baci perugia

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Eh cari Italiani dovevate essere più generosi coi cioccolatini a San Valentino, pare proprio che l’irrilevanza del nostro mercato interno stia mietendo un’altra vittima. La Perugina. Azienda dolciaria comprata dalla Svizzera Nestlè.

da Lettera 43

Cassa integrazione per tutti gli 867 dipendenti a tempo pieno (con gli stagionali si arriva a un migliaio), alla Perugina Nestlè di San Sisto, a Perugia, la fabbrica dei Baci: questa la richiesta dell’azienda «unilateralmente» decisa e comunicata ai lavoratori che al termine delle assemblee di fabbrica, il 17 febbraio hanno affidato ai sindacati un pacchetto di otto ore di sciopero, oltre alla proposta di contratti solidarietà, al posto della Cig.
IMPROBABILE BLOCCO DELLA PRODUZIONE. Da subito è partito anche lo stato di agitazione permanente nello stabilimento perugino. Secondo fonti sindacali, la richiesta di cassa integrazione andrebbe da zero ore a una riduzione di orario, ma non è ancora chiara la sua distribuzione sull’organico. I sindacati non temono comunque al momento un blocco della produzione, ma «l’esame congiunto», già richiesto all’azienda dalle organizzazioni, deve ancora cominciare.
GRECO (RSU): «MANCA PARTE DI STRATEGIA». La mancanza della «parte strategia» perché l’ammortizzatore «non sia fine a se stesso» è ciò che preoccupa di più secondo Michele Greco, coordinatore della Rsu della Perugina. «Siamo consapevoli della gravità della crisi in essere», hanno riferito, in una nota congiunta, Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil e Rsu, «ma siamo altrettanto consapevoli che i suoi effetti sono amplificati oltremodo dalla mancata reazione, attraverso scelte industriali coraggiose e investimenti, da parte del management italiano. Per questo non riteniamo accettabile scaricare in modo superficiale le conseguenze di questa situazione esclusivamente sul salario dei lavoratori, attraverso l’utilizzo di un ammortizzatore passivo e difensivo quale è la cassa integrazione».
«SERVE UNA PROSPETTIVA SERIA». Secondo sindacati e lavoratori, il contratto di solidarietà (applicato anche nel 2013), al contrario presuppone un accordo su un piano industriale «che deve dare una prospettiva seria. L’atteggiamento di Nestlé e la mancanza di un guida forte a livello di direzione azienda non offrono al momento queste garanzie».

Farei notare che Nestlè è abituata a produrre in paesi con alti stipendi per i lavoratori (tipo la Svizzera per intenderci) ma produrre significa anche dovere affrontare altri costi, burocrazia e magistratura. Oltre al fatto che un mercato interno decente sarebbe di aiuto.

Baci a tutti.

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