ENOLA GAY

 

ENOLA GAY

ENOLA GAY


ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK

ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK
ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK

Enola Gay


è una canzone contro la guerra scritta da Andy McCluskey della British synthpop gruppo Orchestral Manoeuvres in the Dark (OMD), e rilasciato come unico singolo dal 1980 album della band, Organizzazione . Essa affronta il bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale , e fa riferimento direttamente tre componenti dell’attacco: Boeing B-29 Superfortress l’ Enola Gay (dal nome di Enola Gay Tibbets, madre del pilota Paul Tibbets ); armi nucleari Little Boy ; e “8:15”, quando è avvenuto l’attentato. Tipico delle prime composizioni di OMD, la pista non dispone di un vocal chorus , ed è riconoscibile per il suo forte, distintivo piombo sintetizzatore gancio e ambiguo contenuto lirico.


Quando viene rilasciato come singolo, “Enola Gay”, è stato mal percepito dagli ascoltatori con poca conoscenza del bombardamento di Hiroshima come una celebrazione criptico della band omosessualità ; il brano è stato vietato di essere giocato sul popolare BBC1 programma Swap Shop per paura che sarebbe servire come un’influenza corruttrice sessuale sui bambini. Tuttavia, è stato un enorme successo, andando a vendere più di 5 milioni di copie a livello internazionale. La canzone è stata un successo in molti paesi, in cima alla classifica in Francia ., Italia e Portogallo E ‘stato un sleeper hit in nativo UK di OMD: il brano è entrato nella UK Singles Chart al numero 35, ma scalato 27 posti per le prossime 3 settimane per raggiungere un picco del numero 8, diventando così prima Top 10 hit del gruppo nel loro paese d’origine.


“Enola Gay” è venuto per essere considerato come uno dei più grandi canzoni pop. Critico Ned Raggett in AllMusic lodato il brano come “incredibile … un pop classico flat-out – intelligente, sincera, emozionante e sicuro, senza dimenticare orecchiabile e organizzato brillantemente”, collega Dave Thompson ha definito “perfetto synth-dance-pop extravaganza “. E ‘caratterizzato in MusicRadar s ‘”I 40 Greatest Tracce Synth Ever” nel 2009, che ha notato che la canzone “comprende alcuni dei più grandi ganci synth di tutti i tempi”. In 2012, NME elencato la pista tra i “100 migliori canzoni degli anni 1980”, descrivendo McCluskey della voce come “brillantemente interrogativo” e la canzone come un “pop classico”. E ‘stato selezionato dalla BBC per l’uso durante la cerimonia di apertura dei 2012 Giochi Olimpici Estivi di Londra.

FONTE DUE(storia):

Liverpool, autunno 1978. Paul Humphreys e Andy McCluskey sono due ex-compagni di scuola poco più che diciottenni con un’unica passione: la musica elettronica tedesca. Sin dai tempi del liceo i due giovani, anziché porsi il problema di imparare a suonare strumenti, li collezionano, in indiretta osservanza ai dettami del punk. Più che il punk, infatti, può la folgorazione occorsa tre anni prima. L’11 settembre 1975, i Kraftwerk si esibiscono all’Empire Theatre e i giovanotti sono in prima fila, così infatuati da riuscire nell’impresa, tutt’altro che facile, visti i personaggi, di fare la loro conoscenza. Quello stesso giorno nasce l’amicizia tra Andy e Karl Bartos, che sfocerà in una collaborazione datata 1993 nel progetto post-Kraftwerk di quest’ultimo, gli Electric Music.
Il feticismo tecnologico, unito a una certa mancanza di danari, li spinge dunque a raccattare qua e là qualsiasi aggeggio che emetta suoni sintetici, purché a prezzi abbordabili. Con in testa gli irraggiungibili macchinari dei musicisti di Dusseldorf, la premiata coppia riesce ad acquisire, fra ordini per corrispondenza, usati sicuri e sussidi di disoccupazione tutti investiti in rate, un synth Korg MS20, un organo elettrico Elgam Symphony, un Korg Micro-Preset, un vecchio Selmer Pianotron e una drum machine Roland CR-78. Completa il lotto il basso elettrico imbracciato da Andy, unico strumento convenzionale di un set che, fatta qualche eccezione, potremmo anche definire di fortuna.
Nel mese di ottobre del 1978 accade che i due, spesso chiusi in casa a smanettare tra leve e jack, abbiano l’opportunità di esibirsi all’Eric’s Club, il locale più frequentato di Liverpool, sul palco ove già si avvicendano i nomi caldi che avrebbero fatto la storia della stagione post-punk.
E’ probabile che l’occasione venga offerta proprio a Andy, in virtù di un suo breve trascorso con Dalek I Love You che, assieme ai Teardrop Explodes e agli Echo & The Bunnymen, movimentavano la scena del Merseyside.
Le idee non sono ancora bene a fuoco, il sound è grezzo e fortemente debitore, guarda caso, dei Kraftwerk di “Radio Activity” (dalle cui note di copertina proviene uno dei nomi del complesso, VCLXI che si alterna all’altrettanto eccentrico “The Messerschmitt Twins”: entrambi diventeranno dei titoli di canzoni degli Omd), le parti cantate ancora diluite tra le frequenze prodotte dalle onde radio e dagli oscillatori, e tuttavia imbevute di un’inaspettata dose di orecchiabilità. Oscure manovre nei territori del pop.

