ARMI GRECHE

ARMI GRECHE

ARMI GRECHE:

Gli opliti erano i soldati greci che combattevano con un armamento diverso dagli altri: avevano la panoplia composta da un elmo metallico foderata da una calotta di cuoio, da una corazza, parte in metallo e parte in cuoio, sostenuta da spallacci, e da una cintura di bronzo, da cui pendevano strisce di cuoio a protezione dei fianchi.
Lo scudo, invece di essere incavato lateralmente, era rotondo e di bronzo rivestito di cuoio; poteva anche essere di pelle di bue o di legno e rinforzato da placche di metallo. Nella parte interna dello scudo c’erano una o due maniglie dove l’oplita passava il suo braccio per impugnare lo scudo. La parte esterna era sempre convessa e portava al centro un punzone, talvolta adorno di una testa di gorgone dotata di valore religioso.
Il casco era meno pesante delle epoche precedenti e ingombrava di meno: esso aveva delle copriguance e un coprinaso di ferro.
La corazza era per lo più di bronzo ed era formato da due placche, una anteriore e una posteriore, che si fermavano sopra la cintura.
Invece delle corazze di metallo si portava una giubba di lino o di cuoio rinforzata da lame di metallo.
Il piede dell’oplita era nudo, mentre quello dell’uomo armato era coperto da calzature metalliche.
Le armi più usate erano la lancia e la spada. La lancia aveva il manico di legno ed era molto lunga; all’estremità era attaccata una punta di metallo. L’impugnatura era ricoperta di cuoio; nella parte inferiore c’era una specie di tacco di metallo che doveva fare da contrappeso alla punta e in certi casi era a sua volta appuntita, per cui la lancia poteva essere usata da entrambe le parti.
La spada sostituiva la lancia nel combattimento corpo a corpo: aveva una lama rettilinea a doppio taglio, la si portava sulla spalla con una tracolla.
Le truppe leggere ateniesi:
peltasti, frombolieri, lanciatori di giavellotto e arcieri
Gli opliti erano comandati dagli strateghi.
Lo stratega ateniese Infigrate creò un corpo di peltasti, armati leggermente, solo di spada, di lancia e di un piccolo scudo di giunco, a forma di quarto di luna.
C’erano anche altre truppe leggere, come frombolieri, lanciatori di giavellotto e arcieri.
Inventarono anche la catapulta che, attraverso corde ritorte, lanciava le frecce su una traiettoria quasi dritta.
I frombolieri avevano la fionda che era costituita da una cordicella di lana o di crine che reggeva una tasca di cuoio dove si mettevano le pietre o le palle di argilla o di altro materiale: dopo aver impresso un movimento rotatorio, si abbandonava improvvisamente una delle estremità delle cordicelle e la pietra era scagliata lontano.
Gli ateniesi avevano anche gli arcieri che, oltre ad essere truppe leggere, servivano anche a portare le armi agli opliti e cavalieri. Gli arcieri avevano l’arco tradizionale a doppia curva, le braccia nude, il corpo coperto da un corto chitone, un casco leggero o un berretto tracio. Non avevano armi difensive, ma portavano la faretra sulle spalle.
Gli ateniesi servivano la patria dai 18 ai 60 anni
Nel V secolo a.C. tutti gli ateniesi andavano in palestra per prepararsi alla guerra; però dal IV secolo a.C. gli ateniesi abbandonarono lo sport. In quest’epoca le città greche arruolavano solo mercenari, mentre prima principalmente cittadini.
Gli ateniesi servivano la patria dai 18 ai 60 anni.
Dai 18 ai 20 erano efebi, cioè apprendisti. Gli efebi non dovevano combattere e non avevano né diritti né doveri politici.
Dai 20 ai 50 erano membri dell’esercito come opliti o cavalieri e potevano essere mandati all’estero (exodos).
Dai 50 ai 60 anni erano veterani ed insieme ai meteci difendevano le fortificazioni. In tempo di pace l’esercito era formato da milizie a disposizione. Gli ateniesi dovevano fare 42 anni di servizio e ognuna di queste classi era chiamata con nomi di eroi. Dopo i 60 anni i soldati diventavano simili agli odierni giudici di pace.
All’inizio della guerra del Peloponneso (431 a.C.) Atene aveva un esercito di 13.000 opliti, 1.000 cavalieri, 1.400 efebi, 2.500 veterani e 9.500 meteci: 27.400 uomini circa.
Battaglie terrestri
L’esercito, quando andava in guerra, portava dei viveri per sopravvivere, prima di arrivare alle frontiere degli avversari.
Il cittadino ateniese doveva mettere in un cesto dei viveri, che dovevano bastare per tre giorni; portava: pane, formaggio, olive, cipolle, aglio.
