazzo Vecchio e, con la complicità dei vigili urbani, è allestita una linea telefonica che consente al comando delle brigate e al CTLN di concordare il piano dell’insurrezione. Nella notte dell’8 agosto una scheggia di mortaio colpisce a morte Potente, ma i piani della battaglia sono ormai noti.


Alba lungamente attesa, l’11 agosto non è solo il giorno dell’insurrezione, ma anche il momento in cui si manifesta pienamente il significato politico della Resistenza e l’originalità dell’esperienza fiorentina, tanto da divenire poi la data dell’anniversario della Liberazione della città. In quello stesso giorno, infatti, il CTLN nomina la giunta di Palazzo Vecchio e quella provinciale e i vertici di ogni istituzione cittadina. Per la prima volta nel corso della campagna d’Italia non sono i ‘liberatori’, ma le forze antifasciste a nominare il governo di un territorio. Subito, il vecchio leader socialista Gaetano Pieraccini, simbolo della tradizione municipale socialista, si insedia a Palazzo Vecchio. Accanto a lui, come vicesindaci, Mario Fabiani, comunista, e Adone Zoli, democristiano, esponenti delle nuove forze dell’antifascismo. Riaprono dopo oltre venti anni le sedi dei partiti politici e la Commissione stampa del CTLN redige il proprio giornale: «La Nazione del popolo». Pur sorpresi, gli Alleati prendono atto della novità e, riconoscendo il valore dell’azione antifascista, accettano sia le nomine sia che il CTLN resti in carica come organo rappresentativo della cittadinanza fino alle future elezioni.


La battaglia non finisce quel giorno. Il comando nazista aveva deciso di abbandonare il centro, ma non la città. I tedeschi si attestano su una linea che va dalle Cascine fino all’Affrico, lungo il corso del torrente, distruggendone i ponti e la ferrovia, spezzando di fatto i collegamenti fra le varie brigate partigiane divise fra la zona del centro, quella di Porta a Prato e quella di Campo di Marte, e costrette a fronteggiare da sole il nemico.
Le formazioni partigiane, pur avendo pochi mezzi, si oppongono alle controffensive tedesche: dal distaccamento della terza Rosselli che perde il proprio comandante cap. Del Monaco, il comandante in sottordine cap. Nannoni e il suo sostituto ten. Marziali nella difesa del cavalcavia del Viale Belfiore che i tedeschi intendevano far esplodere, ai giovani del Fronte della Gioventù che negli scontri al Ponte al Pino vedono cadere il proprio capo Paolo Galizia, dalle squadre cittadine a quelle apolitiche, alla Guardia di Finanza, agli agenti di Pubblica Sicurezza, a tutte le formazioni della Divisione Arno. Contemporaneamente si svolge la caccia ai franchi tiratori che ancora rappresentano una minaccia subdola e fatale per la popolazione.
I combattimenti proseguono fino alla fine del mese: serrati, duri, veri. In quei giorni i fiorentini sono sottoposti ancora a dure prove: nelle zone liberate proseguono i cannoneggiamenti delle batterie dei mortai tedeschi, in quelle occupate ai pericoli determinati dalla presenza nazista si intrecciano i rischi degli scontri bellici. La popolazione vive per lo più nelle cantine, costretta a cibarsi delle scarsissime riserve di viveri rimaste, spesso in un’assenza totale di notizie o in turbinio di voci tanto inquietanti quanto incontrollabili.
Nella notte del 15 agosto i tedeschi rioccupano piazza San Marco, ma sono respinti. Il 18 i partigiani della terza brigata Rosselli sono a piazza delle Cure, quelli della Sinigaglia combattono a Rifredi, quelli della Lanciotto marciano su San Domenico. Gli scontri proseguono serrati. Il 27 agosto finalmente terminano i cannoneggiamenti sulla città. Il 31 agosto la terza Rosselli libera l’ospedali di Careggi, ultimo presidio tenuto dai tedeschi che avevano fatto saltare le fogne per impedire fughe dei degenti che avevano vissuto l’ultimo periodo nell’incubo della presenza nazista.
La ritirata nazista da Monte Morello e la liberazione di Fiesole, il primo settembre, segnano la fine della battaglia, con il venir meno di ogni minaccia bellica. La città è stata teatro di combattimenti per un mese. Il patrimonio urbanistico, abitativo, artistico è duramente provato. Alto il numero delle perdite. Secondo «Il Corriere di Firenze» del 2 settembre la popolazione conta 379 morti e 1308 feriti, 205 i partigiani caduti in combattimento, 400 feriti, 18 dispersi secondo dati del Comando militare del CTLN. I dolori per le prove subite si intrecciano con le preoccupazioni e le necessità da affrontare per una ricostruzione tanto urgente quanto complessa, ma anche con le aspettative e le speranze di uomini e donne che tornano alla vita, sognando un futuro migliore. La battaglia è finita, inizia il tempo della ricostruzione.
Si chiude una pagina della Storia, ma la memoria e il significato profondo della battaglia di Firenze, celebrata ogni 11 agosto fin dall’anno successivo, quando Ferruccio Parri, presidente del Consiglio dell’Italia liberata, conferisce la medaglia d’oro al Gonfalone della città, sono rimasti vivi e presenti tra i fiorentini, segnando, pur nel passare delle generazioni e nel mutare degli scenari politici e sociali, l’immagine, la retorica del discorso pubblico, l’identità della città fino ad oggi, settanta anni dopo.

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