La sostanza e l’originalità dissimulate in quelle incestuose manipolazioni non sfuggono al re mida della Factory, Tony Wilson, il quale propone loro un contratto per un singolo. Il nome che si dà la band è Orchestral Manoeuvres In The Dark, dal titolo di una delle loro prime composizioni.
L’unica testimonianza ufficiale di questa fase è data dal raro Ep “Free Artefact – The Unreleased ’78 Tapes”, distribuito postumo nel 1980 come omaggio allegato alle prime diecimila copie del secondo album.

Le prime scosse elettriche

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Nel maggio del 1979 esce “Electricity” sotto l’egida della Factory. Quello che si rivelerà negli anni come un singolo più famoso che venduto (incredibilmente, fu in seguito ristampato più volte senza mai raggiungere posizioni di classifica almeno decorose) ha un parto difficilissimo. Wilson impone per la canzone, e per la b-side “Almost”, la produzione dell’illustre socio Martin Hannett (sua la firma su entrambi gli album deiJoy Division, tanto per intenderci, ma non solo), che però non risulta gradita al gruppo. Il contenzioso si risolve con un mezzo compromesso: lato A nella versione originale, lato B con “Almost” nell’accezione di Hannett.
Batteria elettronica in “quattro quarti”, frase analogica che uccide, voce implorante di McCluskey, accessibilità melodica ai massimi termini, “Electricity” diventa in breve un piccolo culto e in seguito uno dei brani simbolo della carriera degli Omd.

“I don’t understand you, guys: do you want to be Abba or Joy Division?” (Carol Wilson, boss della Din Disc)

E’ per questo che i talent-scout della neonata etichetta Din Disc, controllata dalla Virgin, si convincono che l’appeal esercitato dall’inedito distillato di glacialità teutoniche e di romanticheriefifties val bene una scommessa. “Non potevamo credere che le porte potessero aprirsi così facilmente – ricorda Andy – trovavo inverosimile che ci fossero dei pazzi pronti a scommettere su di noi”. “Fu fantastico e incredibile allo stesso tempo – gli fa eco Paul – e pensare che questo era per noi un progetto del tutto estemporaneo. Ricordo ancora il giorno della firma sul contratto, in particolare le occhiate stupite che ci scambiavamo Andy e io”.

A questo punto, i ben vestiti giovanotti, forti di un’etichetta credibile e di una certa stabilità economica, riescono a ritagliarsi il ruolo di opening-act per i live di Gary Numan, la cui celebrità, a cavallo fra il 1979 e il 1980, conosce in Inghilterra ben pochi eguali. Una serie di concerti sold-out e i ricavi del contratto interamente investiti nel Gramophone Suite, lo studio che i due si erano ricavati nei pressi dell’Eric’s, sono le mosse decisive che collocano la coppia su un’insperata rampa di lancio.