Aristofane parla del sacco che mandava odore di cipolle, che erano simboli della durissima vita militare.
La maggior parte delle battaglie erano combattute dalle falangi che si scontravano e s’infilzavano, ogni volta che sentivano il suono della tromba e cercavano di scappare al più presto, per non rischiare di essere attaccati dalle armi da lancio della fanteria del nemico.
Il combattimento si svolgeva a duelli. Questa strategia restò fino ai tempi di Epaminonda.
Nella falange gli uomini dovevano stare lontani un metro l’uno dall’altro, ma se il comandante decideva di diminuire gli spazi, si combatteva gomito a gomito e scudo a scudo.
I carri servivano a condurre i capi fuori del campo di battaglia.
L’apparizione della cavalleria cambiò le battaglie perché aveva il compito di svolgere missioni di presa e di contatto; serviva anche a uccidere i nemici che cercavano di scappare.
Dopo il saccheggio delle truppe di Serse, nel 480, Atene fu ricostruita e si ricostruirono, grazie a Temistocle, le mura.
Gli eserciti nel V° secolo non avevano armi da assedio e le città erano ben fortificate.
I lacedemoni con gli alleati sconvolsero più volte l’Attica, ma non cercarono di assalirne le città, fortemente protette; solo una scalata a sorpresa poteva indebolire le città decise a difendersi, ma ci doveva essere anche un traditore che apriva le porte.
Navi da guerra:
la trireme
Atene fu potente soprattutto nel mare e nel V secolo esercitò una vera talassocrazia (cioè potere in mare). Nel 490 Atene non aveva una grande flotta degna di quel nome e nemmeno una grande cavalleria. Temistocle fece costruire delle navi chiamate triremi, anticipando lo strano oracolo della Pizia, che diceva che “solo mura di legno erano inespugnabili per la città. “
Scoperta una miniera d’argento, Temistocle, decise di dare i talenti ricavati ai cittadini più ricchi di Atene per costruire le triremi.
Fece costruire un nuovo porto al Pireo e vennero fortificati i bacini di Zea e Munichia, da utilizzare come arsenali. Le costruzioni vennero fatte così rapidamente che nel 480 a Salamina, Atene schierò 147 triremi e 53 di riserva. Nel V nel IV secolo, grazie ai tributi di Atene, la flotta aumentò: vennero costruite dalle 300 alle 400 triremi.
Anticamente, nelle navi greche, c’erano 50 rematori disposti in una sola fila; nel V secolo e fino all’età romana, la nave più utilizzata per la guerra era la trireme a tre file di rematori. Probabilmente queste navi avevano scafi lunghi 50 e larghi 7 metri.
La chiglia e i fianchi erano lo scheletro della nave, nave che di solito era in legno di pino, tranne la chiglia che era di quercia, perché sopportasse il trascinamento. La nave era coperta da una mano di cera sulla quale si dipingevano gli emblemi. La poppa era decorata e costituiva trofeo navale in caso di cattura.
Le triremi, durante il combattimento, andavano a remi, invece, lontano dal nemico, andavano a vela. Due remi grandi conferivano la direzione.
Non è ancora chiarito il posto delle tre file dei rematori.
Navi da guerra:
personale a bordo e tattiche militari
Per speronare le navi nemiche bisognava aggirare la flotta avversaria.
Per realizzare queste manovre ci voleva un equipaggio esercitato.
Il trierarca era il comandante che faceva anche da pilota, sorvegliante e dava gli ordini. Sulla trireme c’erano centosettanta rematori ( molte volte il rematore doveva portarsi dietro il suo remo che era di diversa lunghezza a seconda della fila rispetto al pelo dell’acqua ) e altre trenta persone di cui dieci manovravano le vele ed eliminavano l’acqua infiltrata a bordo (perinei); un’altra decina respingeva gli assalitori e saliva sul ponte avversario (opliti). A bordo c’erano anche un suonatore di oboe, l’ufficiale di prua e il cambusiere, incaricato degli approvvigionamenti.
I trierarchi venivano eletti dagli strateghi ogni anno; dovevano montare il sartiame a loro spese ed erano esperti marinai. Dato che dopo la guerra del Peloponneso i cittadini si erano impoveriti, al trierarca se ne aggiunse un altro per dividere le spese. Ognuno comandava per sei mesi.
Per 200 triremi ci volevano 40mila uomini e in quel momento c’era carenza di teti, cioè di poveri, ma anche di schiavi a cui si aveva promesso la libertà.
I trierarchi davano un’indennità complementare per i rematori di prima linea e per gli ufficiali.


