ENEA LA FINE DI TROIA

 

ENEA LA FINE DI TROIA

ENEA LA FINE DI TROIA


Dopo essere partito da Troia, Enea fa naufragio sulle coste africane, a Cartagine, a causa di una violentissima tempesta scatenata dalla dea Giunone, avversa ai Troiani. Qui i naufraghi sono accolti dalla regina Didone, che offre in loro onore un banchetto, durante il quale la regina chiede a Enea di raccontarle gli eventi che hanno condotto alla fine di Troia. Il secondo libro dell’Eneide si apre con il racconto di Enea.


Tacquero tutti e tenevano attento lo sguardo.
Allora dall’alto giaciglio il padre Enea cominciò:
«Mi chiedi, o regina, di rinnovare un dolore indicibile,
il modo tenuto dai Danai nel distruggere la potenza troiana
il regno sventurato, tristissimi fatti dei quali
fui testimone e protagonista. Chi mai a raccontarli,
mirmidone o dolope o soldato del duro Ulisse,
frenerebbe le lagrime? E già l’umida notte discende
dal cielo e le stelle al tramonto conciliano il sonno.
Ma se desideri tanto di conoscere le nostre vicende
e di udire brevemente l’estremo travaglio di Troia,
sebbene l’animo inorridisca al ricordo e sempre si sia
abbandonato al pianto, comincerò.
Stremati dalla guerra e respinti dai fati,
i capi dei Danai, trascorsi ormai tanti anni,
per divina arte di Pallade costruiscono un cavallo
a misura di monte e ne in tessono i fianchi di abete;
simulano un voto per il ritorno, la fama si sparge.
Qui rinchiudono di frodo nel fianco oscuro prescelti
corpi di eroi designati a sorte, e le vaste
profonde caverne del ventre riempiono d’uomini armati.
Davanti è Tenedo in vista, famosa isola,
florida e ricca durante il regno di Priamo,
ora soltanto una baia, una sosta malfida alle navi;
qui, spintisi al largo, si celano nella riva deserta.
Pensammo che fossero partiti con il vento diretti a Micene.[…]
[Tutti] Gridano che si deve condurre al tempio il simulacro
e pregare il nume della dea.
Apriamo una breccia nelle mura e spalanchiamo la cinta della città.
Tutti si accingono all’opera e pongono sotto le zampe
scorrevoli rulli e gettano canapi al collo.
Sale la fatale macchina i muri, gravida
d’armi. Giovinetti intorno e intatte fanciulle
cantano inni e godono di toccare la fune.
Quella entra e scorre minacciosa in mezzo alla città.
O patria, o Ilio, dimora degli dei, e gloriose in guerra
mura dei Dardanidi! Quattro volte s’arrestò sul limitare
della porta, e quattro volte dal ventre risuonarono le armi.
Tuttavia insistiamo incuranti, e accecati dalla follia,
e collochiamo il mostro infausto sulla sacra rocca.
[…] Ruota frattanto il cielo e dall’Oceano sorge la notte,
avvolgendo nella vasta ombra la terra e l’etere
gli inganni dei Mirmidoni; sparsi per le case i Teucri
tacquero; il sonno avvince le membra stanche.
E già la falange argiva andava a navi schierate
la Tenedo, per gli amici silenzi della tacita luna
e dirigendosi alle note rive, quando la regia
nave innalzò segnali di fiamma, e protetto dagli iniqui
fati degli dei, Sinone disserra furtivo
i Danai rinchiusi nel ventre e il serrame di pino. Il cavallo
aperto li rende all’aria, ed escono lieti dal concavo
legno Tessandro e Stendo capi e lo spietato Ulisse,
discesi giù per una fune, e Acamante e Toante,
e il pelide Neottolemo, e per primo Macaone,
e Menelao, e lo stesso fabbricatore dell’inganno, Epeo.
Invadono la città sepolta nel sonno e nel vino;
uccidono le sentinelle, accolgono tutti i compagni
dalle porte spalancate, e congiungono le complici schiere.
Era il momento nel quale comincia agli affranti mortali
il primo riposo e s’insinua gratissimo per dono degli dei;
ed ecco, in sogno, mi sembra di vedere
davanti agli occhi Ettore angosciato versare largo pianto,
com’era nel giorno in cui lo trascinava la biga
nero di polvere cruenta e trafitti dalle redini i piedi enfiati.
Ahi quale il suo aspetto, quanto mutato dal grande
Ettore che tornò vestito delle spoglie di Achille,
o dopo avere avventato fuochi frigi alle navi
dei Danai; con la barba irsuta e i capelli rappresi di sangue,
e le ferite che ricevette numerose intorno alle patrie mura.
Sembrava che io piangendo mi rivolgessi per primo
all’eroe ed esprimessi meste parole:
“O luce della Dardania, sicura speranza dei Teucri,
che grandi indugi ti trattennero? da quali regioni,
o sospirato Ettore, vieni? Come, dopo molte uccisioni
dei tuoi e molti travagli degli uomini e della città,
ti rivediamo stremati! Che indegna causa deturpa
il volto sereno? e perché mi appaiono queste ferite?”.
Egli non indugia sulle vane domande che pongo,
ma gravemente traendo un gemito dal profondo del petto,
“Ah fuggi, figlio della dea” dice, “e scampa alle fiamme.
il nemico occupa le mura; Troia precipita dall’alto della rocca”

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