Le grandi manovre

Non c’è altro tempo da perdere. I due topi da sala d’incisione chiamano a raccolta gli amici della scuola, cominciando da due membri della vecchia band liceale (i The Id), il batterista Malcom Holmes e il sassofonista/tastierista Martin Cooper, e proseguendo con Paul Collister (che appare talvolta con lo pseudonimo di Chester Valentino), il mago del suono invero già presente quale eminenza grigia, assieme al fido Winston, nelle primissime uscite del live tour. Come dite? Chi è Winston? E’ il terzo membro on stage del gruppo, ammesso per l’occasione anche fra i banchi: trattasi di un registratore a bobine Teac di proprietà dello stesso Collister, su cui venivano pre-registrate le basi delle performance dal vivo.
A questi ancora saltuari collaboratori (solo una parte entrerà poi in pianta stabile nella line-up) si aggiunge Dave Fairbairn, chiamato a suonare le esigue parti di chitarra previste. Le registrazioni dell’omonimo debut-album (la copertina è del grafico Peter Saville, che ne firmerà diverse per gli Omd, nonché altre di assai celebri, fra cui quelle dei Joy Division e dei New Order), che verrà alla luce nel febbraio del 1980, procedono spedite e si chiudono in breve tempo.
I motivi di tale risolutezza sono da ritrovare nel fatto che i pezzi sono una selezione mirata del materiale composto negli anni del dilettantismo, e nell’essenzialità di una produzione sì spartana, ma che palesa sapienti doti di trattamento del suono. A conti fatti non c’è di che stupirsi, considerato il flirt pluriennale occorso tra la nostra accoppiata di eroi e le loro amiche macchine.
Il disco, pur pagando dazio all’elettronica dalle tinte naif dei Neu!, e avvicinandosi alla materia pop con la stupita irriverenza di Brian Eno, lascia comunque intravedere dei nuovi orizzonti per divenire, col senno di poi, uno dei primi canovacci su cui saranno scritte parecchie pagine del nuovo pop elettronico britannico. Quello destinato a imperversare nel mondo per buona parte del nuovo decennio.
Alla marcetta ska-oriented di “Bunker Soldiers” fa da controcanto il ciondolante caracollare di “Dancing”, alla marzialità sui generis di “Red Frame/White Light” si contrappone il denso romanticismo di “Messages”, che al terzo tentativo (dopo le non fortunate performance di “Electricity” e “Red Frame/White Light”) catapulta finalmente il gruppo al numero 13 delle classifiche, segnando la rotta per le successive fortune a 45 giri. Una collezione di piccoli saggi new pop con un imprinting di spessore, che porterà a un lusinghiero ventisettesimo posto nelle Uk Chart, in cui stazionerà per ventinove settimane.

Lo sgancio della prima bomba
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A soli otto mesi dall’esordio, ecco arrivare Organisation, il secondo episodio sulla lunga distanza.
A trainare l’album è il singolo “Enola Gay”, che con i suoi cinque milioni di esemplari venduti nel mondo e con i primi posti in Italia (primo loro numero uno assoluto), Spagna e Portogallo consegna agli Orchestral le chiavi del vero successo. “Enola Gay” svela a tutti l’alchimia vincente di unsound che bilancia un irresistibile tormentone strumentale con un drammatico incedere vocale. Con testi, non proprio solari, a raccontare la storia dell’aereo B-29 e del suo pilota Paul Tibbetts che sganciò la bomba atomica su Hiroshima e che diede al velivolo il nome della madre. Enola Gay, appunto.
Ma chi già pensa di trovarsi di fronte a degli operai dell’easy listening è smaccatamente fuori strada. E in effettiOrganisation (dal nome del primo progetto da cui, nel 1970, nacquero i Kraftwerk) è un album dalle tinte così cupe da candidarsi come la risposta in chiave synth-pop ai Joy Division. Non a caso il turbamento per la morte di Ian Curtis, conosciuto ai tempi dell’Eric’s e drammaticamente suicidatosi in quell’anno, esercita una forte influenza sugli umori del gruppo, tanto da dettare i testi della bellissima “Statues” che si chiude con un emblematico “I can’t imagine how this ever came to be”.
Il lavoro si snoda fra le umbratili movenze di “2nd Thought”, i minacciosi contorcimenti synth-punk di “The Misunderstanding”, la china malinconica di “The Promise” (che vede il riuscito debutto di Paul nella veste di lead vocalist) e della vecchia cover di un brano di Dick Hayes, “The More I See You”, presentando persino un dark swing con “Motion And Heart”. Una menzione a parte va alla sacrale suite meta-industriale a più movimenti “Stanlow”, la cui desolata struggenza mantiene sullo sfondo i sinistri battiti della raffineria da cui prende il nome.
L’album è un capolavoro, supera di slancio gli approcci più giocosi del suo predecessore virando su una produzione più profonda ed elaborata, giocando la sua partita fra tormentate introspezioni dal retrogusto gotico in cui è comunque la melodia a farla da padrona. Le pulsioni che lo animano e la complessità di fondo non impediscono a Organisation, oltre che di attestarsi al numero 6 delle classifiche inglesi, di ottenere una significativa affermazione anche nel resto d’Europa.

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