La Battaglia di Maratona
Data: 10 AGOSTO 490 a.C.
Luogo: MARATONA (villaggio greco a circa 40 km da Atene)
Eserciti contro: ATENIESE e PERSIANO
Contesto: 1a GUERRA PERSIANA
Protagonisti:
CALLIMACO (comandante supremo dell’esercito ateniese)
MILZIADE (generale ateniese)
ARISTIDE (generale ateniese)
ARTAFERNE (comandante in capo persiano)
DATI (generale persiano)
IPPIA (ex tiranno ateniese, alleato dei persiani).


La battaglia
Nell’estate del 490 a.C. una flotta persiana, approda nella baia di Maratona. Questo corpo di spedizione era stato inviato dal re di Persia Dario I per punire le città greche di Atene ed Eretria, colpevoli, una decina d’anni prima, di aver aiutato la città di Mileto che si era ribellata al dominio persiano.
Dopo aver saccheggiato e distrutto la città di Eretria, l’esercito persiano, composto verosimilmente da circa 30 mila soldati, si apprestava a marciare su Atene.Al fianco degli invasori c’è Ippia, ex tiranno di Atene che, dopo essere stato mandato in esilio dai suoi compatrioti, dà il suo appoggio al nemico (sua l’idea di approdare a Maratona) per poter riprendersi il potere della città greca.Gli ateniesi, visto il pericolo imminente, chiedono aiuto alle città di Sparta e Platea. Mentre la prima indugia, la seconda invia un contingente di circa mille soldati. Atene, rimasta praticamente quasi isolata, potrà contrapporre solamente poco più di 10 mila uomini, un terzo rispetto ai persiani.Il comandante supremo dell’esercito ateniese è Callimaco, il quale affiderà il compito di guidare le truppe nella battaglia decisiva per Atene, al geniale generale Milziade. Questi, per la prima volta nella storia, introdurrà nella lotta un principio di tattica e strategia: parole sconosciute negli scontri di quell’epoca.Il 10 Agosto del 490 a.C., dopo alcuni giorni di attesa, Milziade decide di dare battaglia. Schiera il suo esercito su un ampio fronte, per evitare eventuali accerchiamenti, con al centro gli opliti, la fanteria pesante ateniese, schierati su tre file, mentre aveva disposto le due ali su sei file di soldati.L’attacco ateniese è impetuoso e irruento e, nonostante l’inferiorità numerica, riesce a penetrare nello schieramento avversario provocando uno sbandamento generale nello schieramento persiano.Nello stesso tempo lo stratega ateniese lancia all’attacco le ali destra e sinistra nella manovra di accerchiamento del nemico, impegnato nella lotta al centro.

Quando i persiani, impreparati e all’oscuro a questo tipo di lotta, si accorgono della tenaglia ateniese che sta per chiudersi alle loro spalle, capiscono d’aver perso la battaglia.In tutta fretta si danno alla fuga e, inseguiti dagli ateniesi, attraversano di corsa tutta la pianura di Maratona raggiungendo le loro navi. La maggior parte di loro riuscirà a sfuggire all’inseguimento dei soldati di Milziade e a riparare in patria. I persiani lasciarono sul terreno più di 6 mila soldati morti, mentre tra le fila ateniesi i morti furono solamente poco meno di 200, tra cui anche il comandante supremo dell’esercito Callimaco. Molziade, dopo la vittoria, scelse un messaggero di nome Fidippide per portare la notizia ad Atene. La distanza tra Maratona ed Atene era esattamente di 42, 175 chilometri. Fidippide li fece tutti di corsa e, arrivato ad Atene, riuscì a gridare che Milziade aveva vinto per poi crollare di schianto al suolo morto. Probabilmente fu colto da un infarto.Ecco come lo storico greco Erodoto descrive il momento cruciale della battaglia di Maratona nel “Libro VI delle Storie”:
“…La battaglia di Maratona durò a lungo: al centro dello schieramento furono vincitori i barbari, là dove erano schierati gli stessi persiani e i saci; in questa parte dunque vinsero i barbari e operato lo sfondamento inseguirono i nemici verso l’interno; a entrambi le ali invece ebbero il sopravvento gli ateniesi e i plateesi. Pur riuscendo vincitori, lasciarono fuggire quei barbari che s’erano volti in fuga, e unite le ali combatterono invece contro quelli che avevano sfondato il centro del loro schieramento e li sconfissero. Poi si dettero a inseguire i persiani che fuggivano trucidandoli, finchè, giunti al mare, ricorsero al fuoco e tentarono di impadronirsi delle navi “.

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